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Dal Chiapas. La lotta delle donne zapatiste

Ramona vive nel primo incontro delle donne zapatiste con le donne del mondo. «Las mujeres luchando, el mundo trasformando»

di Monica Pepe

«Che scienza è senza umanità? Non comprendo perché le persone che hanno studiato non vogliano condividere la conoscenza con le popolazioni indigene che ne hanno bisogno. L'Università della Selva comunque è qui che ti aspetta, quando vuoi tornare sarai la benvenuta». È Consuelo a parlarmi, una promotora de salud avanzada di La Realidad, cuore del territorio zapatista, uno dei cinque caracoles che riuniscono il territorio delle comunità rivoluzionarie del Chiapas. A La Realidad si arriva dopo almeno otto ore di viaggio e di strade sconnesse, ripagati da una vegetazione dirompente e mozzafiato. Non c'è tragitto in cui i 'carros' non si fermino almeno una volta per essere immediatamente riparati dagli stessi conducenti zapatisti, sempre con un sorriso. Ho trascorso alcuni giorni a La Realidad con la carovana dell'associazione Ya Basta che da anni porta avanti il progetto di una turbina ecocompatibile che produce energia elettrica e rende autonomo il caracol. La forma di buon governo delle comunità zapatiste lotta dal 1994 per la completa autonomia dal governo messicano e organizza con grande determinazione il sistema scolastico e sanitario in tutti i municipi e nei villaggi.
Consuelo non è sposata, studia da autodidatta da circa venti anni. Pervinca, la ginecologa italiana della carovana che è lì per insegnare alle altre promotoras de salud è impressionata dalla sua preparazione. «In Italia saresti una grande professoressa» le dice con convinzione. «La salute delle donne è molto importante - risponde sorridendo Consuelo - e gli uomini sono sempre più consapevoli che le donne devono poter sviluppare la propria personalità. Un po' alla volta si sta modificando la pianificazione familiare: anche nei villaggi gli uomini le lasciano frequentare le clases de salud y de educación, occupandosi loro dei bambini, degli animali e di tenere pulita la casa». Il suo castigliano è eccellente. «Prima di ogni cosa le donne devono imparare a parlare la lingua che consente loro di studiare e di fare politica attiva all'interno delle Giunte»; mostra orgogliosa i libri di anatomia e di medicina che è riuscita a raccogliere in questi anni. «A La Realidad ogni tre mesi organizziamo un corso di ostetricia e ogni due mesi uno per il primo soccorso. È molto importante che tutte sappiano fare della piccola chirurgia, sapere con quali erbe curare le malattie di base, fare pronto intervento agli incidenti dei contadini. D'altra parte noi non abbiamo il diritto e la possibilità di usufruire degli ospedali del mal governo messicano. Ma siamo riusciti con il tempo a costruire nostri ospedali e presidi medici, anche se per gli interventi chirurgici dobbiamo attendere che arrivino medici del mondo sviluppato». Molte indigene impiegano tre giorni di cammino e di camion per raggiungere il caracol, «ma non ci rinuncerei per niente al mondo» dice Maribel. L'umanità con cui Pervinca le guarda rende l'incontro qualcosa di molto diverso da una lezione. E la semplicità mentre spiega che devono conoscere il loro corpo, decidere loro quando avere figli - in media ne hanno sei - e chiedere ai loro mariti di avere una sessualità più responsabile e attenta ai loro desideri regala a tutte un sorriso. Quando scatto le foto, sempre dopo avere chiesto il permesso, ridono schermendosi e tirandosi su la bandana rossa per coprirsi il volto.
Lascio La Realidad con il ricordo di un paradiso nella selva, prati immensi circondati dalle case di legno con i murales più belli che abbia mai visto, il fiume popolato dalle indigene che lavano i panni, una partita di pallone con i bambini zapatisti, le stese di chicchi bianchi di caffè rivolti al sole.
Eppure anche in questo paradiso le incursioni dei militari messicani sono molto frequenti e si stanno facendo più minacciose e violente in tutto il territorio. Anche quando all'inizio del viaggio eravamo diretti alla Garrucha siamo stati fermati dai militari. È un gioco delle parti. Loro sanno perfettamente perché sei lì e del tuo sostegno ai zapatisti, ma vogliono guardarti in faccia e sperare che qualcosa non vada per il verso giusto. Un ragazzo della carovana si volta verso di me, mi chiede di tirargli su la zip della felpa senza farmi vedere. Sotto ha una maglietta dell'Ezln, l'Esercito di Liberazione Nazionale Zapatista e i militari non apprezzano. L'Ezln è stato il primo esercito rivoluzionario a nominare donne, lesbiche e trans come propri referenti.
Stiamo raggiungendo il "Primo incontro delle donne zapatiste con le donne del mondo", tre giorni dedicati al protagonismo politico delle donne nell'esperienza zapatista e saranno solo loro a parlare. Agli uomini è stato richiesto di servire la comida, tenere in ordine l'accampamento e pulire le latrine, ma all'interno dello spazio del dibattito non sono ammessi.
Entriamo nel caracol de La Garrucha ed è la prima volta che un luogo mi investe di così tante emozioni e tenerezza. Sotto un sole battente una moltitudine di indigeni e indigene colorate e laboriose lavorano in decine di tiendas di legno per accoglierci e preparare i pasti: tortillas, huevos, frijoles. L'incontro è già cominciato ed entro nell'enorme fabbricato di legno, ci saranno almeno 1000 donne da tutto il mondo, i ragazzi rimangono ai margini esterni come gli fanno presente le zapatiste. In fondo il palco con il tavolo da cui parlano almeno 40 indigene, giovani e anziane, in abito tradizionale e passamontagna. Alle loro spalle un'enorme bandiera dell'Ezln con il benvenuto alla Selva Lacandona e all'Altra Campagna. La prima delegazione è quella delle donne de La Garrucha: sono responsabili regionali, rappresentanti delle Giunte del Buon Governo della Comandancia dell'Ezln, promotrici di salute ed educazione. Nei tre giorni si succederanno le delegazioni delle zapatiste degli altri quattro caracoles. A scandire le pause lo stesso stacco musicale che diventerà la colonna sonora dell'incontro, le donne zapatiste in fila indiana devono essere sempre le prime ad entrare e lasciare la plenaria. L'atmosfera è magica, l'energia travolgente soprattutto grazie alla Comandanta Ramona, scomparsa lo scorso anno, a cui è dedicato l'incontro. Quasi tutte le zapatiste ricordano nei loro interventi questa piccola grande donna - al tavolo dei negoziati i suoi piedi non toccavano il pavimento - che al matrimonio preferì la lotta per il suo popolo e contro la globalizzazione. Il suo mestiere diceva era di svegliare la gente e il 1° gennaio 1994 era al comando degli indigeni che conquistarono San Cristobal de Las Casas. È questa la data in cui gli zapatisti, con armi di fortuna e pochi mezzi, sono insorti contro le persecuzioni e le umiliazioni del mal governo messicano occupando più di 80 villaggi per difendere i diritti e la cultura indigena, e costringendolo a trattare.
«Noi donne zapatiste uniamo la nostra forza e dimostriamo ai nostri compagni che non siamo utili solo in cucina e in famiglia, ma possiamo svolgere qualsiasi compito all'interno della comunità e abbiamo diritto al nostro salario. Abbiamo la responsabilità della salute collettiva, dell'istruzione, dell'agricoltura e lavoriamo con gli uomini negli organi politici del Buon Governo». Le loro parole sono semplici e penetranti «Educhiamo i bambini e le bambine ad aver rispetto tra di loro, formiamo miliziane e miliziani. Il 1° gennaio del 1994 come donne zapatiste abbiamo dimostrato al mondo intero di aver lottato per recuperare la nostra madre terra, togliendola ai latifondisti che sfruttavano il lavoro dei contadini indigeni. Lottiamo per fermare la privatizzazione e contro il capitalismo ». Prende la parola Marina, una bambina di nove anni anche lei con il passamontagna, che proclamandosi orgogliosamente zapatista dichiara tra l'entusiasmo generale «non accettiamo briciole né elemosine dal mal governo».
La lotta clandestina prima dell'insurrezione, la Ley Revolucionaria de Mujeres di Ramona e il sangue versato da molte di loro hanno trasformato la condizione delle donne nella comunità. La loro partecipazione in massa al levantamiento, in una società pervasa da un machismo imperante come quello messicano, è stata una rivoluzione nella rivoluzione. Oggi le donne rappresentano un terzo dei militanti dell'esercito ribelle.
All'interno della struttura militare e della dirigenza politica, le zapatiste possono essere insurgentes, donne guerrigliere che vivono sulle montagne sempre in armi, comandanti civili con incarichi di natura politica, miliziane, cioè donne addestrate a combattere in caso di necessità. La base di appoggio femminile, rappresentata da tutte le donne dei villaggi zapatisti, ha il compito di rifornire gli insurgentes. Molti interventi raccontano la condizione delle donne prima dell'insurrezione. Ester, Amalia, Eugenia e le altre ricordano le violenze e lo sfruttamento dei latifondisti messicani quando lavoravano nei campi. Non avevano diritti e se partecipavano a una delle loro assemblee, non sapendo parlare il castigliano, venivano umiliate dai loro stessi compagni. «Bambini in spalla lavoravamo dall'alba alle dieci di sera e quando tornavamo a casa dovevamo occuparci di tutto senza mai poter uscire di casa. Il giorno dopo aver partorito dovevamo subito riprendere il lavoro, eravamo trattate come bestie». Ne hanno fatta di strada le donne zapatiste. L'alcol è rigorosamente proibito in tutto il territorio ed è stata una loro vittoria, dal momento che gli uomini spesso tornavano a casa ubriachi e le picchiavano.
«Grazie al lavoro collettivo abbiamo imparato a leggere e scrivere e stiamo imparando anche l'inganno
delle parole del mal governo». Molte insistono sulla forza della comunità, «la società è fatta di donne e
uomini, di anziani e bambini. Solo tutti insieme potremo farla progredire». Se una di loro è in difficoltà
con la lingua o troppo emozionata nel parlare, si alza immediatamente un'altra compagna per aiutarla a finire autonomamente l'intervento. La loro sorellanza è la loro forza.
Non posso fare a meno di ridere guardando di tanto in tanto il murales alla destra della presidencia con una guerrigliera armata e la scritta No anorexia, Si cellulitis. Le zapatiste sanno usare internet e conoscono bene le distorsioni della nostra società capitalista. Il loro senso dell'umorismo è grande anche quando alla fine delle singole sessioni danno la possibilità alle donne della società civile del mondo di fare delle domande. Rigorosamente per iscritto attraverso biglietti che dall'ultima alla prima fila vengono passati di mano in mano. Una domanda parla complicato e di sovrastrutture politiche, la compagna Ofelia guarda le altre e dice con bonaria sufficienza «questa non si capisce, passiamo alla prossima». Tutta la sala scoppia a ridere.
Qualcuna chiede come si comportano quando una di loro subisce violenze dal marito. Sandra risponde ferma «È compito di tutte le donne zapatiste sorvegliare che le altre compagne non subiscano più violenze dai loro mariti, provando a intervenire. Se un uomo persiste nelle violenze viene punito dalla giustizia zapatista »; si ferma qualche secondo «ma sappiamo che molte donne nel mondo, anche nei paesi più avanzati, subiscono violenze e discriminazioni. Vi invito compagne della società civile del mondo ad unirvi e globalizzare la nostra lotta». Due panche dietro di me ci sono le donne di Atenco, tutte impugnano un machete brandendolo in alto per tutti e tre i giorni senza mai abbassarlo. Applaudono gli interventi delle compañeras zapatistas, facendo sbattere le lame tra di loro tanto da risuonare in tutta la sala. Ad Atenco non lontano da Città del Messico, nel maggio del 2006 una brutale repressione del governo messicano contro i venditori di fiori e i contadini del Fronte dei Popoli in difesa della Terra provocò l'arresto di centinaia di persone, tra cui quarantasette donne molte delle quali denunciarono violenze sessuali da parte delle forze dell'ordine. Con la profonda convinzione che la terra non si vende, le donne di Atenco scesero per le strade armate di machete per esprimere il proprio dissenso alla espropriazione dei territori voluta dal Presidente Fox e contribuirono alla vittoria. La loro testimonianza è coraggiosa e vibrante, «se proveranno ancora a toglierci la terra noi continueremo a resistere lottando. È la loro parola contro la nostra, loro hanno armi e lacrimogeni ma quello che abbiamo noi è molto più potente: il diritto e la ragione». Alcune di queste donne però sono ancora in carcere. Il loro grido risuona forte per tre volte nella sala «Por las presas politicas, libertad!». E la sala esplode «Ramona vive, la lucha sigue!».

(dal n. 1/2008, pp.37-39)

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responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015