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Dacia Maraini. Passi affrettati

di Paolo Di Paolo

La scena è spoglia. Nella sala risuonano - secche, precise, come davanti a un tribunale - le voci di alcune donne. Lhakpa, tibetana, racconta di essere stata stuprata dai soldati cinesi. Aisha vive in un villaggio della Giordania; suo padre la picchia ogni giorno: «mi colpisce mentre sono in ginocchio, si attacca alla mia treccia come se volesse strapparla». Carmelina, una ragazza pugliese, viene violentata regolarmente da un amico del fratello. Juliette, belga, ha sposato un uomo contro la volontà della sua famiglia; ora lui, perennemente ubriaco, la malmena e la umilia. Amina ha ventitré anni, è nigeriana, ha fatto un figlio fuori dal matrimonio e per questo viene condannata a morte per lapidazione. Donne costrette a prostituirsi, offese, sfigurate dall'acido o dalle percosse. Vengono da ogni angolo del pianeta; possono essere anche le nostre vicine di casa. Dacia Maraini, una delle scrittrici italiane più note nel mondo, racconta queste storie in modo rapido e scarno nello spettacolo teatrale Passi affrettati. Non c'è niente di letterario: le testimonianze in prima persona sono avvalorate dalle voci neutrali di Women Freedom, Unicef e altre organizzazioni umanitarie che forniscono dati e cifre agghiaccianti sulla violenza contro le donne.
Passi affrettati è un testo che fa della sua "semplicità" la sua forza. Non ha orpelli, scommette tutto sul potere della parola e - una volta sulla scena - della voce umana. È l'approdo dell'inesausto lavoro di Dacia Maraini in difesa dei diritti femminili, iniziato nei primi anni Sessanta e nei Settanta, con l'avventurosa stagione delle "cantine" teatrali romane. Sta facendo il giro d'Italia e del mondo, conta già numerose traduzioni, viene discusso nelle scuole e nelle università (a Roma Tre nel novembre 2009). Anche la Lega Pallavolo Serie A femminile ha promosso Passi affrettati, aprendo una competizione recente con la lettura di un passo del testo.

Dacia Maraini, come è nata l'idea di Passi affrettati?
L'istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo mi ha chiesto di mettere su uno spettacolo sulla violenza. Mi hanno dato del materiale. Ci ho lavorato sopra. Abbiamo fatto lo spettacolo nella piazza del Campidoglio, con dei grandi attori. La cosa doveva finire lì. E invece, il successo avuto e le tante richieste che sono arrivate subito da tutte le parti, ci hanno spinto a continuare. Ormai sono anni che lo portiamo in giro ed è diventato un progetto culturale internazionale che chiamiamo di «educazione ai sentimenti».

Sul piano scenico e testuale, colpisce l'estrema "nudità" del racconto. La scelta che lei ha fatto somiglia a quella dei racconti di Buio. Questa sobrietà stilistica da cosa è motivata?
Ho voluto che avesse la sobrietà di un oratorio. Per questo: niente scene, niente gesti, niente movimento, ma staticità e facce e corpi rivolti verso il pubblico. Gli attori non parlano fra di loro, ma raccontano, anzi testimoniano al pubblico la drammaticità di storie vere che hanno riguardato persone vere.

Come ha raccolto le storie di Passi affrettati?
Alcune storie mi sono state fornite direttamente da Archivio Disarmo. Altre da Amnesty International.

Questo testo conta già molte traduzioni ed è stato messo in scena in molte città europee. Qual è la reazione del pubblico?
La cosa sorprendente è proprio la reazione del pubblico. Ovunque andiamo l'attenzione è subito intensa e la risposta immediata, appassionata, viva. Le richieste si moltiplicano. Per questo continuiamo. L'iniziativa si è rivelata felice. opratutto ce lo chiedono le scuole, le università, le associazioni contro la violenza. Lo spettacolo ha decisamente una valenza formativa.

Il suo impegno per l'affermazione dei diritti delle donne non si è mai interrotto. Se ripensa al suo lavoro degli anni Sessanta e Settanta e quello attuale in questa direzione, che impressione ha? Il bilancio le pare positivo?
Il bilancio è sempre in rosso. Nel senso che, per quanto si lavori, la situazione di pericolo per le donne non fa che aumentare. La violenza si fa quotidiana e ossessiva. Noi cerchiamo di sensibilizzare l'opinione pubblica. Ma certo non abbiamo la forza di quei programmi televisivi che creano modelli di comportamento su larga scala. Pazienza. Noi ci proviamo lo stesso. Non bisogna mai scoraggiarsi. Purtroppo è spesso ancora presente il retaggio dei limiti imposti nel tempo alla libertà femminile, ancora presenti sono discriminazioni e misoginie. Il rapporto del corpo femminile con la felicità sembra ben lontano non dico da una gioiosa compiutezza, ma perfino da una moderata serenità. Basta dare uno sguardo anche distratto alle statistiche sulla depressione; basta pensare all'assenza, per le donne, di una vera libertà del desiderio sessuale, rappresentata in un sistema di segni e immagini tutto al maschile.

Siamo dunque ancora visibilmente in un pianeta fatto a misura di maschio?
Direi di sì. Le ingiustizie continuano e il mondo inventa costantemente nuovi modi di discriminare le donne. Anche nei paesi più avanzati e che si pretendono evoluti dal punto di vista del rapporto fra i sessi. Non sto parlando infatti dell'Africa con i suoi due milioni di bambine infibulate ogni anno, o dei paesi dell'Est che esportano schiave sessuali come fossero beni di scambio dei più comuni quali patate e pomodori; o anche di quei paesi arabi che impongono il velo e la segregazione alle loro donne, e si tengono fedeli a una legislazione razzista e sessista come quella che permette la lapidazione per le adultere. Parlo dell'Europa e delle sue donne emancipate e ormai partecipi a pieno diritto di tutte le professioni. Il fatto è che, a detta dei più, le donne nei paesi europei hanno conquistato parità di fronte alle leggi. Lo si dichiara in ogni occasione. E in effetti di parità si tratta, ma sulla carta. Nella vita quotidiana questa parità è spesso un sogno. Nonostante i diritti civili conquistati: il diritto di famiglia, il diritto agli studi, il diritto alla carriera, ci sono ancora moltissime discriminazioni che vengono imposte da una parte e subite dall'altra come "naturali". Molte ingiustizie, cacciate dalla porta, sono rientrate dalla finestra sotto altre forme, più subdole, più nascoste e mascherate. Da noi non si impone il burqa per rendere invisibile e silenziosa la donna, ma si trasforma il corpo femminile in linguaggio pubblicitario, togliendole, con l'illusione della libertà sessuale, la parola. C'è modo e modo di affrontare l'inimicizia verso il sesso femminile: quello antico, ancora valido per molti paesi a noi vicini, che non conoscono i diritti civili; e quello nuovo che tiene conto delle enormi e a volte striscianti trasformazioni che hanno reso irriconoscibile la separazione e l'esclusione.

(dal n.1/2010, pp.38-39)

responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015