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Oliviero Toscani. Tra cervello e cuore

di Alessandra Ciarletti

Nella sua recente campagna Nolita lei gioca con il significato e il significante, imprimendo alla pubblicità un carattere di denuncia di segno opposto. Perché ha scelto questo tema?
Lavoro da anni sull'anoressia, ho anche girato un film su questo tema, Bianca, sedici anni, presentato al Festival di Locarno. È la confessione di una ragazzina di sedici anni da cui si capisce bene per quale ragione ci si ritrova a vivere quella condizione. Bisogna mostrare a tutti la realtà di questa malattia, nella maggior parte dei casi causata dagli stereotipi imposti dal mondo della moda, ma non solo. Anche la recente campagna Nolita si muove in questa direzione: ha fatto molto discutere l'immagine della ragazza anoressica ed è stata molto osteggiata, tanto è vero che a Milano è durata pochissimo e a Roma tre giorni in più. In Francia addirittura non hanno accettato l'affissione considerando l'immagine troppo forte. In ogni caso, per me, è molto interessante che finalmente proprio un'azienda di moda abbia capito l'importanza del problema, ne abbia preso coscienza e con coraggio rischi, facendo questa campagna. La pubblicità non deve uniformare, piuttosto deve essere in grado di destabilizzare.

Di quelle immagini si è a lungo parlato, ma sulle strade non sono durate a lungo. Di quanta libertà dispone oggi un creativo eticamente attento e che prezzo paga?
È dura perché non si possono fare delle cose, non dico che non facciano pensare, ma che non siano nelle norme del consumismo, dell'economia, del profitto e quindi del consumo. È molto difficile, perchè le istituzioni sono quello che sono e anche i committenti sono per lo più avvezzi a logiche di mercato. Devo dire che per quella che è la mia esperienza ho sempre avuto la fortuna di incontrare persone che capivano ciò che volevo dire e ho sempre disposto della mia libertà creativa. Ma per avere libertà, bisogna garantire ai committenti il pieno e talvolta non basta. I Benetton li ho arricchiti da matti eppure non è bastato perché di fronte alla mia campagna sulla pena di morte si sono ritirati. Il rischio viene sempre considerato una perdita; sostanzialmente non c'è coraggio, mentre la comunicazione e l'arte in generale, dovrebbero essere sempre coraggiose. In particolar modo, la comunicazione dovrebbe essere in grado di trovare nuove soluzioni senza trattare i problemi in modo problematico; essa dovrebbe mettere in evidenza i nodi sociali non ancora risolti. In questo senso si deve correre il rischio. L'arte è un rischio.

Globalizzazione e censura, due aspetti che caratterizzano i nostri tempi.. Che ruolo è riservato all'arte? Può ancora denunciare o è ormai totalmente soggiogata a logiche di mercato? Parafrasando Pasolini, in un paese in cui si può tutto non si fa nulla, viceversa dove non si può nulla, si fa qualche cosa.
C'è tanta gente che non vuole spostare il proprio punto di vista e i censori purtroppo sono dei subumani con una mancanza totale di creatività e di generosità nei confronti della vita. La storia non ricorda nessun tipo di censura che con il tempo si sia dimostrata intelligente. La censura è stupida, becera, violenta. Il ruolo dell'arte è un ruolo complesso, posso dire che quando è censurata ha fatto il suo dovere. L'arte deve traghettare, deve accendere la luce in nuovi spazi. Io non amo la violenza, anzi mi disturba molto, non la sopporto. Non guardo mai film violenti. Nella violenza manca completamente la bellezza della tragedia. Ma oggi nessuno vuole più vedere la tragedia. La condizione umana a volte è tremenda. Un'immagine non è mai scioccante, è la realtà che è scioccante.

Lei ci ha abituato nel tempo a immagini scioccanti che se non sovvertono tutti i luoghi comuni, almeno li mettono in evidenza. Al di là di un'irrinunciabile inclinazione a una sana sovversione, quando crea pensa che la sua istanza di libertà possa essere utile a qualcuno?
È innanzitutto utile a me e probabilmente a un'altra persona. Se ciascuno di noi riuscisse ad essere utile ad una persona soltanto, avrebbe fatto tantissimo. Se si riuscisse a fare del bene almeno a un'altra persona, il mondo in breve avrebbe il doppio delle cose che gli servono. L'arte è una questione di valori, se è solamente estetica è mediocre. A me interessa documentare l'uomo e la sua condizione, tutto il resto è cornice spesso evitabile. Quando creo non rinuncio mai alla mia etica, al mio modo di guardare, di essere curioso del mondo e della bellezza che contiene, spesso bellezza tragica. La curiosità non censura mai e si porta dietro il fardello
del coraggio che fa mettere l'occhio dove la maggior parte della gente volta le spalle. La volontà di capire meglio le cose che accadono, sì, credo che questo sia il motore principale.

Quale è la soddisfazione maggiore?
La soddisfazione è come la creatività: deve essere una conseguenza. Io non mi sono mai definito un creativo, sono gli altri che lo dicono quando guardano il mio lavoro.La creatività è una conseguenza ed è in stretta relazione con la soddisfazione. In ogni caso io non ricerco consenso; la ricerca costante del consenso inizia dalla scuola: si studia per ottenere buoni voti non per imparare, ma del resto sono pochissimi i maestri che insegnano per amore dell'insegnamento, la maggior parte in realtà amano giudicare. Oramai si fa tutto per il consenso: ci si rifanno le labbra, i seni, il naso per ottenere consenso, per adeguarsi a un modello di bellezza che non è la propria, si rinuncia perfino alla propria personalità fisica per conformarci a una bellezza commerciale, una bellezza definita dai mezzi di comunicazione di massa. Questo che ci dice? Che si vive in una costante paura di essere rifiutati. Benissimo. Io fortunatamente non ho questa paura. Mi propongo per quello che sono e se non piaccio non è un problema. Anzi devo dire che le critiche mi piacciono e mi fanno bene, mi fanno riflettere e tante volte capire qualcosa che magari mi è sfuggito. Nessuno è perfetto. Mi considero una persona particolarmente fortunata e privilegiata, innanzitutto per il periodo storico in cui sono nato e cresciuto, per le esperienze che ho maturato, per le cose che ho e comunque sia ci tengo a precisare che questa mia fortuna non ha mai corrisposto un favore politico. Da quando sono nato, non ho mai votato un partito che sia andato al governo. È incredibile! Credo che la politica sia una cosa fatta da imbecilloidi. Io appartengo sempre al 2%; in tutte le cose c'è il due per cento. Nella mia bottega vengono cento ragazzi, due hanno veramente talento... magari ce lo hanno anche gli altri, ma gli altri sono più attenti a riscuotere consenso, vogliono conformarsi al successo e per questo ricercano come prima cosa il consenso. In questo modo si va dritti verso la mediocrità.

Immagini globalizzate: l'anoressica di Nolita e i corpi denutriti di molta parte del mondo. Percentuale di rischio di globalizzare, ovvero, sedare le coscienze? La pubblicità se ne giova?
Tutto è pubblicità: il Papa che parla la domenica vestito di bianco è un comizio pubblicitario; in un certo senso la pubblicità l'hanno inventata loro, è la voce della cultura moderna. La Repubblica fa pubblicità a una certa politica, il Corriere a un'altra e L'Unità a un'altra ancora e via così. No? Dobbiamo smettere di ragionare a compartimenti stagni, a valori dati. Tutto è strumentalizzato in funzione del prodotto. Guardi che anche credere in Dio è un prodotto. Ormai la pubblicità condiziona il gusto, la cultura, la morale, l'etica della gente. Per un bambino la pubblicità è relativa al suo libro di scuola. Il messaggio cifrato, ma poi ormai mica tanto, è che si è ciò che si consuma, ciò che ci si mette addosso, quindi l'identità è diventata qualcosa di estremamente superficiale. Non ci si stupisce più di niente, travolti dall'effimero. Siamo anoressici, stiamo attraversando un periodo di anoressia culturale. Liquidiamo ciò che non comprendiamo nel modo più semplicistico possibile. Sono comunque ottimista, credo nell'evoluzione. Certo è che al momento c'è una predominanza di infelicità. Basta guardarsi intorno la mattina in tram: non si trova un volto felice. Non solo. Non ce ne è uno che emani voglia di vivere, solo sguardi feroci. Per quale motivo essere infelici? Io questo proprio non lo capisco. Si vive una volta sola e l'infelicità è un lusso che l'uomo in quanto tale non può permettersi. La mia grande fatica quotidiana nasce da una spinta contraria, dalla consapevolezza nitida di non voler essere assolutamente così. Per natura vado contro ai dati di fatto socialmente accettati: bisogna essere in un determinato modo, bisogna lavorare in tal altro. Ecco, neanche quando andavo al liceo riuscivo ad adeguarmi: capii in fretta che era molto più divertente andare al cinema e in quegli anni mi sono fatto una cultura cinematografica incredibile, la scuola non mi ha insegnato così tanto. Io conosco in prima persona tutti i film degli anni Cinquanta. Ho imparato l'inglese così. In sintesi, però, ero un utodidatta con un incredibile senso di colpa, perché non andavo a scuola e dovevo raccontare balle ai miei genitori, dovevo falsificare le assenze.

A cosa non può rinunciare?
All'istinto. Saper seguire il proprio istinto è una garanzia di felicità. Il resto ci porta all'infelicità. Certo non è facile ascoltarlo, bisogna imparare e non c'è nessuno che lo possa insegnare perché tutta l'educazione che riceviamo è volta a cancellarlo, a farci perdere questa fondamentale sensibilità.

Viviamo in tempi di incertezza, il lavoro, l'ambiente minacciato, la salute precaria...L'insicurezza cara alla creatività è stata soppiantata da una precarietà reale vissuta ogni giorno. Ne deriva una necessità contraria, di stabilità, di punti fermi che il sistema placa con analgesici effimeri che non fanno altro che dilazionare la sofferenza.
La sicurezza non esiste, è una balla! È un'operazione di marketing. L'unica cosa certa è che moriremo. Bisogna quindi vivere fino a quel momento nel modo più allegro, civile e bello possibile. Senza avere paura. Bisognerebbe innanzitutto eliminare la televisione. Il fatto che esista non comporta necessariamente che bisogna averla. Io l'ho fatto tanto tempo fa. Non c'è bellezza, etica, energia vitale in queste facce da programmi demenziali intrisi di buonismo.

(dal n. 1/2008, pp.16-18)

responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015