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Dalla Cina. L'impero del socialiberismo

Ovvero quando il dragone si accorge che invece che su una sedia di legno è meglio sedersi su un divano di pelle (finta)

di Indra Galbo

Un viaggio in Cina, per noi europei, è un viaggio verso qualcosa che sentiamo lontano sia dal punto di vista linguistico che culturale. È una di quelle esperienze che ti fanno guardare dentro e ti pongono solo domande alle quali difficilmente riesci a dare subito una risposta. Da questo punto di vista il mio viaggio non ha fatto eccezioni. Ai primi giorni di euforia e curiosità sono seguiti lunghi momenti di riflessione, di analisi, di dubbi.
Prima di partire ero felice all'idea di avere come destinazione Xi'an in quanto pensavo che, a differenza della Pechino delle Olimpiadi o della Shanghai dei super grattacieli, fosse ancora un po' salvaguardata dalla macchina globalizzatrice che sta portando la Cina ad essere vittima e carnefice di questo sistema. Invece già percorrendo il tragitto dall'aeroporto alla città, vedendo una moltitudine di fabbriche alle quali seguivano interminabili filoni di case popolari, mi sono reso conto che anche Xi'an, così come altre importanti città, è nel bel mezzo di quella che il Partito Comunista Cinese afferma essere una rinascita economica, ma che in realtà sta producendo, in proporzioni maggiori, le stesse disuguaglianze sociali che già possiamo vedere nel resto del mondo. Ma facciamo un breve passo indietro.
Dal 1978, dopo la morte di Mao (1976), il PCC abbandona l'ideologia marxista-leninista in favore di una nuova da esso creata e chiamata socialismo cinese che afferma di poter coniugare il comunismo con l'economia di mercato. Qui inizia quello che può definirsi un vero e proprio caos politico-sociale in quanto, convinzioni politiche personali a parte, è semplice capire che questa sorta di ibrido socio-economico in realtà è una vera e propria menzogna. Con le promesse di ricchezza, di prosperità e di sicurezza, in Cina è stata operata la più meschina operazione di ingegneria politica del dopoguerra caratterizzata da interpretazioni alquanto distorte sia dell'ideologia marxista sia, in forma minore, di quella liberista.
Ma cosa hanno di distorto questi due modelli ormai fusi nella realtà cinese? Per quanto riguarda quello marxista c'è da dire che i cinesi lo studiano fin da piccoli a scuola, ma il fatto incredibile è che lo apprendono senza studiarne l'autore principale: in sostanza analizzano il pensiero marxista-leninista senza studiare Marx. Anche un bambino comprenderebbe che la cosa è alquanto strana: è un po' come studiare la matematica senza saper contare. Ovviamente ai futuri cittadini non viene spiegata né l'equazione merce-denaro-merce che nel sistema capitalistico diventa denaro-merce-denaro, né il concetto di alienazione dell'operaio e nemmeno l'impossibilità dell'avvento di un sistema capitalistico a seguito di una rivoluzione popolare. Si studia quindi un pensiero politico distorto adattabile alle esigenze del momento storico che però di comunista ha ben poco. Per quanto riguarda il modello liberista la sua distorsione riguarda fondamentalmente la sua negazione: sulla carta la Cina è un paese comunista non liberista. Negando ciò la classe dirigente e imprenditoriale può così usufruire di tutti i vantaggi economici del nuovo capitalismo senza però essere obbligata a rispettarne gli obblighi che comporta.
Cosa comporta questa mescolanza di sistemi politici? Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: condizioni
di lavoro atroci e pericolose, repressione, controllo dei media, sfruttamento indiscriminato delle risorse, inquinamento, autodistruzione della propria identità culturale, pena capitale ed uno stato sociale praticamente assente.
A volte viene istintivo pensare come sia possibile che la popolazione possa vivere con delle condizioni come queste; questo però è un falso problema in quanto la popolazione, intesa come corpo sociale, non riesce a percepire queste conseguenze come eventuali cause di problemi rilevanti, bensì vede questo come un periodo di passaggio, una sorta di fase transitoria che li porterà ad un futuro prospero e felice. Questa futura prosperità sembra già essere la protagonista se si fa una chiacchierata con un qualsiasi cinese: le prime tre domande che vi verranno fatte saranno 1) come ti chiami 2) da dove vieni 3) quanto guadagni. Infatti, un'altra cosa che è cambiata in Cina negli ultimi due decenni è la percezione della funzione del denaro all'interno della società: il modello consumistico obbliga inevitabilmente ad una interpretazione della realtà diversa dal passato perché diverse sono le modalità e gli scopi di utilizzo della moneta.
C'è chi afferma che l'avvento del modello liberista porterà con sé anche uno sviluppo democratico e politico, ma questo appare alquanto improbabile in quanto è opportuno ricordare che la Cina è coinvolta in questo processo da una ventina d'anni e di riforme democratiche e diritti ancora non se ne è vista l'ombra. Si potrebbe completare questo pensiero dicendo anche che forse tutto ciò fa comodo e fa parte del gioco. Se infatti da noi determinati diritti e tutele per i lavoratori sono stati conquistati al prezzo di dure lotte politiche e sociali e si è quindi tenuti a rispettarli, è facile per un imprenditore spostare mezzi di produzione e capitali dove queste tutele non ci sono.
In Cina, quindi come abbiamo detto, non si sta sviluppando un sistema completamente nuovo e originale, ma un ibrido di due modelli socio-economici. Parlando in termini rousseauniani questo processo porta ad uno sdoppiamento sia della società che dell'individuo: da un lato la volontà generale che si identifica sostanzialmente in una volontà del governo di gestire la massa promettendo una prosperità difficile da ottenere per tutti, dall'altro la volontà del singolo che porta a sviluppare un livello di individualismo imparagonabile a qualsiasi altra realtà in quanto proprio abbinato ad una volontà di massa e per questo in grado di sviluppare conseguenze culturali che probabilmente riusciremo a toccare con mano tra qualche decennio.

(dal n.1/2008, pp.40-41)

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responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015