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Monique Veaute. «Per fortuna è una notte di luna»

di Alessandra Ciarletti

Ci racconta come è nato il Romaeuropa Festival e qual è stata la sua idea fondante?
Il Romaeuropa Festival nasce come tante altre cose: per caso. Già venticinque anni fa ero assolutamente europea, ma del nord Europa! Quando l'allora direttore di Villa Medici, Jean-Marie Drot mi chiese di lavorare con lui a Villa Medici, devo ammettere che inizialmente ebbi qualche esitazione: non conoscevo il sud e per me l'Italia era perlopiù collegata al mondo mediterraneo e distante dalla piattaforma culturale rappresentata da Parigi, Londra, Vienna, Amsterdam, dove tutto circolava e si scambiava velocemente. Roma mi sembrava molto lontana da tutto ciò. Ricordo bene che la mia prima impressione, fu di una città buia con un pesante carico archeologico. In questo senso all'inizio ebbi dei dubbi nell'accettare l'incarico. Dopo di che, come sempre accade, gli incontri giocano un ruolo fondamentale nel caratterizzare i luoghi. Infatti ebbi la fortuna, fra gli altri, di incontrare Renato Nicolini, Roberto D'Agostino e Fabrizio Grifasi: giovani che mi fecero scoprire un'altra città, più sotterranea magari e con una grande domanda di modernità. Mi fu subito chiaro che l'unico spazio possibile a Roma era quello del tempo contemporaneo, lavorando sia con alcuni personaggi del teatro come Giorgio Barberio Corsetti e Mario Martone, ma anche con tutto il teatro che si faceva nelle cantine, integrandolo ovviamente con il mio background nordeuropeo. L'idea era di fare un innesto: non a caso uno dei primi temi che ho affrontato è stato proprio Barocco e modernità. Perché? Perché nel 1984/85 il periodo delle grandi avanguardie era quasi arrivato alla fine e si capiva bene che c'erano molte cose che potevano convivere insieme e in questo senso per me quella era sicuramente un'epoca barocca. Si potevano mischiare i generi, ritrovare il classico, andare su certe forme musicali contemporanee, affini per strumenti proprio all'epoca barocca. Insomma, quello che all'inizio mi sembrava un grande difetto divenne per me interessante svilupparlo in qualcosa di positivo: il che è sempre fondamentale se si vuole riuscire a convivere bene con qualcosa che sembra molto distante. L'impatto di questa modernità con una villa storica, come Villa Medici appunto, e in più in un contesto come Roma - una città con duemilacinquecento anni di storia! - era una combinazione forte, se vogliamo anche ambiziosa... ma l'interazione ha funzionato. L'altro aspetto che mi sembrò fondamentale integrare era la portata culturale e internazionale che in qualche modo le ambasciate garantivano su Roma insieme agli Istituti di Cultura, il tutto raddoppiato grazie a quelli della Santa Sede. Non solo. C'erano e ci sono le Accademie legate al Grand Tour e tanto altro ancora. Quindi con questo tipo di piattaforma ci siamo detti: perché fare delle cose nazionaliste? Siamo a Roma e siamo in Europa! Cominciai così a sentirmi parte di quel tutto, perché personalmente ho sempre fatto fatica a dire questo è francese, questo è tedesco, questo è inglese etc. Mi è sempre suonato molto stonato, rispetto alle mie corde: nel mondo artistico un bravo musicista lavora sia con un'orchestra che con un'altra... un po' come un professionista del calcio. Quindi anche il semplice fatto di ritrovarmi in gruppi in cui si parlava tedesco,
italiano, francese, inglese, mischiando un po' tutto, mi diede l'impulso a intraprendere un cammino.

Per circa venti anni lei è stata il Direttore artistico del festival più innovativo, sperimentale e internazionale. Qual era/è il suo criterio nello scegliere un progetto artistico piuttosto che un altro?L'artista che nella sua carriera l'ha colpita di più e quello, se c'è, su cui si è ricreduta?
Il criterio è stato sempre la modernità, la contemporaneità, l'innovazione. Qualsiasi sia la forma espressiva è fondamentale che l'artista abbia qualcosa da dire, non importa il campo. Può essere anche molto astratto. Per questa ragione all'epoca mi interessai di danza contemporanea, perché era un modo di approcciare il palcoscenico che rimetteva in discussione tutti i parametri tradizionali. La danza contemporanea va a cercare l'architettura, la letteratura, la musica, il lavoro con la luce e può entrare nel mondo astratto senza problemi: un po' come l'arte contemporanea, se vogliamo. Sì, lo spettacolo dal vivo più vicino all'arte contemporanea è sicuramente la danza: si gioca con i corpi e non a caso grandi artisti della body art hanno avuto un grande rapporto con la danza. Ho sempre cercato registi che avessero avuto a che fare con la danza. Basti pensare a Robert (Bob) Wilson, Pina Bausch. Per quanto riguarda il tema dell'innovazione bisogna dire che si è molto evoluto nel tempo: all'inizio probabilmente la questione che mi ponevo era sostanzialmente il rapporto fra patrimonio e modernità, dopo di che la mia attenzione si concentrava nel trovare il modo di superare le frontiere. Fu una necessità anche storica dal momento che la caduta del Muro avvenne proprio nel mezzo del nostro viaggio. Oltre all'innovazione mi stimolava molto approfondire il rapporto col mediterraneo: pur partendo da una posizione privilegiata - siamo una grande civiltà occidentale - dall'altra parte del Mediterraneo si apriva un orizzonte est molto ricco e variegato. Il confronto con questi vari est mi permise di entrare in relazione con culture e modalità espressive completamente diverse dalle nostre, con le quali valeva la pena dialogare, quantomeno farle conoscere al grande pubblico. Certo, all'inizio per me fu complicato capire come far entrare il mondo iraniano piuttosto che indiano, cinese e giapponese in un contesto in cui all'epoca gli incroci erano molto meno evidenti. Per questo mi interrogavo sul patrimonio, sul tipo di civiltà che c'era dietro; volevo conoscere le dinamiche sociali e culturali che li caratterizzavano, ero curiosa di capire il loro concetto di modernità e come si declinava nella loro società. Volevo capirlo e integrarlo con le altre culture, correnti artistiche, espressioni concettuali. Ovviamente oggi tutto circola rapidamente e senza troppe difficoltà. Inoltre c'è da dire che essendo una fondazione era importante crearci uno spazio nostro all'interno di questa città, ben consapevoli che se le cose avessero funzionato, saremmo stati un traino anche per altre istituzioni. Quindi era necessario mantenersi sempre alla ricerca. Oggi per noi la ricerca è molto concentrata sul mondo delle tecnologie, senza tralasciare ovviamente lo spettacolo fatto dagli esseri umani. Ho sempre tenuto a proporre progetti artistici in cui i singoli artisti avessero un modo di comunicare cose interessanti con modalità nuove. Un artista che mi ha colpita da subito è sicuramente Peter Sellars... un progetto, invece, che all'inizio non mi convinceva e che poi si è rivelato strepitoso è stato Le zingaro.

Roma è una piattaforma culturale piuttosto difficile: ogni scelta stilistica, avanguardia artistica, o semplice moda del momento non può non tener conto della tradizione in cui si inscrive. Il rapporto con questo passato può essere anche molto castrante. Eppure lei ha dimostrato sul campo una grande intuizione artistica unita a un'ottima dose di diplomazia. E scommetterei che ha saputo condire il tutto con buona ironia. Come si è relazionata con le diverse istituzioni? Ha avuto momenti di difficoltà?
Sempre, fin dall'inizio. Consiglio a qualsiasi persona che abbia un'idea, di non mollare mai e resistere sempre. E quando dico mai mollare intendo mai mollare il progetto, non adattarsi, non fare delle cose per cercare di piacere al politico o al pubblico. Se uno è convinto di quello che fa deve trovare i mezzi e i modi per convincere il politico e il pubblico. Partendo da questo principio ci siamo dati tantissimi strumenti di comunicazione, incontrando sempre gli artisti. Alcuni dapprincipio non volevano venire a Roma. Un esempio? Peter Sellars. Diceva «mi uccideranno, non mi vorranno, non ha senso, parlo solo inglese, non mi sembra che l'Italia sia aperta a questo tipo di innovazione». Gli dissi: «ti sbagli completamente»... Venne e da allora torna in Italia quasi ogni anno. Un altro punto di forza è stato quello di lavorare in collaborazione con altre istituzioni, sensibili al nostro lavoro: Guido Fabiani è fra coloro che hanno creduto in questo progetto, lo ha accompagnato e ha contribuito a realizzarlo attraverso il Palladium, per esempio. Grazie a persone come lui non si è soli nella lotta. Anche perché come si può immaginare ci sono gelosie, la corsa ai fondi, se si finanzia uno non si finanzia l'altro, il successo, e il successo crea una forma di invidia. Per salvarci abbiamo avuto bisogno di partner. A volte avevamo partner anche più forti di noi, basti pensare a Musica per Roma. Ma il nostro impatto sulla stampa ha avuto spesso più carattere... questo ha creato qualche distanza. Al contrario, quando hai un partner come l'Accademia di Santa Cecilia, non ci sono problemi... le sinergie funzionano quando c'è intelligenza. L'altro problema è la politica: in Italia la politica vuole intervenire troppo sulla cultura e questo non funziona. Un'istituzione culturale è una azienda: molta gente non si rende conto che durante un festival ci sono centinaia di persone che lavorano per realizzarlo: non solo gli artisti. Ci sono i tecnici delle luci, gli scenografi, i macchinisti, gli elettricisti e tanti altri ancora. Un direttore bravo deve essere lasciato al suo posto: non lo si può cambiare ogni volta che cambia il quadro politico. Innanzitutto perché questo mestiere richiede una grande disponibilità di tempo: per guardare i video, gli spettacoli, le mostre, spostarci, conoscere le nuove forme ed espressioni artistiche, studiare il bilancio, incontrare gli artisti. Tutto questo non si può inventare da un giorno all'altro perché si vuol fare qualcosa di visibile.

Recentemente è stata Amministratore delegato di Palazzo Grassi, impegnata anche nella creazione dello spazio di Punta della Dogana. Roma e Venezia, due grandi città, artisticamente a pari merito e con storie altrettanto importanti e opposte. Una pragmatica, imporporata, ancorata alla tradizione, una prospettiva che dà su una cupola; l'altra in movimento, fluttuante, scaltra, mercante, indipendente, la sua prospettiva è il mare. In base alla sua recente esperienza, è un quadro che conferma? Dove si è più pronti al cambiamento che l'arte anticipa?
Volendo comparare le due città bisogna dire, per cominciare, che sono realtà differenti a partire dalle dimensioni: una grande città e una piccola città. Dopo di che c'è una città molto politicizzata che è Roma e una città molto elitaria che è Venezia. Quindi da una parte c'è la possibilità di investire in grandi eventi, dall'altra c'è il fatto che tutte le grandi famiglie internazionali passano da Venezia, hanno casa a Venezia, realizzano eventi e aiutano Venezia. Solo per citarne uno: François Pinault che ha comprato Palazzo Grassi, ha restaurato Punta della Dogana, completamente a sue spese e fra trenta anni lo restituirà allo Stato. È un investimento che fa per un certo periodo della sua vita, ma lo fa da grande mecenate. Il mecenatismo nel suo significato tradizionale esiste a Venezia, credo un po' meno a Roma, perché qui è lo Stato che fa molte cose. Venezia è più aperta alla contemporaneità, sembrerà strano, ma per Venezia questa è la sua storia. I primi musei sono nati a Venezia, i primi mecenati che non fossero principi o uomini di Chiesa, sono arrivati a Venezia. I mercanti d'arte che fecero nascere il collezionismo li troviamo a Venezia, la città dei grandi scambi mercantili. Tutto questo ha portato quasi naturalmente alla Biennale: oggi ci sono biennali, quadriennali dappertutto, ma la Biennale nasce a Venezia più di cento anni fa. Si capisce quindi che questa città ha qualcosa da dire, da dare. Qualche volta resiste un po', ma c'è. Roma è più complicata. Fare una manifestazione a Venezia è anche più semplice, immediatamente si coinvolge tutta la città. E chi va lì in due giorni gira tutto il centro storico, oltre a partecipare all'evento di richiamo. Roma è molto più dispersiva, difficilmente si riesce a coinvolgere l'intera città: si va a quartiere. Eppure io a Venezia ho sentito le stesse resistenze che ho sentito a Roma. Ma a Roma tutto si disperde con più facilità. Pensiamo al teatro di avanguardia, per il quale l'Italia è al primo posto: nessuno al mondo fa le cose che fa la Socìetas Raffaello Sanzio. Ciò nonostante Roma non si scuote mai più di tanto; è una città che ha tanta storia, ha vissuto e vive molto. Per dirla fuor di metafora, Roma reagisce al nuovo come se lo avesse già visto. La sua storia mantiene per così dire una sovranità sul presente. E questo ovviamente per alcuni aspetti è utile. Al contrario, a Venezia qualsiasi cosa si sa subito e in un attimo diventa l'unico punto all'ordine del giorno, di discussione locale e internazionale. Una piccola cosa che succede a Venezia, la si sa un attimo dopo a Parigi, Londra o New York, perché le famiglie sono in contatto. Roma è decisamente più dispersiva, e dunque più difficile da contestare.

Quale delle due città è più aperta al cambiamento?
Per tradizione Venezia. Venezia è la Biennale e tutti i tentativi che sono stati fatti per duplicarla altrove non hanno avuto la stessa capacità attrattiva e trainante. Con questo non voglio dire che il Festival del Cinema di Roma non sia importante, ma semplicemente che quello di Venezia ha un altro respiro, un'altra storia: la gente è abituata ad andare lì e a vedere le cose lì. Anche nell'arte: Punta della Dogana ha avuto un grande impatto a livello internazionale... tutto il mondo dei collezionisti era lì, sul mare! E c'erano i giovani. Ho visto arrivare delegazioni da tutti i musei del mondo, in continuazione, settimana dopo settimana. E quando si pensa che è soltanto un decimo del MAXXI, che pure è un museo bellissimo, ci si chiede il perché. Il perché sta nella storia di Venezia e nella sua capacità indiscutibile di tagliare l'onda. Tuttavia il MAXXI funzionerà, è bellissimo, ci vorrà solo un po' di tempo, ma funzionerà. Punta della Dogana è stato aperto e immediatamente ha decollato. La forza di Venezia è anche la memoria collettiva: ciascuno di noi sa che se va alla Biennale del cinema o dell'arte vedrà delle cose incredibili, nuove e le vedrà lì. Questo è un dato di fatto.

L'Italia ha prodotto numerose eccellenze artistiche. Che
clima si respira oggi?

Be' abbiamo personaggi enormi a livello internazionale come Ronconi, i Raffaello Sanzio, ma anche Emma Dante. All'Italia non mancano le eccellenze artistiche... all'Italia di oggi manca in campo artistico il riconoscimento da parte dei politici e dei media. Ma non solo. Ho spesso l'impressione che siano proprio gli italiani a non credere di essere all'altezza del loro passato; e qualche volta anche gli artisti italiani pensano che sia meglio lavorare fuori.

L'espressione artistica cambia strumento e modo di rappresentarsi col mutare del tempo, ma resta sempre fedele al suo "credo". L'arte contemporanea suscita spesso dei perché, scardina certezze... volendo fare una proiezione un po' pretenziosa ma comunque possibile, che arte si farà fra cento anni?
Partiamo da un presupposto fondamentale: l'arte non dà risposte. L'arte è uno specchio della realtà: non è un caso che oggi ci siano così tanti morti sulle tele, nelle sculture, osservazioni morbose di cadaveri imbalsamati; tutto questo è senz'altro una rappresentazione visiva di come si sente la società. Dopo di che l'arte è anche interrogazione: ci sono delle opere che obbligano il pubblico a partecipare anche attraverso il rifiuto; impongono per così dire nuove prospettive. Dopo aver guardato alcuni video, si continuerà a guardare le strade, la natura, gli oggetti e il significato che hanno allo stesso modo? L'arte contemporanea si interroga e ci interroga sulla concezione che ciascuno di noi ha rispetto a ciò che lo circonda. Non solo. Interroga anche sulla storia. Perché alcune opere sono così rappresentative per un paese? Perché l'individuo e la collettività ci si riconoscono così tanto? L'arte non può risolvere, qualsiasi sia la sua forma di espressione. Se si fa ricerca è una cosa, se si fa l'applicazione della ricerca è un'altra ancora. Qualsiasi forma assuma l'arte è sempre un momento di ricerca. L'applicazione di essa diventa quello che lo spettatore si porta dietro nella sua vita quotidiana. Inoltre ci sono due aspetti importanti: da una parte il fatto che gli Stati Uniti non sono più il referente della cultura moderna contemporanea nel mondo. Questa perdita di centralità, non ci ha aperto un altro mondo, ma tanti altri. La scoperta dell'India, della Cina, del Sudamerica: nuove forme di civiltà tutte estremamente interessanti dal punto di vista dell'arte e che propongono nuovi approcci. Faccio un esempio. Per realizzare Punta della Dogana ho lavorato con l'architetto giapponese Tadao Ando: nel realizzare uno spazio espositivo noi (occidentali) a priori apriamo una porta in modo tale da entrare direttamente nello spazio centrale; loro invece aprono porte laterali, non ci sono mai grandi corridoi, ci sono interruzioni, lo spettatore esce da una stanza e entra in un'altra attraverso porte laterali. Mi ricordo, durante i lavori di restauro, che per me sarebbe stato ovvio fare una grande apertura sul lato di Campo della Salute verso il mare. Voila, Tadao Ando, ha sovvertito completamente l'assetto. Poi mi è stato spiegato che gli spiriti maligni vanno dritto e se hanno un qualcosa, come un muro, che li blocca non entrano nella casa, mentre lo spirito intelligente può fare il labirinto; questo fa parte ovviamente della cultura orientale. Partendo da un piccolo esempio come questo ci si rende conto che quando si lavora in sinergia con un'altra cultura, con un altro approccio è fondamentale essere aperti, pronti ad accogliere nuove prospettive, nuovi mondi. Credo che la caduta dell'egemonia americana nell'arte, ma anche nel cinema e nella letteratura ci porterà a un mondo policentrico e a livello culturale a una policentricità. Inoltre, visto che alcune culture sono legate alla riproduzione del passato, anche noi per fare questo passaggio saremo obbligati a capire meglio il rapporto fra patrimonio e modernità, passato e presente e come i due mondi si incrociano e dialogano. La seconda grande evoluzione ha a che fare con Orwell: in Orwell si è bloccati in un modello, le famose avanguardie, oggi no, ciascuno reagirà a modo proprio, chi lo farà superando le avanguardie, quindi distruggendo le loro regole, ma in evoluzione con esse, e chi non lo farà e si inventerà una cosa completamente nuova. La cosa che mi stupisce di più è che l'invenzione è infinita, abbiamo un cervello geniale. Ovviamente in questo percorso si perderà anche qualcosa... va così! La seconda cosa è la tecnologia e le sue numerose applicazioni. La possibilità di utilizzare internet e la sua gratuità nell'accesso ai libri, alle biblioteche del mondo, agli spettacoli è una grande possibilità; quello che dobbiamo ancora sviluppare è il farlo in modo conviviale, che non significa chattare, no, intendo sedersi accanto a una altra persona, senza perdere il rapporto umano... a meno che non ci trasformiamo definitivamente in computer, come sostiene un astrofisico canadese! Alcuni esperimenti sui computer dimostrano che messi in batteria, dialogano, si scambiano informazioni... un po' come la nostra telepatia, no?! La combinazione macchina - uomo ci dimostra già da qualche anno che funziona e spesso risolve grossi disagi, basti pensare a Oscar Pistorius. Chi lo sa, magari la macchina ci aiuterà sempre più a risolvere situazioni di disagio fisico.

Come sarà il museo del futuro? E il suo pubblico?
Credo che ci saranno due tipologie di museo: un gran museo su internet, che vuol dire la possibilità di costruirsi il proprio museo, mettendo insieme, una accanto all'altra le opere che piacciono di più - la Gioconda accanto a un Picasso o a un Klee - e di condividerlo poi comodamente a casa con gli amici. Un museo immaginario, per così dire. L'altra possibilità, potrebbe essere una cosa tipo, passatemi la parola, sebbene non mi piaccia, un grande Disneyland: quindi un grande spazio, all'interno del quale ci sono tanti percorsi e lo spettatore sceglie di volta in volta cosa vuol vedere, quale esperienza fare, perché l'arte è e rimane un'esperienza emotiva. Immagino uno spazio, come fosse una città, dedicato completamente all'arte e all'interno di questo spazio si può stare interi giorni e intere notti, con grandi spazi per condividere le esperienze. Immagino un museo come una sorta di viaggio: tu ti sei costruita una storia e poi vai lì, in questo enorme spazio artistico e sviluppi la tua esperienza, la scambi e la rinnovi anche attraverso gli altri. Insomma immagino uno spazio grande e un grande spazio dato all'arte... anche perché già oggi gli artisti realizzano opere fisicamente molto grandi... chissà fra cento anni!! Una cosa che resterà uguale a oggi è la capacità dell'arte di impressionarci, faccio un esempio: dopo aver visto, vissuto le istallazioni di Richard Long, non posso più vedere, passeggiare su una strada di ciottoli senza pensare a lui. Già oggi i collezionisti commissionano giardini agli artisti... tutto lascia supporre che ci sarà bisogno di grandi spazi. Ecco, l'idea è questa: nel 2084 si potrà decidere di andare una settimana in questo meraviglioso spazio/mondo artistico non solo per conoscere le opere, ma anche per parlare con gli artisti.

(dal n. 3/2010, pp. 48-51)

responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015