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Dal Giappone. Futuro o tradizione?

Viaggio attraverso le idiosincrasie di un paese in movimento

di Fabiana Iannilli

A guardarlo da vicino il Giappone appare ancora più misterioso e imperscrutabile di quello che sembra dall'Occidente.
Il mistero di una cultura millenaria che tiene il passo con le più sofisticate tecnologie, la simbologia linguistica e il misticismo religioso avvolgono questo lembo di terra in una coltre spessa ma allo stesso tempo sottile di indescrivibile fascino dal sapore aspro ma accogliente. Per otto lunghissimi giorni ho provato, correndo tra Tokyo e Kyoto, le due macroanime del Giappone, a cogliere l'essenza di questo paese, della sua cultura, della sua società... oggi mentre scrivo ho ancora mille domande che mi affollano i ricordi e mi arrendo al pensiero di stabilire un confine tra quello che è presente, proiettato prepotentemente al futuro e quello che è stato il passato, ma che è costantemente presente. Questo complesso gioco temporale sta nelle due anime del Giappone: Tokyo e Kyoto. Tokyo, la capitale, la città dove i giovani lavorano, studiano, vivono perennemente immersi nella più avanzata tecnologia, alla costante ricerca della propria personalità talvolta espressa con forti tinte di egocentrismo, dal look radicale e colorato; Kyoto, l'altra capitale, quella spirituale, quella dei templi buddhisti, shintoisti e zen dove si corre da un luogo all'altro a porgere omaggio alle divintà dell'affollato pantheon nipponico. Due anime, due contrasti, due opposti che non si allontanano ma convivono armoniosamente. Festeggiare l'arrivo del nuovo anno in Giappone è stata un'esperienza incredibile; eravamo immersi in un educato e composto mare di persone nella gelida notte di Kyoto, in attesa di poter accedere all'interno del tempio, lo Yasaka-Jinja (santuario che sorge nei pressi di Gion, quartiere storico di Kyoto) dove abbiamo assistito al rituale comportamento durante l'Hatsumoude (festeggiamenti del capodanno giapponese).
C'era chi sceglieva di mettersi in fila per la preghiera con rintocco della campana, chi ha acquistato la Hamaya, la freccia della buona fortuna, o chi ha lasciato legato al tempio un messaggio di buona speranza con gli Ema, piccoli pezzi di legno con un disegno su un lato e il desiderio da scrivere sull'altro. Tutto questo si svolge ogni anno, mobilitando migliaia di persone che compiono brevi o lunghi viaggi votivi, momenti durante i quali è possibile incontrare tutte le anime del Giappone: manager, donne e uomini in costumi tradizionali, madri e figlie, famiglie, giovani e anziani tutti accomunati da un solo obiettivo, la visita al tempio durante i primi giorni dell'anno nuovo. Questo immenso ma composto flusso di persone non coinvolge solo la città di Kyoto, anche a Tokyo le celebrazioni dell'Hatsumoude sono presenti e imponenti. Migliaia di persone ci hanno inconsapevolmente coinvolto nella massiccia visita al Meiji jingu (santuario costruito in memoria dell'imperatore Meiji e dell'imperatrice Shoken) appena ritornati a Tokyo: all'uscita della metro di Harajuku non abbiamo potuto opporre resistenza all'intenso e variopinto flusso umano che si dirigeva educatamente verso il santuario della capitale. Al permeante fervore rituale-religioso, così visibile durante i primi giorni del nuovo anno, fa da controparte l'esponenziale sviluppo economico e tecnologico del "made in Japan" a conferma di quanto siano intense le tinte dei contrasti che animano il paese. Il Giappone di questi giorni è un paese che sta vivendo una fase molto delicata della sua storia: si sta risollevando a fatica e con secolari cambiamenti sociali dalla crisi economica degli anni Novanta, e sta vivendo il traumatico successo della grande rivale Cina, con il rinnovato interrogativo di come domare l'Oriente continentale dopo secoli di frenetico confronto con l'Occidente. In questo complesso contesto ancora da definire, tradizione e rilancio economico (o futuro) sembrano essere le parole chiave per interpretare la fase attuale del Giappone; dopo l'intenso vagare nella terra delle geishe e dei videogiochi io scelgo armonia come lettura finale a tutto il caos emotivo che ho vissuto. Senza armonia, credo, queste anime così radicali non riuscirebbero a sopravvivere e ad offrire nuove possibilità di rilancio-slancio verso l'Oriente come verso l'Occidente.

(dal n. 3/2010, p. 58)

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responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015