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Speciale parchi. I custodi della biodiversità

Natura protetta e cibi: il sistema dei parchi a salvaguardia della biodiversità alimentare e rurale

di Filippo Belisario

Chi si occupa oggi di conservazione della natura è consapevole di agire in un quadro dinamico profondamente mutato rispetto agli anni "militanti" dei soli vincoli e divieti. Allora si trattava di interrompere pratiche terribili che, con il livello di coscienza attuale, potrebbero quasi unanimemente essere definite barbare: cementificazione di coste e argini, uccisione di lupi e orsi, uso del DDT e dell'eternit etc. Oggi, in Italia e in Europa, diversi obiettivi ambientali e culturali sono ormai acquisiti e socialmente riconosciuti, anche se questo riesce solo a rallentare la continua erosione di biodiversità, ambienti e paesaggi dovuta agli attuali tassi di crescita e di consumo delle risorse.
Conservare la natura nel 2010 vuol dire da una parte conoscere e monitorare le dinamiche ambientali realizzando azioni per la salvaguardia di habitat e specie a rischio. Da un'altra essere in grado di lavorare con le comunità locali nei territori, riconoscendone complessità e specificità, per favorire politiche integrate di sviluppo di attività realmente sostenibili che scongiurino le tendenze all'abbandono e allo spopolamento. Da un'altra ancora, infine, vuol dire porsi molte domande ed essere consapevoli che per alcune possono non esservi risposte.
In questo scenario di incertezza globale le aree protette (parchi e riserve naturali) si candidano sempre più ad assumere un ruolo di laboratori di sperimentazione e innovazione. E la nuova sfida diventa gestire e fare progetti con i territori non tanto per stimolarne la crescita economica, quanto per incrementarne la qualità della vita e la funzione chiave di nodi produttivi e di tutela di beni e servizi d'eccellenza per il sistema-paese. A partire da quei presidi irrinunciabili dell'esistenza che sono i prodotti della terra. La loro qualità, varietà, genuinità ma anche le tradizioni e i paesaggi legati alla loro storia.
I paesaggi sono entità dinamiche la cui evoluzione è scandita da processi naturali ma anche dalla mano dell'uomo. Per secoli gli abitanti delle campagne hanno tratto il massimo dalle terre, anche impervie e disagevoli, che venivano disboscate, dissodate, spietrate e infine coltivate o pascolate. Da pochi decenni invece, con l'abbandono dei campi, questo processo si è invertito e la natura sta lentamente riprendendo possesso del territorio. Ma sono moltissimi i segni del modellamento umano del paesaggio ancora riconoscibili. Si tratta di testimonianze diffuse ma labili, meritevoli di attenzione e conservazione in quanto espressione della nostra memoria storica, delle nostre radici. E insieme ad esse vanno tutelati i costumi, le azioni, i gesti quotidiani e le esistenze che a quelle testimonianze hanno dato vita.
Nei parchi più che altrove questa necessità è sentita come una parte della mission. Non solo la cura degli assetti dei luoghi per il mantenimento degli equilibri idrogeologici e della biodiversità, che esprime proprio nel mosaico di foreste, radure, campi e cespuglieti, il massimo delle sue potenzialità. Ma anche la salvaguardia di saperi, abilità, sapori e tradizioni che compongono l'identità collettiva delle comunità.
Immaginiamo il Parco nazionale delle Cinque Terre, sito UNESCO "Patrimonio dell'Umanità", i suoi paesi, i suoi vini, il suo sistema di piccoli vigneti terrazzati a strapiombo sul mare delimitati da migliaia di muretti a secco. Immaginiamo i paesaggi agricoli montani dell'Italia centrale e meridionale, i campi cintati da siepi, i tratturi della transumanza, le colture promiscue e le "viti maritate", i pascoli bradi di mucche e cavalli, la vita sempre più difficile di villaggi e frazioni ormai senza servizi in cui d'inverno risiedono poche decine di anime. Siamo disposti ad accettarne la silenziosa scomparsa? Quanti parchi sono necessari per renderne più probabile la sopravvivenza?
Il primo e più essenziale tra i "prodotti" della terra, l'alimento principe, è l'acqua.
La fornitura di acqua potabile rientra in una rosa di servizi fondamentali, resi dagli ecosistemi, che raramente figurano o sono quotati nei conti economici delle imprese essendo forniti in permanenza e gratuitamente dalla natura. Eppure l'acqua ha un costo, per tutti, e gli analisti concordano nel ritenere che sarà sempre più alto man mano che le piogge diminuiranno e le grandi falde di pianura verranno inquinate.
In questo, i territori delle aree protette, anche in virtù della prevalente collocazione in zone montane, sono delle autentiche miniere d'oro per qualità, quantità e varietà delle acque. E gli enti chiamati a gestirli, anche se spesso privi di fondi e strumenti, sono i custodi di questi tesori. Solo per fare un esempio si pensi che, nel Lazio, il Parco regionale dei Monti Simbruini fornisce, ogni secondo, 8 metri cubi (8.000 litri) di buonissima acqua di montagna all'area metropolitana di Roma. In un anno sono oltre 250 milioni di metri cubi pari a un prezzo "teorico" di mercato di circa 50 milioni di euro. A Fara San Martino (in provincia di Chieti), invece, l'acqua e il grano duro del Parco nazionale della Majella sono gli ingredienti essenziali di due pastifici famosi in tutta Italia.
Processi di captazione e sfruttamento eccessivo delle sorgenti di montagna possono portare al depauperamento irreversibile delle falde, con conseguenze su interi habitat. Qualsiasi attività antropica richiede acqua. Quanto siamo disposti a limitare le nostre tante "seti"?
Nel "paniere" dei servizi ecosistemici che non compaiono in alcun conto economico o piano finanziario ve ne sono diversi legati al mondo vivente, alla biosfera. I più importanti e noti sono la fotosintesi, intesa come capacità delle piante di produrre biomassa, e l'impollinazione, che favorisce il mantenimento della diversità floristica e l'evoluzione vegetale. All'impollinazione dobbiamo la grande varietà e diversificazione del mondo vegetale, le forme, i colori e i profumi dei fiori, la bontà dei frutti e delle erbe spontanee, l'esercito instancabile delle moltissime specie di insetti pronubi. Eppure la continua immissione di pesticidi nelle parti di campagna ancora utilizzate sta riducendo le popolazioni di imenotteri e farfalle più sensibili, compresi molti sciami degli apicoltori. Le amiche api, macchine sociali perfette dalla vita scandita nei cui misteri non siamo mai riusciti a penetrare fino in fondo, non ce la fanno a stare al passo col nostro "progresso".
In parchi e riserve non è solo la tutela ma anche la distanza da insediamenti industriali, infrastrutture e grandi centri urbani a garantire lo svolgersi indisturbato dei processi naturali. A tutto vantaggio della qualità degli alimenti che da essi derivano. Siamo disposti a pagare qualcosa di più per questi prodotti genuini di "filiera corta"?
Nella Riserva regionale di Monte Rufeno (Acquapendente - VT) una ricca diversità floristica, centinaia di ettari di foreste e prati e decine di arnie collocate in posizioni strategiche consentono la produzione di un ottimo miele millefiori di bosco a partire da essenze come il castagno, l'erica, il corbezzolo, l'acacia, il trifoglio: uno dei pochissimi mieli locali riconosciuto come "prodotto agroalimentare tradizionale italiano". Sul Pian Grande di Castelluccio (Norcia - PG), nel cuore del Parco nazionale dei Monti Sibillini, le tecniche e i gesti per coltivare le famose lenticchie sono rimasti gli stessi da centinaia di anni. L'avvento del Parco ne tutela l'integrità e ne garantisce la continuità. A Terracina (LT), nell'area protetta Monumento naturale di Campo Soriano, in un lembo isolato di territorio che sa di altri tempi, massi e pinnacoli calcarei derivanti dai processi carsici contendono il suolo a decine di piccolissimi vigneti di Moscato di Terracina, nel cuore più autentico dell'areale di produzione.
E si potrebbe continuare a lungo: sono veramente innumerevoli gli abbinamenti fra aree protette e prodotti agroalimentari di qualità. Solo per restare nel Lazio si va dalle nocciole e dai marroni dei Cimini (Riserva del Lago di Vico) alle ciliegie e al farro del Parco regionale dei Monti Lucretili, dall'olio di oliva Sabino del Monumento naturale Gole del Farfa alla porchetta di Ariccia e ai pani di Genzano e Lariano del Parco regionale dei Castelli Romani. Ed è proprio nei parchi del Lazio, messi "a sistema" grazie alle iniziative dell'Agenzia regionale parchi, che è nato Natura in Campo, un progetto integrato di promozione agroalimentare di tutti i territori protetti regionali che prevede, tra l'altro, il sostegno alle attività agricole rispettose dell'ambiente e la concessione di un marchio per i prodotti certificati, biologici e tradizionali. Senza dimenticare il coinvolgimento attivo di ragazzi e adulti nella vita dei campi e nei processi di produzione e trasformazione degli alimenti attraverso una rete di Fattorie educative. Perché facendo si conosce e si capisce quello che si fa. E solo conoscendolo lo si può amare.

(dal n. 2/2010, pp. 48-51)

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responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015