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Giorgio Celli. La mimosa è furba come una volpe!

di Federica Martellini

Il suo impegno scientifico riguarda prevalentemente gli insetti e le api in particolare. Ho letto un suo recente articolo in cui propone una suggestiva analogia fra l'istinto per la parola che il semiologo Noam Chomsky ipotizza come inscritto nel patrimonio genetico dell'uomo e l'istinto delle api foraggiatrici ad apprendere e utilizzare una particolare grammatica di movimenti. In quanti modi comunicano gli animali? E noi, che usiamo ormai quasi esclusivamente la dimensione verbale, cosa ci siamo persi per strada?
Si può fare una distinzione, nell'ottica di una semiologia un po' selvaggia direi, fra il linguaggio degli animali che è fatto di segnali e il linguaggio degli uomini che è fatto di segni. La differenza sta nel fatto che gli animali non comunicano fra loro cognizioni ma emozioni. Mi spiego meglio: immaginiamo un gruppo di uccelli alla pastura in un prato: uno di essi vede un falco, lancia un grido di allarme e tutti fuggono. Se avesse visto un gatto più o meno il grido sarebbe stato lo stesso e tutti sarebbero fuggiti. Quindi cos'ha comunicato l'uccello sentinella agli altri? Ha comunicato la paura del falco, quindi un'emozione. Se invece un gruppo di cacciatori preistorici nella savana vede arrivare un leopardo, uno di essi grida «leopardo» comunicando in questo modo una cognizione: nella mente di tutti si forma l'immagine di un leopardo e non per esempio di un leone oppure di uno struzzo. Poi certamente la voce dell'uomo può essere impregnata dell'emozione di aver visto un leopardo, ma non è questo che conta in quella comunicazione. Noi uomini poi in principio avevamo anche un ricco apparato gestuale, che è quello che possiamo riscontrare anche nelle scimmie antropomorfe: espressioni facciali, gesti con le braccia e suoni (vocali ma non verbali) che comunicano emozioni. Il linguaggio gestuale è stato superato dal linguaggio verbale ma non è stato mai del tutto abbandonato: tutti noi gesticoliamo mentre parliamo e ci sono popoli ed etnie che gesticolano in modo addirittura spettacolare.
Bisogna ricordare poi che le parole, e cioè i suoni che indicano una certa cosa, sono arbitrari ed è questa la ragione per cui esistono le lingue. Per noi il suono di "cane" significa cane, ma per i francesi il cane è indicato dal suono "chien", per gli inglesi dal suono "dog", per gli spagnoli dal suono "perro" e così via... Questo legame, essendo arbitrario e non legato a nessuna ragione biologica, è una classica creazione umana, una convenzione che i popoli hanno creato nel corso della storia; per cui esistono le lingue perché popoli di diverse aree geografiche hanno deciso per convenzione di utilizzare suoni diversi per indicare la stessa cosa. Anche nel caso degli animali esistono dei "dialetti", che sono delle piccole variazioni. Si sa ad esempio che uccelli della stessa specie di aree geografiche diverse introducono delle minime variazioni nei suoni istintivamente ereditati. Ad esempio quando a Roma si è voluto combattere il fenomeno degli storni che si posano sugli alberi al tramonto si è utilizzato un mezzo speciale di zoosemiotica: venivano trasmessi da una serie di altoparlanti dei richiami di angoscia che facevano fuggire via in massa gli uccelli. Poi si è scoperto che il grido trasmesso inizialmente, che proveniva da una registrazione fatta in Svizzera, era meno efficace del grido registrato da uccelli autoctoni. Per quanto riguarda le api c'è invece questa singolare danza, che è l'elemento fondamentale della loro comunicazione. La cosa curiosa che è stata osservata è che nelle api c'è addirittura la comparsa, unica nell'animalità, di un elemento cognitivo: e cioè in questa danza l'ape compie un numero di giri attraverso il quale indica la distanza del cibo (ad esempio di un campo fiorito con molto nettare) e si muove tanto più velocemente quanto più il cibo è vicino e, dal numero di giri che fa, si deduce con una certa approssimazione, molto forte, la distanza del cibo. Ora questi giri non hanno nessun rapporto biologico con la distanza e quindi costituiscono un codice e il codice presuppone che ci sia stata una convenzione e cioè che - lo dico in termini grossolani - le api si siano messe d'accordo sul fatto che un determinato numero di giri indica una determinata distanza. Come sia avvenuta la formazione di questo elemento cognitivo nel linguaggio delle api resta tuttora un mistero e finora il tentativo di ricostruirne la filogenesi ha dato scarsi risultati.

L'anno scorso si è aggiudicato il premio Pulitzer il romanzo Anthill del biologo e naturalista statunitense Edward Wilson. Un caso letterario che attraverso l'epica narrazione delle "cronache dal formicaio" ci svela i segreti di società assai più complesse e articolate di quanto comunemente si possa pensare e che al tempo stesso ci dice molto delle nostre società, spesso cieche di fronte al fatto che siamo tutti (i singoli e le collettività) parte di ecosistemi più grandi, che è sciocco pensare di poter dominare, ma nei quali al contrario dobbiamo imparare a giocare bene il nostro ruolo. Quanto siamo distanti oggi, secondo lei, dalla consapevolezza di questa dimensione?
La società delle formiche è ancora in larga parte sconosciuta, perché è una società di immensa complessità e allo stesso tempo di difficile osservazione dal momento che la maggior parte delle formiche vive in nidi sotterranei. Mentre nel caso delle api l'invenzione nel Settecento, da parte del reverendo svizzero Spitz, di una parete a vetro dell'arnia è stata la chiave di volta per arrivare ad una conoscenza piuttosto approfondita, per quanto riguarda le formiche ad esempio non sappiamo ancora quale sia il sistema di comunicazione. Si pensa che sia basato in parte su un sistema di stridulazioni ottenute dallo sfregamento di varie parti dell'esoscheletro e si sa poi certamente di una comunicazione chimica che ha un ruolo molto importante: ogni formica quando va a raccogliere il cibo sul territorio segna la pista con i feromoni e cioè dei segnali odorosi che creano una sorta di indicazione stradale olfattiva fra il formicaio e il cibo. Anche questa forma di comunicazione tuttavia non può coprire tutte le necessità all'interno di una società così complessa. Sappiamo quindi che esiste un linguaggio, in gran parte ancora da scoprire e che persino il grande Wilson, che è probabilmente il più grande mirmecologo vivente, è riuscito appena ad intuire.
Ci sono poi una serie di indizi che fanno pensare ad una attività mentale in questi insetti, e dico mentale in senso proprio. Ad esempio quando un formicaio decide di depredare un altro formicaio delle sue risorse granarie manda il giorno prima della guerra degli esploratori, dopodiché si svolge l'invasione. Nelle formiche si verifica poi il fenomeno dello schiavismo. La società delle formiche si divide in diverse caste: ci sono i soldati che sono provvisti di mandibole piuttosto forti e sono solitamente più grandi e poi ci sono le operaie. Parlo al maschile ma sono in realtà tutte femmine.
I maschi compaiono soltanto al momento degli amori, sono volanti, sciamano in grande numero, raggiungono le femmine, anch'esse alate, nel volo dove la regina viene fecondata. Subito dopo si stacca le ali e fonda un nuovo formicaio, mentre il maschio muore. La vita e il metabolismo generale del formicaio viene poi gestito dalla regina che depone le uova, dalle operaie che fanno tutti i lavori necessari, compreso l'allevamento delle larve, e dai soldati che difendono il formicaio. Si tratta di caste ben distinte ed altamente specializzate. Ci sono però dei casi in cui un formicaio può perdere le operaie. Allora i soldati invadono un formicaio di altra specie, rubano le larve prima ancora che escano dal bozzolo, le portano nel proprio nido e quando queste escono dal bozzolo hanno il fenomeno di imprinting, cioè riconoscono nelle formiche del nuovo formicaio le proprie sorelle e serviranno in questo formicaio come schiave operaie. Quindi lei vede che un fenomeno come lo schiavismo si verifica anche nella società delle formiche. E ci sono moltissimi altri fenomeni misteriosi. Si è osservato anche che alcune formiche, in determinati periodi, si radunano in certe sale interne del formicaio, dove non si sa bene se celebrino un rito o una riunione politica...
Se paragonata alla nostra società è una società diversa, perché non ha la tecnologia, non possiede il fuoco, ma è tuttavia dotata di grande complessità.

Uno degli ultimi libri che ha dato alle stampe (Le piante non sono angeli. Astuzie, sesso e inganni del mondo vegetale, Baldini e Castoldi, 2010) è dedicato al mondo vegetale. Contrariamente al luogo comune lei ci suggerisce che le piante non si limitano a vegetare e, attingendo a Darwin e ad altri grandi naturalisti del passato, propone interrogativi e ipotesi suggestive sull'intelligenza delle piante. Anche il corpo delle piante, sente, capisce, ricorda, comunica, rielabora?
Sì, in effetti negli ultimi venti anni si è cominciato a sospettare che effettivamente le piante non fossero quelle che si era sempre creduto e cioè delle creature passive. Io direi che questo mio libro cerca di far luce su quella che potremmo chiamare l'etologia delle piante. Ma se esiste un'etologia delle piante bisogna chiedersi: le piante si comportano? Ebbene sì, le piante si comportano. Questa è la teoria del libro. Le faccio solo alcuni esempi. Se lei si siede vicino a un ceppo di vite e lì c'è un viticcio che sporge, lei vedrà che questo rametto lentissimamente si muove in circolo perché va a cercare un tutore a cui aggrapparsi, che è il suo destino. Quindi potremmo dire che si muove con un'intenzione. È possibile dire questo? Certo si tratta di un linguaggio antropomorfo, ma come dirlo diversamente? Intende trovare un supporto a cui reggersi. Allo stesso modo se lei semina al limite di un campo una cuscuta, che è una pianta parassita che vive succhiando le altre e che per questo si avvolge alle piante, e al centro del campo mette una bacchetta di vetro, che è neutra e non emette alcun odore, vedrà che la cuscuta tende a crescere verso la bacchetta di vetro. E se viene spostata la bacchetta, la cuscuta sposta la propria rotta. Come fa a "vederla"? Non si sa bene, ma di certo ha un'intenzione: quella di raggiungere quella bacchetta per aggrapparsi.
Poi naturalmente quando scoprirà che è una bacchetta di vetro si scioglierà di nuovo perché ha bisogno di una pianta vivente da succhiare, perché è come un piccolo vampiro vegetale. C'è poi il caso clamoroso della mimosa sensitiva. Se lei la tocca le foglioline si piegano all'indietro, come sfuggendo. Ora se l'operazione viene ripetuta più volte la mimosa sensitiva reagisce sempre meno, finché alla fine non reagisce affatto. Quindi è in grado di apprendere. Apprende che non c'è rischio. Oppure si stanca, per così dire, come succede anche a noi quando premiamo un dito ripetutamente e a un certo punto perdiamo la sensibilità. A tutto questo si aggiunge il fatto che le piante, quando non si muovono veramente, come le piante superiori che sono radicate al suolo, hanno scelto, per risolvere il problema della diffusione sul territorio, di fare delle alleanze. Ad esempio ci sono dei semi intelligenti che hanno scelto di allearsi con le formiche carnivore e hanno creato sulla propria superficie una sorta di escrescenza che ha un sapore di insetto, per cui le formiche si avvicinano e, mangiando questa parte, diffondono il seme. I fiori invece stringono alleanze con le api e gli altri insetti che portano in giro il polline e quindi consentono alle piante di rompere la barriera della consanguineità. Clamoroso è il caso di alcune orchidee del genere Ophrys che mettono in atto un triplice inganno: di natura visiva perché il fiore ha una forma che somiglia a quella di un insetto, di natura olfattiva perché emette un odore simile a quello della femmina dell'insetto e di natura tattile perché l'orchidea porta una peluria che comporta l'illusione tattile dell'insetto maschio che vi si avvicina per copulare.

Il suo lavoro di divulgazione è anche molto legato agli animali domestici, ai gatti in particolare. Innumerevoli sono i titoli che ha pubblicato in materia. Cosa ci insegna di noi umani il rapporto quotidiano con gli animali?
Penso che sono moltissime le cose che possiamo imparare da loro. Innanzitutto il rispetto e l'affetto che si deve a creature che amano e soffrono, che sono capaci di memoria e di gratitudine e che hanno quindi delle possibilità che sono quelle degli esseri umani. La prima cosa quindi è imparare a riconoscersi un po' in loro. In secondo luogo uno dei grandi messaggi degli animali, soprattutto per i bambini, è che la diversità non è un pericolo ma può costituire un modo per allargare la nostra natura umana, nel senso che la civiltà e l'etica dovrebbero promuovere. Io dico sempre che amare gli animali significa diventare più uomini. Per fare un esempio: i bambini piccoli di fronte a uno sconosciuto, soprattutto se vestito diversamente, con una pelle diversa, nascondono spesso il volto sulla spalla della madre, perché per loro tutto ciò che è diverso può costituire un pericolo. Se invece gli si regala un animale e gli si insegna che non è un peluche ma un amico, che può avere le paturnie, che può desiderare di giocare o anche di non giocare, lui scoprirà che quella creatura così diversa è in realtà molto simile a lui e capirà che la diversità non è qualcosa da temere ma da esplorare. Sarebbe la nascita della tolleranza e della tolleranza in questo periodo storico ne abbiamo un gran bisogno.

Periodicamente ritorna il dibattito sugli zoo (o bioparchi come ormai si preferisce chiamarli). Perché ci piace così tanto vedere e far vedere ai bambini leoni e giraffe in cattività mentre a volte non sappiamo più distinguere un serpente da una vipera, un coniglio da una lepre? Oggi che la tecnologia ci consente di vedere dei meravigliosi documentari in 3d hanno ancora un senso gli zoo?
Sugli zoo io ho delle tesi che vengono considerate eretiche. Qui ci si divide fra chi pensa agli animali scientificamente e chi pensa agli animali emotivamente, o meglio soltanto emotivamente. Io penso agli animali scientificamente, ciò naturalmente non esclude che li ami, provo per loro una grande tenerezza e mi sento in grande confidenza (adesso ad esempio ho qui in braccio la mia gattina Nera con la quale tutte le mattine gioco non appena mi sveglio). Non dimentico però di essere un etologo e per questo quando mi si dice che uno gnu, che abbia a disposizione uno spazio molto vasto, dell'erba, dell'acqua e dei luoghi in cui rifugiarsi, soffre perché pensa alle savane dell'Africa da cui è stato sottratto, penso che sia una cretinata, oltre ad essere sbagliato da un punto di vista scientifico. Significa voler leggere gli animali come non sono. L'animale non sogna le savane dell'Africa, l'animale è legato al proprio personale benessere. Ieri ho visto il filmato di alcuni scimpanzé in uno zoo nelle vicinanze di Amsterdam dove hanno addirittura un bosco a propria disposizione: ecco io dico che quegli scimpanzé vivono lì felicemente, senza sognare le savane dell'Africa, dove peraltro vengono perseguitati e uccisi.
Io sono contrario a tutti gli zoo che sono attualmente in Italia, perché sono zoo che non assicurano il vero benessere degli animali, però devo anche dire che gli zoo assolvono un'importante funzione perché io stesso, lo confesso, sono diventato un naturalista andando da bambino allo zoo di Roma. Vedere gli animali in video non equivale a vedere gli animali nella realtà: essere fissati da una tigre, sentire il suo odore, essere presenti alla sua corporeità non equivale a vederla in video. Il video rassicura, diverte, ma vedere veramente una tigre turba, suscita emozioni profonde di natura corporea, non solo intellettuale, fa provare i brividi. La comunanza con gli animali e l'amore per gli animali si alimentano di una conoscenza e di un rapporto che non può essere costruito solamente attraverso i fantasmi visivi che vediamo in video e per questo penso che gli zoo abbiano una loro utilità nella formazione naturalistica dei giovani. Io vorrei che si facesse da noi uno zoo come quello di San Diego. Un solo zoo per tutta Italia in cui gli animali abbiano ampi spazi, dove ci sia la possibilità di osservarli e che sia ovviamente alimentato da animali allevati in cattività oppure soggetti a dei prelievi scientifici. Quindi io non sono, su questo punto, radicale.
Poi sul fatto che questi animali possano essere, rispetto a quelli che vivono la vita selvaggia, sacrificati... be' possiamo pensarli come dei messaggeri di quegli altri, perché anche gli altri vengano rispettati, perché si impari l'amore per gli animali. Spesso quando esprimo questa mia posizione vengo coperto di contumelie da parte di quelle persone che pensano che lo gnu sogni le savane. E si tratta spesso delle stesse persone che tosano il cane in inverno per portarlo in giro con il cappottino e il cappellino o che lo proteggono dalla pioggia con l'impermeabile, senza considerare che quella bestia si vergogna come un cane! Ecco tutti gli atteggiamenti che si fondano su questo tipo di mentalità andrebbero combattuti. Gli animali sono animali, conoscere la loro etologia è necessario per vivere con loro secondo un certo benessere reciproco. Questo è un punto cruciale.

L'8 novembre scorso il parlamento europeo ha approvato una nuova normativa sulla vivisezione, che attraverso l'introduzione di una serie di deroghe consentirebbe l'uso di cani e gatti randagi e persino di primati nelle sperimentazioni mediche. Le associazioni animaliste sono insorte. Qual è la sua posizione?
Penso che sia una normativa assolutamente iniqua. Anche se bisogna tener conto che il caso della vivisezione è, a mio parere, un caso di coscienza. Ritengo che la vivisezione non debba essere praticata mai per scopi di carriera scientifica oppure di cosmetica, come spesso invece viene fatto. Il novanta per cento degli esperimenti di vivisezione non ha senso, obbedisce a criteri puramente economici ed è quindi ignobile. La seconda cosa che voglio dire tuttavia è questa: c'è una sottintesa ipocrisia in chi sostiene che la vivisezione non è assolutamente necessaria. Ad esempio il vaccino di Sabin contro la poliomielite, è stato testato sulle scimmie, perché solo le scimmie possono ammalarsi di poliomielite. Ecco penso che in questi casi la vivisezione diventi un caso di coscienza. È giusto sottoporre gli animali a delle torture per garantire la vita e la salute degli esseri umani? Qui ciascuno risponde nella propria cameretta. Bisogna però stare attenti all'ambiguità di fondo sottesa alle posizioni più radicali. Quante persone che sono contro la vivisezione quando poi si ammalano usano farmaci che sono stati testati sugli animali? Tutti coloro che fanno il vaccino per la poliomielite ai propri figli ammettono che la vivisezione in questo caso è stata legittima. Io devo dire però che il pensiero che si torturino dei cani e dei gatti, soprattutto, nel loro caso, per la ricerca sulle malattie del sonno, mi angoscia. Forse le cose potrebbero esser fatte così: si potrebbe istituire una commissione dove ci siano degli scienziati ma anche degli animalisti e che dovrebbe decidere di volta in volta, caso per caso, e non seguendo norme generali, se la vivisezione sia davvero necessaria.

dal n. 1/2011, pp.43-46

responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015