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Dalla Palestina. Terra e vita

di Maria Gabriella Gallo

Come tutti anch'io ho sempre sentito parlare di Palestina e di conflitto in Medio Oriente. Ma una cosa è parlarne, un'altra è vedere con i propri occhi. E chi vede racconta. Come ci è stato richiesto fare, a gran voce, da tutti i rappresentanti delle amministrazioni locali che abbiamo incontrato nel viaggio fatto in Palestina nel luglio scorso.
Entrando in Palestina il primo forte impatto è con il muro. Realizzato in pannelli di cemento alti otto metri con tanto di filo spinato, telecamere, torrette d'osservazione e strade di pattugliamento. La sua costruzione è iniziata nel 2002 ed è stato dichiarato illegale già ai primi trecentosessanta chilometri dal Tribunale Internazionale dell'Aja. Ora ne sono stati realizzati settecentosettanta di chilometri, molto più del doppio di tutto il confine della Cisgiordania, e non è ancora finito. Per più dell'80% va oltre la Linea Verde di confine, entrando per ventidue km nei territori palestinesi. Qui la frontiera non è un punto fisso, stabilito, ma un qualcosa in costante movimento, rimodellata in base alle nuove "sicurezze". Il muro è un serpentone mostruoso di cemento che, a guardarlo, blocca il respiro. Circonda città e villaggi, quasi entra nelle case, divide le campagne e persino i cimiteri, isolando tutto e tutti. Un esempio è la città di Qalqilya che ha una sola strada di accesso con tanto di check-point. Subito dopo la realizzazione del muro non si poteva entrare né uscire dalla città, quindi la disoccupazione aveva superato il 70% e i contadini, non potendo più raggiungere i propri campi per lavorarli, sono stati costretti ad abbandonarli. Qualcuno ancora resiste ma deve richiedere un permesso giornaliero per potersi recare ai campi; nel periodo della raccolta delle olive possono ottenere un permesso per un massimo di 30 giorni, ma da rinnovare giornalmente. All'ingresso della città lo scorso anno, è stato trapiantato un ulivo di 2000 anni, sradicato durante la costruzione del muro, ora vivo e vegeto, ribattezzato «simbolo della resistenza». Il muro ha rubato alla città oltre il 40% del territorio. Le fluttuazioni in tutto il suo tracciato indicano ciò che deve passare da una parte, ovvero, porzioni di territorio, risorse idriche, archeologia, storia, economia, colonie e ciò che deve rimanere dall'altra, persone intrappolate. Questo si è ripetuto in tante altre città e villaggi e un po' ovunque la popolazione è stata costretta ad abbandonare campi e case.
È la legge degli assenti: «secondo la normativa, in vigore a tutt'oggi, il proprietario di una terra o di una casa perde ogni diritto se non utilizza o vive in quella terra o in quella casa. La proprietà passa allo Stato». Attraverso l'interpretazione di una legge risalente al periodo ottomano (1858), sulla terra, circa il 40% del territorio della Cisgiordania è stato dichiarato terra di stato. Compresa la cosiddetta terra morta, quella fascia di protezione intorno agli insediamenti che deve rimanere deserta e inutilizzata.
È su questi terreni che sono nate le colonie, nonostante fossero state proibite dalla quarta Convenzione di Ginevra e dai regolamenti del Tribunale dell'Aja ed è per questo che i confini non possono essere stabiliti.
Le colonie, situate su colline strategicamente importanti, sono vere e proprie lottizzazioni complete di tutti i servizi, compresa una fitta rete stradale, realizzata negli ultimi decenni, che ha sottratto un'ulteriore porzione di terra. Le nuove arterie sono state realizzate a uso esclusivo dell'esercito e dei coloni. Sono strade larghe, a più corsie, illuminate e anche arredate con sculture, ovviamente interdette ai veicoli con targhe palestinesi, ai quali sono riservate altre strade, strette e tortuose. Questo uso improprio delle terre ha notevolmente limitato lo sviluppo sia urbano che agricolo, oltre che economico, dei palestinesi. Nei nostri spostamenti abbiamo percorso sia le une che le altre strade, avevamo voglia di sentire e vedere più cose e voci possibili: come quella del governatore di Gerico, la città più antica al mondo, le cui prime testimonianze risalgono a dodicimila anni fa. È anche la città più bassa, si trova a 250 metri sotto il livello del mare: la più ricca della zona di risorse idriche, soddisfa il fabbisogno di un terzo di tutta la Cisgiordania.
L'acqua e l'aria di Gerico, come tutta la valle del Giordano, sono particolarmente ricche di minerali preziosi e l'aria contiene almeno il 7% in più di ossigeno.
Le risorse del fiume Giordano e di tutta la valle sono controllate e gestite dalle autorità occupanti: e ai palestinesi è destinato solo l'8,2% delle risorse disponibili.
La valle del Giordano era considerata il tappeto verde della Palestina est. Oggi il deserto avanza ma è facile vedere delle rigogliose macchie verdi: sono le colonie che captano l'acqua anche a 400 metri di profondità e questo rafforza il luogo comune che gli israeliani sanno coltivare i terreni e i palestinesi no. Con l'acqua tutto è più semplice.
Quindi l'acqua del fiume Giordano è sempre più scarsa e inquinata, vi scaricano i collettori degli insediamenti, le fabbriche, i prodotti chimici dell'agricoltura e una gran quantità è prelevata alla sorgente. Arriva sempre meno acqua nel Mar Morto, situato a 450 metri sotto il livello del mare, che si alimenta del fiume Giordano, e che, di conseguenza, si abbassa di un metro ogni anno.
Ma non è solo la valle del Giordano a soffrire la mancanza d'acqua. Questo diritto è negato in tutta la Palestina: è impedita la costruzione di reti idriche, di pozzi ma anche l'uso di quelli esistenti, oltre allo sviluppo di impianti di riciclo e trattamento delle acque reflue. Gran parte della popolazione vive di agricoltura e pastorizia; dalla coltivazione di grano e cereali alla produzione di formaggi e lana. Il più delle volte sono resi impossibili i lavori agricoli come l'aratura dei campi, perché vengono sequestrati i mezzi per il lavoro, vengono chiuse le strade di accesso, negati i permessi per la raccolta delle olive, potati drasticamente gli alberi. Nei primi otto mesi del 2011 sono stati sradicati, tagliati o dati alle fiamme oltre 6680 alberi.
Alcuni gruppi di beduini sono costretti a vendere parti di gregge per comprare acqua e cibo (anche per gli animali) e non possono più spostarsi come prima ma devono render conto ai coloni. Succede anche che i loro pozzi e i loro pascoli vengano avvelenati con sostanze tossiche: il bestiame muore o si ammala e in questo caso non possono neanche comprare i vaccini. Vivere con pochi litri d'acqua al giorno è molto difficile e mortificante. Come è mortificante quando si passa per le strade dei suq, da Hebron a Gerusalemme, come da Gerico a Nablus, vedere sopra la propria testa tutta una estensione di reti volte a trattenere i rifiuti che arrivano dai piani superiori, buttati giù dai coloni che vi abitano.
In tutta la Cisgiordania non esiste un piano di smaltimento dei rifiuti solidi urbani, né si riesce a pensare a un ambiente come bene comune. Non posseggono terreni da adibire a siti per lo smaltimento dei rifiuti. Questi sono raccolti in grossi contenitori di ferro e di notte bruciati, con un grave inquinamento dell'ambiente e a scapito di un equilibrio naturale. È l'esempio più eclatante dell'interrelazione fra conflitti politici e degrado ambientale.
L'occupazione è umiliante ma l'aspetto più umiliante è la mancanza di libertà. Questo è ciò che si può vedere in Palestina, questo è anche la Palestina. Una terra che seppur cancellata dalle carte geografiche continua a vivere nel suo popolo, che dalla nakba del 1948 ha iniziato a perdere quelli che sono i beni primari della vita. La natura è stata flagellata dalla deviazione dei corsi d'acqua, dalla mancanza di possibilità di coltivazione dei terreni, dal fuoco, dalla realizzazione del muro dell'apartheid, dalle innumerevoli nuove strade realizzate per separare gli uni dagli altri, dalla costruzione di vere e proprie oasi abitate da pochi eletti, contro il deserto che avanza dove vivono i palestinesi e i beduini.

«Su questa terra c'è qualcosa che merita la vita» Mahmud Darwish

(dal n. 3/2011, pp.55-58)

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responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015