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Nando dalla Chiesa. Le ribelli, donne che hanno sfidato la mafia per amore

di Anna Lisa Tota

L'ennesimo bel libro scritto da Nando dalla Chiesa. Questa volta l'argomento sono le donne: quelle che, per amore dei figli, dei mariti e dei fratelli uccisi dalla mafia, hanno scelto di ribellarsi, di andare contro, hanno scelto di uscire dallo stereotipo che le vorrebbe sofferenti, ma soprattutto silenti... Queste donne invece hanno deciso di parlare, di urlare il loro dolore e la loro rabbia con quei toni razionali e pacati che soltanto le vere vittime sanno trovare. Perché loro sono vittime due volte, prima della mafia e poi di quelle istituzioni, da cui si sono viste negare quella giustizia giusta, a cui gli ideali democratici ci hanno invano abituato. E così
ancora una volta, poiché la giustizia continua a manifestarsi come iniqua, a queste donne la società civile chiede di assurgere alla dimensione della testimonianza morale. Le ribelli sono le donne che da "semplici" madri decidono di diventare cittadine e allora osano scrivere lettere che non dovrebbero, osano costituirsi parte civile a processi dove non dovrebbero nemmeno comparire, protestano e raccontano cose che nessuno dovrebbe mai sapere... La loro forza - ci spiega l'autore - non viene dalle ideologie politiche o dalle convinzioni pubbliche che, secondo gli stereotipi, sembrano cose da uomini. La loro forza viene dall'amore per i figli, per i mariti e per i fratelli che sono stati uccisi. La loro forza viene dalla non accettazione di quel potere di morte che la mafia si ostina ad esercitare. Queste donne sono il simbolo della vita che si ribella, della società civile che rivendica come possibile quello Stato democratico, ai cui valori noi siamo stati tutti allevati. Tuttavia è singolare che proprio questa forza vitale si traduca in una nuova fonte di legittimazione per la vita democratica dello Stato e, soprattutto, della Sicilia. Questo processo di trasformazione dei famigliari delle vittime è una costante in tutti i casi di cultural trauma (Alexander et all., 2005). La marginalità delle donne sia nella società civile sia nella cultura mafiosa è la condizione che permette loro di assumere una posizione antiegemonica, controculturale, per costituirsi in contro-potere (per usare la felice espressione di Foucault). La strage mafiosa nelle biografie dei famigliari delle vittime diventa il punto di non ritorno, il punto di svolta: si smettono per sempre i panni di madri di famiglia, silenti e schive, per trasformarsi in agguerrite custodi della memoria e delle reputazione dei propri cari. C'è una dimensione tragica in queste donne che ci ricorda le eroine della tragedie greche: loro non hanno scelto di essere lì, non hanno scelto di diventare simboli nella guerra alla mafia, come non lo hanno scelto i loro figli e i loro mariti, prima di essere uccisi. Ma una volta lì, hanno deciso di ribellarsi, di non rinunciare, di non tacere ...
Le ribelli sono Francesca Serio (la madre di Salvatore Carnevale, il sindacalista ucciso mentre combatteva lo
strapotere della principessa Notarbartolo), Felicia Impastato (la mamma di Peppino resa immortale dal bellissimo I Cento Passi di Marco Tullio Giordana), Saveria (la madre di Roberto Antiochia, ucciso mentre scortava il suo commissario), Michela Buscemi (la donna fra i due mondi, che sceglie di sfidare la mafia dall'interno per amore dei suoi fratelli) e poi Rita Atria (la più giovane collaboratrice di giustizia che, con il suo suicidio dopo l'attentato al giudice Borsellino, decide di urlare alla mafia il suo ultimo ed estremo atto di ribellione) e Rita Borsellino, la sorella di un giudice che, per fare semplicemente il suo lavoro, ha dovuto trasformarsi nell'ennesimo eroe, sacrificato sul fronte di questa guerra intestina e silenziosa. Oggi la mafia forse spara di meno, consuma meno esplosivi, ben sapendo che nell'invisibilità pubblica si lavora meglio e soprattutto indisturbati.
Dopo tutti questi morti (eroi sì, ma morti...) le istituzioni si sono fatte certamente più attente, più consapevoli, più democraticamente agguerrite. Ma è una guerra che si deve continuare a combattere giorno per giorno, senza tregua e non solo là fuori, ma anche nelle aule universitarie. La cultura dell'antimafia si costruisce anche qui, fra le pagine di questo giornale. È per questo motivo che l'8 maggio abbiamo presentato questo libro nell'Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia. C'erano tutti: il Rettore, il Preside, il Direttore di Dipartimento, i Presidenti dei Collegi Didattici, i colleghi, gli studenti e le studentesse. E c'era Nando dalla Chiesa che ha parlato di mafia, di società civile, di democrazia. Insieme abbiamo visto alcune immagini di Felicia Impastato immortalata nel film di Giordana, questa madre che, per amore del figlio Peppino, diventa persino un po' intellettuale, lei che non pensava nemmeno di poter parlare... È stata una mattina importante, dove i saluti non sono stati rituali, dove gli interventi preparati non sono stati letti, ma alla fine tutti hanno parlato a braccio, dicendo cose diverse da quelle previste nelle loro relazioni, ma bellissime e vere. Insomma un piccolo contributo a quell'università che tutti noi amiamo e per la quale noi docenti e voi studenti continuiamo insieme a lavorare.

Come e dove si scrive un libro come questo?
Questo libro l'ho scritto sull'isola di Stromboli e l'ho scritto tutto d'un fiato. Alcuni capitoli li ho scritti davvero di getto. Ad esempio il capitolo su Saveria, la madre di Roberto Antiochia. Ho iniziato da questo spunto sulle sue rughe, bellissime, come simbolo della saggezza di questa donna e del suo spessore morale e da lì ho proseguito. Avevo tutto già in mente, le date, i dettagli. Poi ho semplicemente controllato se era tutto giusto, ma non avevo sbagliato nulla. Saveria Antiochia è un simbolo. L'Italia scoprì per la prima volta che la madre di un poliziotto era in grado di scrivere una lettera. Saveria era del tutto consapevole della trappola cui doveva sfuggire e che suonava più o meno così: «una lettera così non può essere stata scritta da lei, quindi le deve essere stata suggerita da altri. E se le è stata suggerita da altri, allora è una lettera di parte che si presta alla strumentalizzazione della memoria di Roberto Antiochia che, come "soldato" dello Stato, deve rimanere super partes. Quindi questa lettera tradisce la memoria di Roberto». E lei, consapevole di questo rischio, andava in tutta in Italia, nelle scuole e dovunque la chiamassero a raccontare, a poter dire di come era suo figlio, di come era lavorare nella Squadra Mobile di Palermo.

La storia di Michela Buscemi è particolarmente significativa, perché narra di una ribellione alla mafia dall'interno...
Sì il caso di Michela Buscemi ha un valore esemplare proprio perché ribellarsi dall'interno alla cultura mafiosa è ancora più difficile e lo Stato non è stato in grado di comprenderlo da subito. Ricordo come fosse ora, quando al maxi-processo nell'aula bunker di Palermo Michela Buscemi si alzò per andare a deporre. Dalle gabbie i mafiosi la insultavano, le urlavano minacce e oscenità. Anch'io ero lì per deporre, ma quando ci alzavamo noi, i famigliari delle vittime, c'era rispetto, nessuno dalle gabbie ci insultava. Noi eravamo legittimati a deporre, ci veniva riconosciuto il diritto di essere lì. A Michela Buscemi no, perché lei era parte della cultura cui si ribellava, il suo era considerato un tradimento vero e proprio.

Un'ultima domanda: ci sono altre storie di donne che hanno combattuto la mafia che avrebbe voluto raccontare e che non ha potuto, per ragioni di brevità o per altri motivi?
Ci sono certamente altre storie interessanti da scrivere, ma il mio progetto alla fine ha scelto queste sei per tante ragioni, a partire dalla diversità dei contesti e dalla possibilità di coprire un arco di tempo pari a mezzo secolo.

(dal n.2/2007, pp. 14-15)

responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 28/4/2010