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Lorella Zanardo. Il corpo delle donne

di Alessandra Ciarletti

Nel 1879 Henrik Ibsen scriveva Casa di bambola, dramma che denunciava la condizione femminile nel XIX secolo. La donna è l'angelo frivolo del focolare domestico, lo scoiattolino della casa. Decorativo come le decorazioni natalizie con cui Nora, la protagonista, si affaccenda per abbellire la casa. Il dramma si conclude con un riscatto della donna inteso come essere pensante bastante a sé, ma per farlo la protagonista abbandona il marito, i figli, la casa e pertanto è condannata. Giudicata da leggi fatte dagli uomini per gli uomini. La donna non c'è e se c'è, è spesso isterica. Se l'indole persiste è perlopiù declinata in patologia.
Eppure da più di un secolo alcuni movimenti protofemministi avevano fatto la loro comparsa. Di lì a poco si sarebbe sviluppato il movimento delle Suffragette, che si proponeva il raggiungimento della parità politica, giuridica ed economica fra uomini e donne. Il diritto al voto in Italia arriva nel 1946. La donna è libera di esprimere il proprio pensiero politico, i valori in cui crede. Ma di chi sono questi valori?
Nel nostro emisfero sono gli anni del dopoguerra: bisogna ricostruire, impegnarsi, ricompattare l'ordine economico e sociale. Nel tradizionale cosmo maschile, alla donna spetta garantire l'ordine del primo nucleo fondante una società, la famiglia. Ci riuscirà più o meno imperfettamente, calzando ancora per decenni le scarpe offerte dall'uomo, spesso anche in senso economico. Sono gli anni del boom e tutto sommato i conti rispetto all'impegno profuso tornano e all'occorrenza le "isterie" tramutate in depressioni si curano dallo psicoterapeuta. Poi la grande onda eterogenea del femminismo travolge gran parte del mondo occidentale, assumendo intensità e raggiungendo obiettivi diversi da una nazione all'altra. Dappertutto una entusiastica presa di coscienza a tratti indebitamente enfatizzata, come se per manifestare l'esistenza non basti l'immanenza di un corpo ma sia necessario una trasmutata ostentazione di ciò che biologicamente distingue la femmina dal maschio. Ma è una sorta di rivoluzione culturale che dà alcuni frutti: la legge sulle pari opportunità, i centri antiviolenza, la Casa internazionale delle donne, la legge che regola l'aborto, il divorzio.
Nel 1973 è pubblicato per la prima volta il libro di Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine. La Belotti, partendo dalla sua pluridecennale esperienza pedagogica, restituisce proprio in quegli anni di forti contestazioni, un dipinto perfetto dell'ineguaglianza educativa fra maschio e femmina che si verifica già nei primissimi istanti di vita. Emerge una figura di donna che da vittima diventa carnefice perché essa stessa è l'elemento fondamentale del perpetuarsi di una condizione subalterna. Alla femmina è richiesta la grazia, la delicatezza fin dalle sue primissime ore di vita. Se succhia il latte voracemente le sarà ripetutamente tappato il naso fino a indurla a rallentare il ritmo. E sarà la madre a inibire l'impulso, a educarla. La voracità nel maschio è invece già sintomo di virilità, e contributo sostanziale alla sua opportuna robustezza. Dice la Belotti «le donne non conoscono limiti quando si tratta di piegarsi supinamente ai pregiudizi tagliati sul loro conto».
Per marcare il territorio della propria esistenza la donna fa quasi un voto di rinuncia alla propria complessità. Raggiunge obiettivi sociali ed economici. Quando non rinuncia allora si moltiplica e si divide: lavora, è madre, è moglie, è amante, se il tempo materiale lo permette. Rispetto a Nora è andata avanti? Forse sì. Ma a quale prezzo? «Si comporta come un uomo». Questo è il giudizio ricorrente, se la donna in questione non rientra nella cornice culturalmente e socialmente tramandata. Ancora oggi. D'altronde le strutture psicologiche cambiano, se cambiano, lentamente. E infatti...
Nel 2007 esce un nuovo libro che da quello della Belotti prende vita a partire dal titolo: Ancora dalla parte delle bambine, di Loredana Lipperini. Perché? Perché almeno apparentemente sembra che le nuove generazioni di donne non siano più nemmeno affascinate dal concetto di autodeterminazione. Si consegnano in bella forma a vecchie, vecchissime forme di esercizio di potere. Vallettopoli è la sintesi mediatica. Il Corpo delle donne, l'analisi di una donna, Lorella Zanardo che si è "fermata" a osservare le donne così come vengono erogate dalla televisione. E dico erogate perché il loro statuto catodico è prevalentemente quello di oggetto.

Lorella, nel suo documentario rende in immagini e riflessioni un ritratto avvilente della donna televisiva, che sebbene prodotto di una distorta visione diviene modello di riferimento per molte altre. Cosa sta succedendo?
Sta succedendo che la situazione ci è scappata di mano. Da venticinque anni e qualcosa di più la televisione pubblica sta seguendo quella privata, anziché il contrario, nel portare avanti un'immagine della donna relegata a quella di oggetto, di cornice decorativa. Soprattutto è successo che abbiamo lasciato che questa televisione entrasse nelle case degli italiani in un momento in cui sia la famiglia che la scuola erano in crisi. Questa rappresentazione negli anni è diventata esemplare soprattutto per tutte quelle ragazze che non avevano alle spalle una famiglia, una scuola in grado - compito arduo - di contrastare questo modello. Le persone - io per prima - della generazione dai quaranta anni in su e che hanno una cultura sono profondamente responsabili di non aver arginato questo fenomeno. Gli intellettuali si sono rinchiusi in enclave: abbiamo criticato per anni la televisione dal di fuori senza mai proporre un'efficace azione di contrasto.

Nel suo documentario si ricorda una bellissima affermazione di Anna Magnani che rivolgendosi al fotografo gli intimò: «Non togliermi nemmeno una ruga perché ci ho messo una vita per farmela venire». Oggi molte donne dello spettacolo, ma non solo, sono avatar di se stesse grazie al bisturi. Cosa è cambiato?
Quando abbiamo iniziato a lavorare al documentario abbiamo cominciato a indagare quello che pensavamo fosse il problema: la donna oggetto. Poi ci sono state delle reali sorprese: la donna adulta, la donna dopo i trentacinque anni scompare dai teleschermi. E dove va a finire il volto della donna? Va a finire dal chirurgo estetico. Nei dibattiti diciamo sempre che la nostra non è una crociata contro la chirurgia estetica, anzi ritengo che ciascuna di noi è assolutamente libera di intervenire sul proprio corpo perché è una decisione individuale. Il problema non è la donna nella sua singolarità, ma la televisione e il suo potere. Da anni, a parte rari casi, vengono proposte solo immagini di donne adulte chirurgicamente modificate. Lo stesso processo avviene anche sul corpo delle giovani donne che diventa oggetto. Le donne a casa, soprattutto quelle con meno strumenti personali e culturali per contrastare questo fenomeno, si fragilizzano; l'altro giorno una signora durante un dibattito seguito alla proiezione del documentario mi diceva: «sono contenta di essere qui perché mio marito guarda sempre la tv e quando vede la Parietti, mia coetanea, mi dice: tu sei un mostro, hai cinquant'anni come la Parietti, ma guarda lei sembra una ragazza».
Credo che molte di noi saprebbero rispondere a tono a una simile affermazione; ma come dicevamo prima si è creata una grossa frattura tra chi non ha strumenti per contrastare il modello e chi li avrebbe ma non se ne fa carico. Ci sono moltissimi casi di fragilizzazione e gli psicologi potrebbero raccontarci per ore e ore quello che sta accadendo. In un dibattito televisivo della trasmissione L'Infedele, di Gad Lerner, Alba Parietti, donna stimabile e intelligente di cui sono coetanea, mi disse una cosa che per me è un po' il punto focale: «guardi io ho il diritto di invecchiare piacendomi». E io le risposi: «sono d'accordo con lei, anche io lo rivendico». Indubbiamente a cambiare è il modo. Poniamoci infatti la domanda se esiste un'alternativa alla chirurgia estetica per riappropriarci della nostra faccia e invecchiare piacendoci.

Infatti. Sempre nel suo documentario si cita dal Levitico «Onora il volto del vecchio». E il significato è chiaro. "Ritoccando" un volto si elimina il segno e a segnare non è semplicemente l'inesorabile trascorre-re del tempo. Le emozioni nella loro complessità segnano, incidono e ci ricordano che il corpo parla di noi, ci racconta nostro malgrado. In questa richiesta urgente di rimozione vedo la nostra incapacità di accettare la vita nel suo complesso svolgersi, realizzarsi. È come se ogni donna che ricorre al bisturi non accetti di diventare quello che è, quello per cui è nata. O peggio ancora, pensa che la sua vita non sia interessante e necessiti ogni tanto di un azzeramento. Possibile che tutto questo lo si faccia per un uomo o per il potere, ovvero, una collettività maschile?
È così. Però vede, già da come pone la domanda, si capisce che oggi stiamo facendo un discorso di alto livello, il problema è che non ci segue quasi più nessuno. Questa è la tragedia. Sono assolutamente d'accordo con lei e infatti il tipo di lavoro che stiamo facendo sul corpo delle donne attraverso dibattiti, blog, conferenze, è innalzare
il livello di consapevolezza in modo semplice. Perché vede, quando noi diciamo faccia - e faccia viene da fare, ma non ci si pensa mai - diciamo una parola emblematica, perché io faccio la mia faccia, la faccio io. Quindi queste rughe, queste pieghe, questi segni sono la mia storia. Come cambia il mondo quando rimuovo la mia faccia? Attualmente stiamo lavorando alla sceneggiatura del prossimo lavoro che sarà proprio sul volto.
È interessante notare che al di là della decisione individuale nessuno sta indagando sulla ricaduta sociale della rimozione dei volti. Cioè, nel momento in cui mi tolgo la faccia come cambia la mia relazione nell'incontro con gli altri. E allora mi chiedo, come cambiano le relazioni quando le facce non esistono più? Il discorso è altissimo e si possono scomodare filosofi, Pasolini... Ma si può anche fare in un modo semplice. Nei dibattiti porto un esempio che è sotto gli occhi di tutti: le nonne. Se da piccoli nostra nonna non avesse avuto il suo volto, come sarebbe cambiata la nostra relazione con lei, la nostra crescita? L'altro giorno, mentre raccontavo questa cosa a un signore, un uomo di una certa età, mi dice: «mi fa tornare in mente un'esperienza che mi ha inquietato molto. Le farò una confidenza che finora non sono riuscito a raccontare: l'altro giorno sono andato a trovare la mamma di un signore che conosco e l'ho trovata completamente rifatta, ma parlo di una signora anziana, oltre i settanta anni, e io non me lo aspettavo ed ero molto a disagio perché non la riconoscevo più, non aveva più nessuna forma riconoscibile. A un certo punto arriva il figlio e dice: mamma, stanno arrivando i nipotini. A quel punto ho avuto la sensazione di voler andare via di corsa perché non reggevo l'idea dell'incontro di quella nonna coi nipotini. «Ma perché secondo lei?», gli domando io. «Non lo so, ero in un disagio pazzesco quasi mi trovassi di fronte una cosa oscena». Secondo me questo è il punto. La rimozione del volto e quindi questa nostra non faccia diventa qualcosa con la quale non siamo neppure abituati a relazionarci. Ora è necessario, a mio avviso, semplificare questi discorsi, rapportandoli al contesto sociale. Penso, infatti, che molte delle persone rifatte che mi capita di incontrare non hanno mai avuto la possibilità di fare queste riflessioni.

L'altra faccia della medaglia del ritocco estetico è l'anonimato. Sempre più spesso nelle strade girano volti analoghi. E questa analogia ho l'impressione che, anziché allarmare come dato evidente di una mancanza di quella determinata caratteristica che infonde l'unicità, paradossalmente conforta, imprime sicurezza. Cosa si teme?
Cosa temiamo? Questa è la frase finale del documentario e certo non voleva essere una provocazione, quanto una spinta a riprendere a discutere, a dibattere sul tema. A molti questa domanda è sembrata strana; al contrario fin dall'inizio del lavoro ho avvertito in tutto questo processo una paura di fondo e dopo decine e decine di incontri e di dibattiti credo di aver visto giusto. Di cosa abbiamo paura? Credo che le ragioni siano molteplici. C'è una ricerca interessante del Censis che molti conoscono ma che varrebbe la pena di riprendere, che si chiama Donne e media in Europa, in cui si fa un confronto tra le donne e media dei maggiori paesi europei. Risulta che l'Italia è l'unico paese insieme alla Grecia in cui il dibattito sulle questioni di genere e sulle pari opportunità è considerato poco importante, sentito come un tema non degno di essere portato in discussione all'interno delle massime istituzioni dello Stato. E questo è il problema. Sarò senz'altro impopolare ma ritengo che sia a destra che a sinistra questo tema non sia sentito. È un tema delle donne. Quindi cosa è accaduto? A mio avviso è successo che le donne che potevano occuparsi di questo - io per prima ho aspettato troppi anni della mia vita prima di provare a fare qualcosa - hanno rivolto il loro agire in ambiti storicamente maschili e agendo come uomini. Visto che in Italia non è interessante affermarsi come donne abbiamo scelto dei modelli fortemente maschili, rimuovendo più o meno parzialmente quello che riguardava il femminile, perché sentito come una fragilità. Un esempio. Qualche giorno fa una donna manager mi ha detto «Perché mi devo occupare di questioni di donne?». «Perché lei è una donna», ho risposto allibita. Ma la sua risposta è interessante ed è tale perché il suo distacco dal femminile è ormai avvenuto. E la capisco benissimo perché ho vissuto così per anni. Ci siamo staccate dal femminile, abbiamo deciso di vivere come uomini. Perché non ci siamo occupate di donne? Perché la paura è di occuparsi di qualcosa che non conta in questa società. Per lungo tempo ha vinto in noi la paura di essere rifiutate, non volute. Per questa stessa ragione, in altri contesti ci si rivolge al chirurgo estetico per continuare a piacere agli uomini. Quindi: divento professionista, faccio un lavoro profondamente maschile, non mi ricordo più di essere donna, perché voglio l'approvazione dello sguardo maschile; mi rifaccio chirurgicamente, divento magra, voglio il seno grosso perché per stare bene ho bisogno dell'approvazione maschile. In tutto questo vedo una grande fragilità collettiva tutta al femminile. Una delle soluzioni, sebbene il processo sia lungo, è tornare ad agire insieme, rimuovendo le rivalità che troppo spesso caratterizzano i rapporti fra le diverse associazioni al femminile.

Penso di non sbagliare nel pensare che anche nella vita di tutti i giorni il desiderio di ricorrere al chirurgo estetico sia indotto dalla relazione col maschile. Penso che rispetto al passato sia stato fatto più di un passo indietro. Perché secondo lei è così difficile essere donne?
Il discorso diventa ancora più complesso. Noi incontriamo moltissimi gruppi di donne femministe. Il movimento femminista ha fatto grandi cose, diciamoci la verità, quello italiano poi è riconosciuto a livello mondiale come uno dei più interessanti e rivoluzionari e quindi grande gratitudine per queste donne. Tuttavia, tornando ai giorni nostri ho un po' la sensazione che si tolgano dal contesto. Quello che mi sento dire da molte femministe, di cui non tutte appoggiano questo lavoro sul corpo delle donne, è che ciascuna donna è assolutamente libera di fare quello che vuole. Le veline sono maggiorenni, le donne che si rifanno sono maggiorenni e non dobbiamo in alcun modo intervenire sulle loro decisioni perché ogni forma di intervento potrebbe essere presa come una forma di censura. E qui mi fermo, perché mi sembra che questo discorso ci abbia portato negli anni a quello che viviamo oggi. Abbiamo abbandonato chi non ha gli strumenti per contrastare questi modelli. La trovo una chiusura elitaria inconciliabile con una sana crescita collettiva. Moltissimi dicono: «non guardo la televisione e comunque ognuno è libero di fare quello che vuole». Questo ci deve far riflettere. Penso che chi poteva reagire e proporre nuovi modelli si sia chiuso in un'enclave dalla quale non esce. Secondo me dobbiamo tornare a divulgare; quello che stiamo dicendo oggi io e lei è necessario renderlo accessibile a tutti anche da un punto di vista linguistico e proporlo. Anche perché noto che ogni volta che presentiamo dibattiti di questo tipo abbiamo grande seguito e ciò vuol dire che quello che si è inceppato è proprio il parlare con la gente. Semplicemente questo.

In un'intervista lei dice che le donne non dicono tante verità sugli uomini. Quali per esempio?
Secondo me in questo momento abbiamo troppa paura di non piacere; dovremmo dire ai nostri compagni uomini, ma in un'ottica di crescita comune, non di sfida: tu che sei professionalmente affermato, culturalmente così preparato, non ti vergogneresti un po' se io ti facessi vedere come si comportano in altri paesi europei i tuoi simili? Penso che le donne dovrebbero avere un poco più di coraggio. È fondamentale lavorare sull'autostima, sulla consapevolezza del femminile nelle donne perché altrimenti continueranno ad accadere cose strane.
Tempo fa raccontavo il processo di riscoperta del femminile a una giovane donna non particolarmente consapevole, tuttavia incuriosita. A un certo punto mentre chiacchieravamo arriva il marito, giovane, bello, forte e guardandoci, scherzando dice: «voi donne è meglio che torniate a casa». La giovane moglie quasi impaurita senza che l'uomo fosse stato aggressivo, risponde: «no Marco non ti preoccupare, tu sei contento vero che la sera quando torni a casa mi trovi sempre? Io non sono come loro, non sono come loro». E mi è venuta in mente una frase di Lea Melandri che riferendosi alle veline dice «schiave radiose». In quel momento mi trovavo in una situazione analoga. Però, mi chiedo: è colpevole questa giovane donna? Uno dice: sì, no, sì è maggiorenne. Ma quanto è stato fatto effettivamente per innalzare il livello di consapevolezza di queste giovani donne? Direi che dobbiamo iniziare proprio da lì. In Francia per esempio c'è molto associazionismo, di ogni tipo. Un'altra cosa che mi è capitato di osservare è che nei dibattiti non si può parlare di femminismo senza che i tre quarti della sala se ne vada. Anche questo merita una riflessione, cosa è accaduto? A volte nei discorsi eccelsi di molte femministe la componente femminile della comprensione sembra essere carente; ovviamente per comprensione non intendo accettazione supina, quanto piuttosto quel moto dell'animo che agito nel modo corretto cambia il mondo. C'è una filosofa tedesca, una giovane teologa, Ina Pretorius che parlando di questa capacità del femminile la definisce eine Kompetenz, che tradotta perde densità, ma possiamo intenderla come competenza dell'esserci. Questo concetto a me piace moltissimo: competenza dell'esserci nelle cose belle della vita, dall'amore, ai figli, per arrivare alla morte. In tutte queste cose ci sono le donne. Bisogna ricomprenderlo, riappropriarcene e portarlo nel mondo.

Lei è donna professionalmente riconosciuta e madre. Si sente realizzata o cambierebbe qualcosa?
Io sono una innamorata della vita. Ho passato il periodo in cui avrei voluto cambiare delle cose, ora sono nel momento. Dovendo dire, inizierei prima a occuparmi di cose importanti, cioè ho passato molti anni della mia vita a occuparmi di cose che adesso vedo con occhio un pochino scettico; cercherei di essere prima sulle cose che contano. Se avessi iniziato a occuparmi di questo tema dieci anni fa la situazione sarebbe stata meno grave. Credo che le donne della mia generazione abbiano una grande responsabilità, soprattutto quelle che si occupavano della questione femminile, che erano nei movimenti. Abbiamo seguito prepotentemente il modello maschile, abbiamo seguito il neoliberismo e non ci siamo fatte domande. Dovremo fare i conti con tutto questo, non possiamo tirarcene fuori. Siamo responsabili. Quando sento parlare del premier come della fonte di tutti i problemi italiani mi viene da sorridere, chiaramente la situazione italiana è così perché qualcuno ha anche permesso che fosse tale. Penso che la mia generazione debba fare i conti con il momento che viviamo oggi. È fondamentale rendere noto questo discorso che stiamo facendo oggi, dire alle ragazze e ai ragazzi che esiste altro, altrimenti saremo doppiamente responsabili.

Cosa è oggi per lei il femminile?
Ho un'idea piuttosto alta del femminile. Agire oggi al femminile è prendersi cura della terra e del suo sviluppo. Trovo che seguire questo modello maschile senza più guardare al contenuto sia assolutamente perdente, ma non perché sia brutto il modello maschile, sono da superare queste visioni, queste rivalità. Micheal Moore in un'intervista non troppo tempo fa ha detto: «uno dei motivi per essere femministe oggi è che il modello maschile che abbiamo seguito finora non ha funzionato. Proverei quello femminile». È vero! Anche gli uomini reclamano il nostro contributo nello sviluppo sostenibile del mondo. Ci sono problemi tali... lo scorsoottobre ero alla conferenza mondiale delle donne a Praga ed ero sconcertata dal fatto che si applaudiva alla nuova amministratrice delegata di una grande multinazionale, sua nuova top manager e mi chiedevo: è questo che vogliamo? Prendere il potere all'interno di aziende che stanno creando disagi enormi in molte parti del mondo? Guardo a molte donne indiane leader che stanno portando avanti un modo di espressione del femminile decisamente alto. C'è una donna presidente di uno stato indiano Pratibha Devisingh Patil, non giovane, donna, presidente di uno stato indiano e nel discorso di insediamento anziché seguire un discorso maschile - un lessico, circollocuzioni maschili - ha detto: «noi donne dobbiamo renderci responsabili dello sviluppo sostenibile della terra». Credo che oggi sia urgente in Italia risolvere e togliere di torno queste rappresentazioni di cretinaggini televisive perché è venuto il momento per noi di occuparci di cose importanti per il bene nostro e degli uomini.
Le buone pratiche ci sono, bisogna soltanto diffonderle.

(dal n. 1/2010, pp.40-44)

responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015