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Dall'Argentina. «Aperto per fallimento»

Fabbriche e imprese recuperate dai lavoratori in Argentina

di Leticia Marrone

Il fenomeno delle "imprese recuperate" è una delle tante azioni di risposta sociale al più grande default politico-economico della storia argentina nel 2001.
Le imprese recuperate non sono altro che fabbriche che prima della crisi funzionavano secondo un modello di impresa capitalista tradizionale. Chiuse a causa del fallimento o insostenibilità economica, nonché per effetto dell'abbandono o "svuotamento" (ovvero la distrazione fraudolenta di capitali, beni e risorse dell'impresa) da parte dei proprietari, queste fabbriche sono state rimesse in produzione dai lavoratori, ma con uno schema produttivo differente. Questo modo di produzione alternativo deve convivere necessariamente con la logica dell'economia di mercato, ma ridefinisce il modo in cui si realizza la produzione con altri valori e altre dialettiche. Gli operai, che prima erano solo mano d'opera sfruttata dalla massimizzazione del profitto del capitale, diventano oggi attori protagonisti del proprio destino. Non solo continuano a produrre con altre pratiche di produzione, ma riformulano anche i rapporti sociali tra lavoratori all'interno della fabbrica e tra la fabbrica e il mondo esterno. Nasce così un altro tipo di legame sociale.
Secondo i dati del Programa nacional de promoción y asistencia al trabajo autogestionado y la microempresa del Ministero del Lavoro e della sicurezza sociale argentino nel 2008 le imprese recuperate erano 219 e occupavano circa 10.000 lavoratori.
Le fabbriche e imprese recuperate si trovano su tutto il territorio argentino, nonostante l'85% delle unità produttive si trovi nelle regioni tradizionalmente industriali: 109 nella Provincia di Buenos Aires, altre 39 nella Città di Buenos Aires, 35 a Santa Fé, 13 a Córdoba e le altre sparse in tutto il paese.
Il recupero delle imprese coinvolge praticamente tutti i settori produttivi. Il fenomeno nasce come prettamente industriale, quello industriale in effetti è uno dei settori più colpiti dalla crisi del capitale e di maggior espulsione di manodopera e anche quello con maggior storia sindacale ed esperienza organizzativa dei lavoratori. Con il tempo tuttavia, queste esperienze si espandono a un ampio e variegato settore di servizi. Tra le unità produttive distribuite per settore di attività riscontriamo nell'industria metallurgica un 22%, nel settore alimentare un 16%, in quello della carne un 8%, nel tessile un 6%, nei prodotti edili un 5% e un altro 5% nel settore grafico. Il settore dei servizi è rappresentato dal 19%, che include al suo interno svariate tipologie di attività come quella gastronomica, alberghiera, di trasporto, stampa, e persino il servizio sanitario e l'istruzione. L'eterogeneità è la caratteristica che contraddistingue i settori dell'industria e dei servizi e in pratica non è possibile individuare due imprese uguali tra loro. In generale quelle "recuperate" sono piccole e medie imprese (il 70% di queste impiega non oltre 50 lavoratori) e ciò facilita il processo di recupero, poiché si tratta di una parte periferica del capitale.
Ma chi sono i lavoratori che rimangono nelle fabbriche a resistere contro la disoccupazione come destino socialmente già assegnato? I deboli del mercato: quelli che, per motivi d'età, di genere o di qualifica professionale, non troveranno lavoro altrove e andranno a ingrossare le fila della disoccupazione strutturale, che nel 2002 raggiungeva il più alto tasso storico dell'Argentina con il 21,5% della popolazione attiva. Su un campione di 3.951 lavoratori delle imprese recuperate, nel 45% dei casi l'età dei lavoratori è compresa tra i 26 e i 45 anni, nel 44% tra i 46 e i 65 anni. C'è solo un 8% di giovani tra 17 e 25 anni.
A livello giuridico il 95% delle imprese è costituito come cooperativa di lavoro. La Legge fallimentare
infatti abilita il giudice a dare ai lavoratori la possibilità di continuare l'attività a patto di adottare la figura giuridica della cooperativa.
Il fenomeno delle fabbriche recuperate dal suo inizio non ha conosciuto fino ad ora tasso di mortalità, piuttosto si continuano a portare avanti processi di recupero: dal 2000 al 2003 sono state create 74 nuove cooperative di lavoro, dal 2004 al 2008 altre 75. Questi dati indicano come il fenomeno, nato come risposta alla crisi del capitale, si è trasformato in un'alternativa valida di fronte alla minaccia di perdita dei posti di lavoro.
Dietro questi numeri esistono centinaia di storie di gruppi di lavoratori che lottano quotidianamente per riprendere la propria vita in condizioni estremamente difficili, soprattutto per chi ha lavorato per anni sotto la direzione di un imprenditore, restando al di fuori di tutto ciò che riguardava gli aspetti di gestione, dei quali hanno dovuto farsi carico in maniera a volte improvvisa. Storie di luoghi che già non
esiterebbero, di palazzi che sarebbero vuoti, di magazzini chiusi, in vendita o messi all'asta, posti smantellati, senza macchinari, senza produzione, senza lavoratori, senza vita. Oggi al contrario, di fronte alla chiusura o abbandono delle imprese, nel momento in cui sono entrati in gioco gli interessi dei lavoratori, si è ricorso a una strategia già conosciuta per difendere il lavoro, ricalcando la linea seguita da altre unità produttive i lavoratori stessi hanno riattivato le imprese in maniera autogestita. E se la portata del fenomeno in termini quantitativi potrebbe sembrare non molto significativa, tuttavia la sua incidenza e le ripercussioni nonché l'impatto simbolico superano ampliamente la dimensione relativa e permettono di capire l'importanza economica, sociale e politica di questo movimento. Le imprese recuperate influiscono in maniera incisiva nell'ambito dei rapporti lavorativi, diventando uno strumento di pressione nei confronti della classe imprenditoriale e nella negoziazione collettiva. Nei casi in cui i datori di lavoro minacciano di chiudere, di licenziare o di ridurre i salari, i lavoratori si appellano alla strategia del "recupero d'impresa" seguendo l'esempio delle imprese già recuperate. Le continue crisi del modo di produzione egemonico trovano, nella ricerca della sopravvivenza, risposte creative da parte di quelli che Serge Latouche chiama i «naufraghi dello sviluppo». Gli esclusi dell'economia mondiale, che non sono pochi emarginati bensì centinaia di milioni nel mondo intero. Ma questi "naufraghi" non scompaiono, e per sopravvivere si organizzano secondo un'altra logica. Essi inventano un altro sistema, un'altra vita.
Come dicono molti dei lavoratori di queste imprese: «se non ci credete, venite a vedere».

(dal n. 2/2009, pp.38-40)

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responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015