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Emma Dante. In equilibrio stabile sui tacchi a spillo

di Federica Martellini

Tragedia greca, dramma shakespeariano, commedia dell'arte; un po' danza, un po' canto, un po' recitazione, un po' avanspettacolo. Fate e bambole gonfiabili. E l'indispensabile presenza del dialetto siciliano. Le pulle, l'ultimo spettacolo portato in scena dalla regista palermitana Emma Dante, è un po' tutto questo. Un'operetta amorale, come l'ha definita l'autrice, che ci racconta «di peccatrici che credono in Dio».
La scena, di tende, veli e damaschi color porpora, è un bordello, un luogo di peccato e trasgressione ma soprattutto di dolore. Le protagoniste, quattro travestiti e un trans, si muovono in un turbinio di tulle e piume di struzzo, esasperando la gestualità delle vestizioni, dei travestimenti e del maquillage. Rosy, Sara, Moira, Ata e Stellina raccontano storie sofferenti di anoressia, di violenza, di abbandono, di degrado, di famiglie desolate, di solitudine.
E poi ci sono le tre fate - quasi tre Parche - che, guidate da Mab, la loro levatrice, trasferiranno nelle pulle l'essenza femminile. Infine il matrimonio. Il desiderio di Stellina del matrimonio proibito con un uomo che, in un rito barocco e grottesco, carico di tutta la simbologia della cerimonia cattolica, fra fiori e veli bianchi rappresenterà il compimento del viaggio delle protagoniste.

La femminilità, il corpo di donna nel suo spettacolo è un qualcosa che viene ossessivamente ricercato e desiderato dalle protagoniste. La femminilità è un dono, una salvazione?
Sì è assolutamente una salvazione. Ma è anche un ibrido perché non c'è mai una definizione molto chiara del sesso, non si capisce chi è il maschio e chi è la femmina. E questo è un po' il senso del lavoro perché è come se io avessi rimontato queste bambole al contrario e cioè con i pezzi messi anatomicamente nei posti sbagliati generando nel pubblico una difficoltà a capire la natura di questi esseri. La femminilità in realtà in questo spettacolo è solo un pretesto, nel senso che la femminilità non esiste come non esiste una definizione chiara e definita del sesso.

Quindi il discorso sul genere è in realtà un pretesto all'interno dello spettacolo e si tratta piuttosto di un discorso sull'emarginazione?
Certo. Sul fatto che queste creature si sentono emarginate, non si sentono capite, non hanno un posto in questa società. Ma questo al di là del loro sesso, perché secondo me il problema sta a monte. Il problema è che la loro diversità (o meglio quella che viene considerata diversità dalla società) è il loro modo di sentire la vita, la loro sensibilità. Poi il fatto che siano transessuali o che abbiano questo problema legato a un'instabilità di natura sessuale è secondario. Perché sono più importanti i loro problemi riferiti all'anoressia, piuttosto che a un passato legato alla pedofilia, a una famiglia violenta o al desiderio di matrimonio.

E infatti in questo spettacolo ricorrono tutta una seriedi elementi che costituiscono poi un po' la sua cifra stilistica e poetica: la famiglia meridionale oppressiva, le costrizioni, i segreti, la vergogna, una religiosità atavica...
Sì questi temi sono sempre presenti nel mio teatro. È un'indagine sulla quale io metto sempre la lente di ingrandimento. In fondo è sempre un po' lo stesso spettacolo quello che io faccio. I particolari sono diversi ma poi l'umore, la dimensione, l'atmosfera sono gli stessi.

Le pulle pregano, adorano madonne a tinte forti, che indossano strass, pallettes, pizzi, lustrini e piume di struzzo. In questo come in altri spettacoli che ha portato in scena, sacro e profano si mescolano e si confondono, la religiosità è iconizzata in una simbologia solo apparentemente blasfema... Che cosa rappresenta il sacro nella sua drammaturgia?
C'è sempre questa iconografia cattolica che è più che altro una sorta di altarino sempre presente, come lo è nelle case siciliane. C'è sempre questa presenza del Dio, del Cristo, della religione, che però poi di fatto si traduce semplicemente in un arredo della casa. In questo spettacolo in particolare c'è questo desiderio di una delle protagoniste di sposarsi in chiesa per cui la croce e tutto l'arredo sacro diventano un elemento necessario. Ma non c'è niente di blasfemo. Questo matrimonio grottesco è un matrimonio nel quale lei crede profondamente.

Le sue Pulle, queste «creature ambigue e favolose» che camminano sui «tacchi a spillo trovando un equilibrio stabile con la propria morale» cosa raccontano di un'Italia che «non è in grado di accettarle»?
Ci dicono qualcosa che ha a che fare con il loro disagio nell'integrarsi in questa società in cui vivono e sicuramente questo disagio che ci raccontano è abbastanza allarmante. E poi soprattutto ci dicono una cosa che tutti sapevamo ma che facevamo finta di non sapere: esiste questo mondo di persone, che si aggregano fra loro per sentirsi più protette, che sono i transessuali. Questa gente che è in viaggio da un luogo dell'anima a un altro. Queste persone hanno esigenza di farlo questo viaggio e non c'è posto nel mondo per loro perché il mondo non vuole assistere a questa metamorfosi e questo è molto contemporaneo. Le metamorfosi fanno paura e soprattutto sono eticamente scorrette.

Nello spettacolo lei è una sorta di "deus ex machina" sulla scena, incarna la regina Mab (del Romeo e Giulietta shakespeariano), la levatrice delle fate, fata e strega allo stesso tempo, un demiurgo che dirige le voci e i cori, i balli e i dialoghi... È un inedito per lei. Come mai questa scelta?
Volevo ritagliarmi un ruolo che fosse proprio per me. Volevo stare in scena e giocare con i meccanismi della scena. Mi piaceva questa idea di dirigere dall'interno. E questo personaggio che mi sono ritagliata è un personaggio meraviglioso di cui si parla sempre ma non si vede mai nelle opere di Shakespeare. E proprio questo fatto che non si vede mai mi piaceva perché chiaramente Mab non sono io. Mab è chiunque osi usare la fantasia in maniera spropositata ed esagerata. Questo è Mab. Un personaggio che riesce idealmente, e quindi con la fantasia, a materializzare i sogni anche soltanto per quel momento lì in cui noi ce l'abbiamo davanti.

(dal n. 1/2010, pp.45-46)

responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015