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Dall'Argentina. Latifondisti in sciopero

A otto anni dalla crisi in Argentina sono ricomparsi i piqueteros e i cacerolazos, ma questa volta a protestare non sono i disoccupati ma i proprietari terrieri

di Fulvia Vitale

Attraversando in macchina lo sconfinato territorio argentino non è insolito imbattersi in un piquete. È quello che è successo a me, mentre mi inoltravo nelle pampas sudamericane per passarvi una settimana.
Un piquete è una forma di protesta molto diffusa in Argentina: uno sciopero o meglio una manifestazione, diffusa in origine soprattutto fra i movimenti dei disoccupati o comunque negli ambienti delle fabbriche, ma divenuta col tempo una modalità di protesta comune. Coloro che vi prendono parte (i piqueteros), si appostano presso i luoghi delle istituzioni o bloccano le strade in prossimità di incroci nevralgici. Mi sono trovata, per banali circostanze, a partecipare a una di queste proteste. La notte era umida e puzzava di gomma bruciata: infatti per delimitare il luogo del piquete vi erano due cumuli di pneumatici che ardevano innalzando fumo. La protesta in questione era di produttori agricoli, era uno di quelli che qualcuno ha chiamato los piquetes de la abundancia. A rendere particolare la serata tuttavia è stato, alla fine, solamente un asado (la caratteristica brace argentina), perché di camion bloccati neanche l'ombra. Mi spiegano che non tutti i camion vanno fermati, ma solo quelli carichi, diretti ai porti o ai mulini, al fine di evitare o ritardare le vendite dei prodotti agricoli. Il disagio che si vuol creare in questo modo è per protestare contro quelle misure governative che hanno provocato un aumento consistente delle tasse sui prodotti agricoli.
Di recente anche un articolista italiano ha etichettato questi piquetes come "manifestazioni dei ricchi". Ma le testimonianze che raccolgo durante il mio viaggio e che accompagneranno tutta la mia permanenza nella terra argentina, sembrano smentire questo mito: non sono solo i grandi proprietari terrieri o i presidenti delle multinazionali ad essere colpiti dall'aumento delle tasse nel settore agricolo; al contrario, mi dicono che questo tipo di tassazione si riflette soprattutto sul resto della popolazione. L'Argentina infatti è una nazione agricola, quindi le problematiche inerenti al "campo" si riverberano su tutto il paese. Quella notte, mentre intorno ad un fuoco mangiavamo carne e bevevamo mate (la preparazione del mate è un vero e proprio rito: il cebador lo fa girare fra tutti i presenti ed è molto forte la sensazione di convivialità che si prova scambiandosi da bere dalla stessa cannuccia con degli sconosciuti, in un rituale che può durare anche per ore) quella notte, dicevo, bevendo mate e mangiando asado, ho colto l'occasione per approfondire la questione.
Noto con stupore che qui tutti parlano di economia, tutti chiacchierano, commentano, si confrontano, si inalberano ed esprimono focosamente le proprie opinioni. Non esiste una terzietà indifferente. Qui, forse in maniera più tangibile che altrove, si riesce a toccare con mano come le scelte politico-economiche dei governi incidano sui cittadini e come un differente orientamento economico possa cambiare la vita a milioni di persone.
L'Argentina è stata protagonista nel 2001 di una crisi economica devastante che ha anticipato, se così si può dire, la crisi economica che ora sta vivendo quasi l'intero pianeta. Si sa che la storia banalmente si ripete, che magari si camuffa con nuove maschere, ma le dinamiche sono sempre le stesse, per questo è importante avere sempre un approccio critico alla realtà.
Quello che è accaduto in Argentina è stato il risultato di politiche economiche e monetarie sbagliate, che vanno dall'iperinflazione di Raul Alfonsín, alle privatizzazioni selvagge e le follie finanziarie di Carlos Menem, che con un decennio di parità cambiaria fissa fra peso (la moneta nazionale) e dollaro ha condannato il paese all'esplosione del debito estero, un debito che lo Stato non è più riuscito a pagare. Quando l'ancoraggio del peso al dollaro venne abbandonato perché divenuto controproducente, la moneta argentina ritornò immediatamente ai suoi valori reali, producendo un grosso deprezzamento della valuta e, in pochi giorni, si venne a creare un altissimo picco di inflazione. Le conseguenze di questa crisi furono disastrose: vi fu un allarmante crescita della disoccupazione e di nuovi poveri, che si rifletté su un esponenziale aumento di microcriminalità e instabilità sociale. In Italia forse ricordiamo le immagini che rimbalzarono dai telegiornali: le code agli sportelli delle banche per ritirare i risparmi di una vita prosciugati dal crollo della moneta; gli assalti ai supermercati da parte di intere famiglie; i cacerolazos, le proteste a suon di pentole e coperchi per le strade di Buenos Aires.
Allora ci si chiese come potesse essere arrivato a tanto un Paese così ricco di potenziale: l'ex granaio del mondo possiede un'enorme quantità di risorse naturali e agricole, è uno dei maggiori produttori di materie prime quali il grano, la soia, la carne e il petrolio e il quinto esportatore di generi alimentari al mondo e gode di buoni rapporti e legami con il mondo occidentale maggiormente industrializzato.
Ad essere chiamati in causa furono l'inadeguatezza della classe dirigente a tutti i livelli, la corruzione e l'atteggiamento predatorio verso la propria terra e i propri connazionali, l'incapacità di gestire al meglio l'invidiabile dotazione di risorse che possiede, i paradigmi economici e i processi democratici.

Durante il mio viaggio ho avuto le conferme di quello che si sente dire: se è vero che dal 2001 ad oggi c'è stata una ripresa, è altrettanto vero che il malcontento dilagante nel paese è causato dal fatto che, questa ripresa, è stata infinitamente inferiore di quella che avrebbe potuto essere se si fosse sfruttato diversamente il potenziale economico dell'Argentina. Si dice che dopo aver toccato il fondo non ci possa essere niente di peggio: è che gli argentini, dopo aver toccato il fondo, si auguravano un qualcosa di più.
Quello che salta agli occhi girando per Buenos Aires e le sconfinate campagne sono le tante contraddizioni evidenti. La capitale è profondamente segnata dal convivere di ricchezza e povertà estrema. La miseria si impone arrogante, si mostra con dispetto e non si nasconde mai. Baires (così è chiamata dai suoi abitanti) accoglie alti e luccicanti grattacieli, ma ai loro piedi si insinuano le cosiddette villas o villas miserias. Le villas sono le bidonvilles argentine, similissime alle loro sorelle brasiliane, le favelas, anche se, a differenza di queste ultime, non sono costruite solo con lamiere. I governi nel tempo hanno fornito ai loro abitanti cemento e mattoni, ma le villas sono comunque prive di elettricità e acqua corrente; se ne contano a decine in città e dintorni, e vanno sempre ingrandendosi: è la povertà che avanza verso il centro, dove c'è il lavoro e dove c'è il denaro. Questa povertà è lo specchio di scelte politico-economiche sbagliate? Non è un paradosso che il quinto esportatore al mondo di generi alimentari non riesca a sfamare la propria popolazione? Se all'esecutivo si fossero susseguiti governi meno egoisti, ora gli argentini sarebbero meno divisi e la qualità della vita superiore?
Queste domande affollano senza sosta la mia mente, la mia curiosità per la situazione di questa gente cresce di giorno in giorno, e ritorno con la memoria alla notte del piquete, dove ho avuto l'occasione di conoscere da molto vicino le idee di una precisa categoria di popolazione attualmente a disagio con le scelte dello stato in cui vive.
L'olandese (così era chiamato un piquetero anomalo nell'aspetto, in quanto biondissimo e con gli occhi chiari, a causa delle sue origini nord europee) insisteva con fervore sul fatto che la crescita di cui i media vanno parlando, è stata in realtà una crescita "apparente", perché è coincisa con un momento in cui tutti i fattori economici decisivi per l'Argentina toccavano un massimo storico. Il contesto internazionale era così favorevole che una ripresa era scontata, ma non si è sfruttata in modo corretto l'onda positiva. Un'occasione perduta.
L'olandese è un proprietario terriero, è un attivista convinto e sono svariate ormai le notti che non passa a casa sua. È insieme agli altri, tra cui noi, guardati con curiosità e allegria, ad un incrocio perfetto, tra due strade perfettamente dritte, con una corsia per carreggiata, strade senza lampioni, di cui non si riesce nemmeno ad immaginare da dove sia partito e dove finirà l'asfalto, tanto sono lunghe. Le distanze in Argentina superano la nostra immaginazione. Non si può rimanere che senza parole quando il primo cartello stradale che incontri dopo ore, segna che la città più vicina è a 700 km.
Immersa in questa situazione surreale ascolto l'olandese. Si lamenta (il lamentarsi è una cosa che riesce bene agli argentini, forse per i retaggi storici, per gli abusi di cui sono stati vittime, per le dignità calpestate e per i figli scomparsi), lamenta il fatto che il loro governo sta agendo e ha sempre agito per meri interessi elettorali, che non guarda al lungo termine. Dal 2001 a oggi i prezzi dei prodotti agricoli, quelli di cui si occupano i piqueteros, si sono alzati a livello internazionale. Questa sarebbe stata un'ottima occasione per ampliare le esportazioni. Il governo ha invece alzato le tasse sui prodotti agricoli, in particolar modo sul grano, e limitato così le esportazioni, con la ratio di tenere bassi i prezzi interni del pane, prodotto di prima necessità. È stata una scelta populista? Per guadagnare i voti della parte povera, che rappresenta una larga fetta dell'elettorato? E quali sono i risultati? Non ho queste risposte, ma so che l'olandese l'anno dopo queste misure governative ha dimezzato la sua produzione di grano e l'anno dopo ancora ne ha prodotto sempre meno: dice che non gli conviene: e se per paradosso l'Argentina, anticamente soprannominata "granaio del mondo", dovesse finire con l'importare grano per soddisfare la propria domanda interna?
Vivendo l'Argentina dall'interno, ciò che si percepisce è l'assenza dello Stato, unico garante dei diritti civili dei propri cittadini. In un Paese dove l'orgoglio nazionale è fortissimo e dove la gente crede profondamente nelle proprie tradizioni, questa mancanza si avverte ancora di più. Ci sono molte colpe, in troppi hanno pensato di poter giocare con i conti, con la credibilità e con la fiducia che la gente riponeva nello Stato, per poi andarsene quando le cose si mettevano male.
Ma gli argentini sono un popolo caparbio, la storia degli ultimi anni non è stata clemente con loro, ma, nonostante questo, camminando per le vie di Buenos Aires, la vitalità si respira ad ogni angolo: dai ballerini di tango che si esibiscono passionali notte e giorno, agli odori penetranti di empanadas, ai musicisti di strada, ai mercanti d'arte e alla gioventù socievole. Le persone che ho conosciuto sono coscienti e consapevoli, e queste sono per me le basi giuste per cercare di riconquistare il proprio senso dello Stato e di abbattere le troppe disuguaglianze sociali.

(dal n. 2/2009, pp.35-37)

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responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 28/4/2010