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Da Ravensbrück. Il ponte dei corvi

Il campo di concentramento di Ravensbrück

di Alessandra Ciarletti

Era mattina presto e a Elga quella proposta le rimbombava ancora dentro. Fuori un silenzio ovattato e tutto bianco. Il freddo avvolgeva i loro respiri, i rantoli di dolore, i cattivi odori che ovunque le circondavano.
Era arrivata al campo due mesi prima, ben coperta e stordita dall'incredulità. Quando scese dal treno insieme alle altre si ritrovò rapidamente incolonnata e così rimase per ore. Nella neve che quasi indolore prima avvolgeva poi infradiciava i piedi. Colonna muta che procedeva inesorabile verso un destino inaspettato. Ferma nel campo, di fronte il lago ghiacciato. In fila di nuovo ma all'interno di un edificio. Ai fianchi figure nere davano il ritmo ai passi tra grida e frustate.
Elga si spoglia dei suoi vestiti insieme alle altre. Si riveste con camicia pantaloni e zoccoli ai piedi. Una divisa identica per tutte. Un numero che le rende visibilmente uniche. Lei è il 4117.
Destinata al reparto sartoria. In due mesi era dimagrita molto, ma era ancora viva, non ci credeva neppure lei. Ed era ancora bella, lei non lo sapeva, ma gli altri si.
Intorno la morte si impossessava di molti corpi. Ogni giorno. Si era impossessata di Maria senza riguardo per il suo corpo giovane e i suoi occhi trasparenti. Neppure la lusinga del sonno, del silenzio. Morta tra le grida di dolore, quelle di altre compagne ricoverate nell'infermeria del campo - Revier - insieme a lei. Erano state prelevate, scelte, portate via dalle loro baracche qualche giorno prima. A lei avevano aperto una gamba, tolto un frammento di tibia, quindi lasciata lì. Febbre e spasmi, non un lamento. La sua anima non gliela diede. Poi gliela aprirono di nuovo, inserendole qualcosa. Il dolore era stato lancinante. Lasciata lì di nuovo; quando se ne andò tre giorni dopo il suo corpo fu preso accatastato su molti altri e infine bruciato con il suo numero, il 3563. Maria era finalmente altrove.
A Elena fu iniettato nel ventre un liquido rovente, senza riguardo e spiegazioni ma sotto gli occhi incessanti di Herta Oberheuser. Herta Oberheuser entrò volontaria a prestare servizio come medico nel campo di concentramento di Ravenbrück; qui lavorò per circa tre anni prendendo parte a numerosi esperimenti umani, imprimendo alla sua partecipazione un sadismo inaudito. La Oberheuser a Norimberga fu condannata a venti anni di prigione, ma nel 1952 fu rimessa in libertà a seguito di una riduzione della pena. Fino al 1958 esercitò la professione di medico - pediatra. "Smascherata", lavorò come aiuto cucina. Morì nel 1978.
Come in altri campi anche a Ravensbrück si praticavano vari esperimenti. Qui si testavano sulfamidici; si provocava la fratturazione delle ossa per espiantarne frammenti, inserirne di nuovi o di altra natura; si sterilizzava introducendo nell'utero composti dello iodio e altre sostanze altamente irritanti. Le vittime spesso morivano. Il fine giustificava il mezzo: le diverse non dovevano più riprodursi. Questi metodi di sterilizzazione laddove non conducevano alla morte si dimostrarono "funzionali" anche per altri obiettivi. Fortunatamente non funzionarono sempre. Per sempre restò la violenza, il dolore subiti.
Elga quella mattina pensava ai corpi accatastati, al fetore, alla fame, al freddo, e a quella continua, incessante promiscuità. E ancora, la fame. «È lei che camminava di un passo leggero, piedi nudi sulla terra tremante di Treblinka, dal luogo di scarico del treno fino alla camera a gas. Sì è proprio lei. L'ho vista nel 1930 alla stazione di Konotop, si era avvicinata al vagone del rapido, il colorito scuro per la sofferenza, e, alzando i suoi occhi meravigliosi, ha detto senza voce, solo con le labbra: Del pane». Fu ovunque uguale, una totale scomparsa dell'essere umano. Non bisogna lasciar morire l'umano nell'uomo, ovunque accada arriva il mostro. Elga pensa che forse dovrebbe accettare. In fondo le avevano detto «fra sei mesi sarai liberata». Avrebbe avuto pasti migliori e una baracca riscaldata, acqua calda corrente. Accetta.
Il giorno dopo insieme ad altre quattro compagne viene messa su un treno e di nuovo in marcia ma con destinazione: il Sonderbau, l'edificio speciale di Auschwitz. Ecco un nuovo, conforme obiettivo: il bordello. Tra il 1942 e l'anno successivo su decisione di Heinrich Himmler furono allestiti bordelli nei maggiori campi di concentramento: Buchenwald, Auschwitz, Mauthausen... Un modo per "premiare" i buoni e per arginare l'omosessualità, dicevano. Le donne destinate al bordello venivano scelte perlopiù nel campo di concentramento di Ravensbrück, tra quelle più giovani e ancora presentabili, tra quelle bollate come asociali. I clienti erano inizialmente Kapò e Vorarbeiter e altri soggetti in qualche modo "privilegiati". Gli ebrei, i rom, i sinti ne erano esclusi. Così come le "prescelte" di Ravensbrück non furono mai ebree.
Quando Elga si rende conto di quanto le sarebbe realmente costata quella promessa di vita, avrebbe voluto morire. Arrivata insieme alle altre alla nuova e "confortevole" baracca viene visitata, lavata e vestita. L'edificio è ordinato e pulito. Suddiviso in tante piccole stanze, le loro stanze. In quelle stanze e in quelle di altri campi "lavorarono" decine e decine di donne.
Il belletto messo beffardamente a loro disposizione rende le loro espressioni ancora più struggenti. Alcune svuotano bottiglie per anestetizzare la mente, arrivare all'incosciente. Ma in fondo a quegli occhi si possono ancora scorgere frammenti di una remota aspirazione all'esistenza. Si guardano allo specchio e non vedono nulla di ciò che erano; i loro occhi sono andati oltre l'umano. I capelli sono spenti, i seni vuotati eppure sono lì, sotto sguardi impietosi che continuano a strappare via tutto. Elga è una donna, una delle tante a cui è stato strappato tutto e l'ultimo pezzo è stata costretta a strapparlo via lei stessa, pur di sopravvivere all'inferno, alla morte che la circonda. "Lavorerà" per sei mesi poi sarà libera, così le hanno promesso. Arbeit macht frei. Fu liberata dai russi.
Quante sopravvissero si chiusero nel silenzio. Poche le testimonianze dirette. Nessun indennizzo. Su di loro aleggiava un terribile interdetto: collaborazionismo. Considerate prostitute del regime. «La memoria di per sé - dice Tzvetan Todorov - non è né buona né cattiva». E al cattivo ricordo è forse preferibile l'oblio.
Il campo di concentramento di Ravensbrück fu costruito nel 1939 e fu prevalentemente femminile. Campo di rieducazione lo chiamavano all'inizio. Da qui si "prestava" mano d'opera alle fabbriche territorialmente limitrofe. Nel 1941 fu aggiunto anche un campo maschile e nel 1942 nelle immediate vicinanze fu costruito il cosiddetto campo di sicurezza preventiva giovanile di Uckermark destinato alla detenzione di donne giovani e bambine.
Arrivo a Ravensbrück in una fredda mattina di gennaio, tutto è ricoperto da uno spesso manto di neve. Il campo si trova a circa tre chilometri dal paese. Lungo il tragitto che dalla stazione di Fürstenberg conduce al campo incontro soltanto un'indicazione; ci sono alcuni bivi, non so con precisione quale strada prendere. Vedo arrivare un vecchietto in bicicletta, mi rivolgo a lui. Sto ancora con il dito alzato quando mi passa davanti senza neppure guardarmi. Chissà, forse in quegli anni lui c'era. Mi incammino di nuovo e dopo un paio di chilometri incontro un nuovo cartello, devo essere vicina, penso. La strada scende ghiacciata e fiancheggiata da un bosco. Intravedo il lago, sono vicina. Prima di arrivare al campo vedo sulla destra un edificio piuttosto grande, nuovo. Davanti una targa: lì qualche anno fa tutto era pronto per ospitare un supermercato. Fu bloccato dalle proteste. La memoria può essere buona. Continuo e giungo ai primi edifici: quattro case unifamiliari signorili per gli alti ranghi delle SS del campo, dieci più modeste per i ranghi inferiori. Oggi ospitano una mostra sul personale femminile delle SS e un centro di incontro giovanile internazionale. Non incontro nessuno fino alla libreria e punto informativo; all'interno una signora mi spiega come è organizzata la visita. L'ingresso è gratuito. A ridosso del campo nell'edificio che allora era la sede della direzione SS del lager, oggi c'è l'esposizione principale del materiale documentale, prevalentemente in tedesco. Esco dall'edificio e mi dirigo verso il campo. La neve rende il paesaggio fermo, quasi un monito per chi lo vede. Arrivare in questo luogo in pieno inverno dà appena un assaggio dei tormenti subiti.
All'ingresso ci sono sculture incolonnate che quasi mi vengono incontro, puntine di ferro che tengono insieme i frammenti della memoria. Davanti uno spazio ampio delimitato da edifici: furono l'infermeria, la sartoria, la lavanderia, le baracche delle prigioniere. A destra la prigione. È un edificio a due piani, suddiviso in celle. Al primo piano le celle ospitano memoriali donati dai paesi di origine delle prigioniere. Sono toccanti per il dolore che trasmettono. Al piano terra sono state conservate le stanze di punizione - già, in un campo di concentramento si poteva essere puniti ulteriormente - differenti nell'arredo in base al reato commesso: la più "leggera" prevedeva un letto, una sedia e un servizio, quella più pesante, una stanza vuota e completamente buia. A condurre le prigioniere in quelle stanze erano spesso altre donne, donne dotate di frusta, accompagnate dai cani. Esco, sono di nuovo circondata dalla neve. Il freddo è ovunque. Mi rimbomba dentro l'eco di una voce passiva, ho paura. È una voce che può fare tutto. Un ordine eseguito senza battito di ciglia.
Pensavano tutti di contribuire al bene del paese. Agivano spinti dal più misero senso del dovere, da un rispetto senza sospetto della legge e della gerarchia. Sotto l'egida del bene di Stato muore l'uomo ogni giorno. «I giusti non cercano il bene ma praticano la bontà».
Bisogna tenerlo a mente perché presto non ci sarà né più vittima né più carnefice che sia stato lì.

(dal n.1/2010, pp.52-54)

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responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015