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Fabrizio Gatti. Sulla propria pelle

di Anna Lisa Tota

Ho l'impressione che il tuo lavoro abbia molto in comune con il lavoro di un antropologo. Giornalisti che fanno questo mestiere con questa passione e interesse ce ne sono pochi.
Non ritengo di fare un lavoro accademico, però sicuramente riprendo un metodo di lavoro fondamentale dell'antropologia, che è l'osservazione partecipante. È una prospettiva insostituibile ed è ciò che tra l'altro ha dato uno sviluppo completamente diverso all'antropologia stessa, perché l'ha sganciata dai pregiudizi anche culturali, l'ha portata a guardare la realtà con i propri occhi. Indubbiamente il genere giornalistico del reportage viene da quell'esperienza.

Sì, è vero, ma mi sembra che l'osservazione partecipante come la fai tu, la facciano in pochissimi. Tu ti sei messo a fare il clandestino per vedere come vivono i clandestini, rischiando anche molto.
Sì, questo è vero. Ma non ritengo di fare un lavoro eccezionale, semplicemente ho applicato quello che ho imparato dalla cronaca su temi che vanno ben al di là dei confini nazionali e in questo caso si tratta del tema delle migrazioni. Il mio lavoro è andare sul posto e vedere quello che succede. L'ho fatto da cronista di nera per tanti anni, in Italia, a Milano. Quando si è trattato di andare a vedere quello che succedeva nel Sahara, l'ho fatto lì. Non c'è differenza tra il giro di telefonate che fa un cronista che viene a sapere che c'è stato un fatto e va a vedere la dinamica di questo fatto e le indagini di un inviato; l'unica differenza è il viaggio, il lavoro itinerante. D'altronde è una dimensione imprescindibile se si vogliono raccontare i fatti standoci dentro. Questo è ciò che faccio. Forse è anche un modo romantico, come qualcuno mi ha fatto notare. Secondo me l'aspetto romantico si esaurisce al momento della scelta per poi tornare nel momento della scrittura. Quando scelgo questo strumento è così. Poi per il resto è un lavoro drammaticamente tecnico.
Si tratta di studiare il più possibile, per quanto se ne sappia, anche perché spesso non ci sono informazioni; è necessario acquisire informazioni del territorio, del fenomeno e andare a vedere, ben sapendo anche i propri limiti e i rischi che poi ci sono in un lavoro di questo tipo.

Quindi ti prepari esattamente come facciamo noi quando facciamo etnografia, acquisisci tutte le informazioni possibili in modo da conoscere la realtà con la quale vuoi entrare in contatto. Anche perché poi queste ti aiutano a evitare di esporti inutilmente a dei rischi.
Sì, questo è il viaggio. Per esempio, quando ho preparato il viaggio nel Sahara, l'ho fatto di notte, cercando di conciliare il più possibile il mio interesse personale con il lavoro diurno che a quel tempo facevo. Mi ricordo che studiando mi resi conto che a parte la zona nei dintorni di Agadez, che è la porta del deserto in Niger, non esistevano informazioni precise. C'era qualche rotta turistica, diari di viaggio che si trovavano su internet, ma mancava tutto il resto del viaggio nel Sahara. Avevo una grossa preoccupazione. Ho studiato geologia quindi riconoscevo i luoghi dove potevano esserci passaggi, ma ancora non avevo intervistato nessuno dei protagonisti del viaggio. La domanda fondamentale è stata: se migliaia di persone arrivano al Mar Mediterraneo e decidono di imbarcarsi su barche che sono destinate ad affondare, perché non rifiutano e tornano indietro? Una risposta già me la davo. Le condizioni del viaggio nel deserto sono bestiali, è una sorta di morte da vivi, come poi l'ho vissuta. Si consegna la vita ai trafficanti e la si riprende poi. Ma anche una volta arrivati a destinazione le umiliazioni e lo sfruttamento continuano. Questa era la grande domanda. Certo, avrei potuto risolvere la questione facendo delle interviste ma, limitandomi all'intervista, l'impatto del messaggio sarebbe stato meno efficace, sia come spazio sul giornale sia come riscontro da parte dei lettori. L'intervista avrebbe dato uno spaccato del viaggio piuttosto viziato, sotto diversi punti di vista.

Quali?
Il protagonista del viaggio non vuole far conoscere le umiliazioni subite: per esempio a me è capitato che alla questura di Lodi, quando sono stato preso come romeno per lavorare a Milano, la polizia, violando le norme del rispetto delle persone, mi ha fatto una perquisizione corporale che ha comportato addirittura un'ispezione anale. Le violenze da me subite come giornalista io le racconto, mentre magari un altro le nasconde oppure pensa che sia normale che accada tutto questo. Anche questo in qualche modo diversifica la soglia del protagonista del viaggio da quella che potrebbe essere la nostra. Ecco perché secondo me la guerra in Iraq agli italiani dovrebbe essere raccontata da un giornalista italiano: quando un giornale italiano compra un pezzo da un giornale americano, è vero che informa, ma mette ai lettori italiani gli occhiali di un giornalista americano. Questo è un meccanismo che secondo me è molto delicato; è vero, siamo nell'era dell'informazione globalizzata, leggiamo giornali stranieri, va benissimo, però non c'è meglio di un italiano per raccontare agli italiani, perché siamo comunque ingabbiati nella nostra storia collettiva e le categorie di valutazione sono molto diverse.

Che cosa pensi delle linee programmatiche sull'immigrazione del ministro Maroni? Hanno suscitato molte controversie nel dibattito politico italiano.
Guarda c'è un autore che tu conoscerai benissimo che è Slavoj Zizek. Egli ha fatto una serie di studi sulla caduta degli ideali dell'Ottocento, che poi sono stati i binari della nostra società europea. Una democrazia ha bisogno di una legittimazione popolare, ma caduti gli ideali dell'Ottocento che hanno dato anima alle democrazie del Novecento, resta una scorciatoia molto rapida ed efficace per ottenere consenso che è quella della paura. D'altronde per costringere dei cittadini a rinunciare a una domenica al mare per andare a votare dei signori che in qualche caso hanno precedenti penali, in qualche altro sono dei falliti in alcuni settori, in altri sono delle persone con una preparazione notevole, bisogna dare una motivazione molto forte. Quella motivazione non è più la solidarietà perché da un punto di vista economico ha vinto una parte che ha debellato le strutture solidali e da un punto di vista politico magari ci sono persone che negli anni Settanta sarebbero state accusate di xenofobia. Quale persuasione utilizzare? La paura è uno strumento formidabile, fa muovere la gente e riscuote consensi, mancando alternative valide. Ora sarebbe interessante vedere perché mancano quelle alternative. C'è una grande campagna politica e mediatica basata sulla sicurezza, nella quale si identifica una parte di cittadini in base al loro status di nascita o etnico come un pericolo per la società, proponendo una serie di provvedimenti e contestualmente varando leggi che prevedono la sospensione di due anni per i reati commessi prima di un certo periodo: mi sembra una grossa contraddizione.
Ora è chiaro che in certi momenti entra in gioco la preparazione civica di ciascun cittadino e questo è un aspetto che io da giornalista devo considerare per valutare la portata del mio lavoro. Sono profondamente convinto che sia un inchiesta giornalistica sia un libro abbia due autori: chi li scrive e chi li legge. Il ruolo civile di chi legge può essere più importante e determinante di chi scrive. Ho profonda paura degli autori che dicono di scrivere perché vogliono cambiare il mondo, perché mi chiedo se queste persone siano in grado di rivalutare la propria posizione; si corre il rischio di diventare un fanatico di quell'argomento e dal momento che raccontare e informare è già abbastanza difficile ritengo che il cambiamento è meno pericoloso rispetto all'altro, è auspicabile che ci siano più persone coinvolte, poi magari la persona che scrive ha avuto una grandissima intuizione e tutti seguono quello che lui ha scoperto. Mi fido dei giornalisti che riconoscono i propri limiti e mi spaventano le persone che affermano di poter cambiare lo stato delle cose da soli.

È straordinario che proprio tu affermi questo pur scrivendo dei pezzi che hanno esiti, come il tuo pezzo su Lampedusa: se ci sono stati degli articoli che hanno suscitato un grande clamore sono stati i tuoi.
Lampedusa dopo la mia esperienza è stata migliorata, è stato introdotto un osservatore terzo dall'OIM, che ha funzionato da deterrente per quegli abusi che avevo denunciato. Lampedusa è importante ma è un fatto particolare, molto localizzato. Più in generale, siamo tutti d'accordo che il multiculturalismo si declini in interculturalità: ecco, a Lampedusa la mediazione culturale la faceva una scafista. Mi hanno interrogato tre volte in arabo e io conosco trenta parole di questa lingua. Questi interpreti hanno il compito di stabilire in base all'accento il luogo dove destinare l'espulsione. E qui emerge la cecità multiculturale: nel mio caso l'interprete disse agli agenti che ero sicuramente iracheno perché l'arabo lo parlavo benissimo. Durante l'interrogatorio alle domande che mi faceva e che non capivo rispondevo: «Se Dio vuole». Lei da questo ha capito che parlavo benissimo arabo. Probabilmente avrà spedito egiziani in Marocco, marocchini in Algeria, insomma...Al di là della mia esperienza, credo che molto importante sia il processo che si innesca a seguire; qui entra in gioco la sensibilità del singolo, la capacità di mettere in moto un mutamento dal punto di vista legislativo.
Per esempio quando Bernstein e Woodward scrissero il Watergate, i cittadini americani pretesero le dimissioni di Nixon.
Da noi ci sono organi dello Stato come la magistratura che hanno messo sotto accusa alcuni personaggi e nonostante questo i cittadini riconoscono loro la legittimità di decidere per tutti. Per questo dico che è importante che il giornalista parli con la lingua del suo paese, perché implicitamente entra in gioco la storia di un popolo, i suoi ideali, la sua cultura.

È difficile fare il giornalista in Italia?
Per quanto mi riguarda sto in una realtà splendida, ritengo di aver avuto una grande fortuna, ovvero quella di essere stato messo alla prova. Ho cominciato a scrivere su un giornale locale, poi a vent'anni in un giornale diretto da Indro Montanelli, ero un collaboratore esterno. Dopo tre anni ho iniziato a lavorare come praticante al Corriere della Sera e dopo quindici anni sono passato a L'Espresso. In tutto questo la mia fortuna è stata quella di essere stato messo alla prova. Oggi chi arriva dalle scuole di giornalismo deve vincere una grande competizione con altre persone che sanno fare tutte la stessa cosa. Trovano delle redazioni non nazionali dove non sempre si è a contatto con colleghi di lunga esperienza e quindi in qualche modo non si è messi alla prova, perché quello che vogliono le redazioni non è formarli, ma sfruttarli con stipendi bassissimi e utilizzarli per azioni ripetitive, come fossero in una catena di montaggio. Il giornalismo si basa su molti aspetti che sono solo in parte ripetitivi, si tratta soprattutto di decodificare la realtà. Un altro aspetto importante è quello economico: la precarietà in cui vivono molti giovani giornalisti, io non me la sarei potuta permettere. La mia famiglia non mi avrebbe potuto mantenere a lungo. Non solo, un giornalista con un contratto a tempo determinato non può garantirsi l'indipendenza di pensiero; al contrario, con un contratto a tempo indeterminato può opporsi alle eventuali pressioni dell'editore. Inoltre ritardare l'assunzione a trentacinque anni significa operare una selezione sociale, perché è evidente che a parità di talento, non tutte le famiglie possono permettersi di mantenere un figlio così a lungo. Si viene a formare una casta che è ben lontana dalle altre realtà della società in cui vive e di conseguenza la sua visione perde di veridicità. Si tornerebbe alla situazione giornalistica degli anni Venti, in cui non c'era libertà di informazione. Il compito principale del giornalista è quello di essere gli occhiali della democrazia. Tuttavia non basta essere un giornalista indipendente; è altrettanto importante che lo sia l'editore che per amore della realtà metterà il direttore nella condizione di raccontarla senza vincoli. Altrimenti la realtà sarà viziata. Io sono stato fortunato anche da questo punto di vista.

Rispetto alla condizione degli immigrati, quali sono in Italia gli abusi che subiscono, i problemi fondamentali che devono affrontare?
Innanzitutto dovremmo cominciare a preoccuparci non solo della criminalità, ma anche della burocrazia nei confronti dei cittadini stranieri che vogliono essere in regola. Ogni settimana ventiduemila immigrati richiedono il rinnovo del permesso di soggiorno. Vanno alla posta, inviano la domanda, viene rilasciato loro un cedolino, ma hanno in mano il permesso scaduto. Faccio un esempio: conosco il caso di un senegalese, efficiente assistente alla direzione commerciale di una società in provincia di Pordenone. Gli scade il permesso e fa quello che prevede la legge. Dopo qualche mese la questura lo invita a presentarsi nei propri uffici per gli adempimenti burocratici relativi alle impronte digitali, ma nel frattempo gli è scaduto il permesso e così, non solo rischia di perdere il lavoro, ma è fuori legge pur avendo rispettato i termini previsti. Gli stranieri che non rispettano l'espulsione rischiano fino a quattro anni di carcere, mentre il datore di lavoro solo un'ammenda. Ritengo che per scardinare questa situazione burocratica sia opportuno cambiare la legge e prevedere il carcere anche per il datore di lavoro; in questo modo si eviterebbe di mettere il privato nella condizione di poter sfruttare il cittadino straniero. Nell'attuale sistema non è possibile mettere in regola in tempi celeri e così se si ha bisogno di una colf, di un giardiniere o di altro, si ricorre al lavoro nero.
Ecco perché è importante la responsabilità del lettore, lui insieme a altre migliaia può protestare e fare in modo che la legge cambi.

Perché sei passato dal genere letterario del reportage a quello del libro?
Perché volevo narrare la mia esperienza. Il reportage non poteva rendere adeguatamente l'esperienza emotiva e tutti gli strumenti concettuali messi in campo, come ad esempio, quando durante gli interrogatori fuggivo tra i meandri della logica: era veramente un inseguimento logico usando la lingua o diverse lingue o equivoci dati da diverse lingue. Ed è un esperimento anche di rapporti umani in cui conta l'intercultura e la disponibilità dell'operatore interculturale a conoscere l'altra persona perché se considera la persona un numero è una scocciatura, non capirà nulla e alla fine non si accorgerà che per otto giorni è un giornalista a mettere in crisi il sistema di espulsioni di uno Stato. Potevano scoprirmi in mille modi, ma a loro non interessava, non si ponevano nemmeno la curiosità di capire che avevano di fronte una persona con un esperienza formidabile come tutti quelli che attraversano il deserto e poi il mare. Alla fine, quando da italiano sono stato processato insieme agli altri duecento che erano nel deserto e che avevano perso qualsiasi progetto di vita perché erano state smembrate le loro famiglie, mi sono piuttosto preoccupato, perché non sapevo cosa sarebbe successo di me e mi sono reso conto della mia incapacità a difendermi. Avrei potuto giustificarmi dicendo che nel nostro stato siamo in democrazia e non tutti sono d'accordo con le scelte del governo, che è una scusa che i giornalisti usano molte volte. Ma lì la mia maschera non era caduta per il colore della pelle, perché ero europeo, ma per il concetto stesso della lingua, per il fatto che non c'erano più giustificazioni per dare un senso o una spiegazione a quello che loro stavano subendo e di cui io in qualche modo ero considerato responsabile, perché provenivo dallo stato che aveva chiesto questo. Quindi l'aspetto linguistico è uno strumento fondamentale per chi fa un lavoro di intermediazione culturale.

(dal n. 2/2008, pp.5-8)

responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015