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Da Ellis Island. «Most dear to me»

most dear to me...

di Alessandra Ciarletti

Nome
Maria
Cognome
Lo Schiavo
Born, colour's eyes, ...diseases, open the mouth, please! Nata, colore degli occhi, ...malattie, apra la bocca!
Maria sbirciava il comportamento degli altri, carpendo dalle loro azioni le possibili risposte alle domande dell'addetto al controllo degli immigrati.
Doveva iniziare così il viaggio sulla terra ferma dopo tre mesi di navigazione, tra speranze, cattivi odori, dolori, screzi di stanchezza e fame.
Questa è la prima voce che sento guardando il volto che accoglie i visitatori ben vestiti e sicuri di Ellis Island, nell'era della comunicazione veloce e dei viaggi di piacere.
La osservo ancora e senza esitare mi racconta la sua storia. Nata in un piccolo paese dell'entroterra messinese, terza figlia di cinque, andò in sposa a Vito, un cugino per parte materna. Si ritrovò a vangare e zappare una terra dura che dava solo vermi in cambio del sudore e lei i vermi non li voleva mangiare. Passarono così i primi anni di matrimonio, speranze sgretolate a terra e la voce di Vito che si faceva sempre più dura. Poi la partenza dal porto di Napoli. Arrivare fin lì era stato un viaggio difficile, caldo e senza acqua, racconta Maria.
Al momento del nostro incontro indossa un lungo abito scuro e un fazzoletto in testa. Tra le braccia appoggiata su un fianco tiene una bambina; tra le mani un fagotto coi pochi panni necessari e posseduti. Accanto a lei suo marito Vito e un giovane che a fatica trattiene una pesante valigia fatta di stoffa. Si chiama Agostino, mi dice Maria. Nome strano per la sua terra, ma la madre di lui glielo volle dare in ossequio a un voto al santo. Probabilmente inutile, visto che era morta di stenti, lasciando il figlio in affido alla moglie del fratello, Maria appunto. E Maria in fuga dalla miseria se lo era portato dietro. Vito ha sulle spalle una coperta, in testa come segnale di dignità, una bombetta. Gli occhi sono fieri e carichi di attesa, guarda l'orizzonte incuriosito. Vuole vedere le cipolle enormi, che pubblicizzavano alcune cartoline.
Maria è diffidente e dura: lei la sua terra non la voleva lasciare; si sente il ventre svuotato, ma alla fine il marito e la fame l'avevano convinta. Erano partiti alla volta dell'America, la terra dalle galline giganti e dalle strade lastricate d'oro.
Negli occhi di Agostino c'è attesa e speranza, ma ben presto scoprirà che in America «le strade non sono lastricate d'oro, non sono proprio lastricate e, soprattutto, spetta a loro lastricarle».
Più avanti incontro il capitano Flynn Mc Ewan. Questo il suo nome, quello vero. Per tutti quelli che lo conobbero dopo fu Lars. Barba ispida e vagamente incolta. Sguardo fisso e duro. In testa il suo onorato cappello. Quanto gli resta a testimonianza della sua precedente vita. Sì, perché lui ha avuto due vite e forse qualcuna in più. Questa era la sensazione che gli restava ogni volta che superava una tempesta. Irlandese di nascita, si era imbarcato giovanissimo su un mercantile danese, che un'avaria aveva trattenuto qualche giorno a Dublino. Ebbe appena il tempo di salutare i suoi. Salì a bordo e non guardò più indietro. Aveva attraversato mari mappati dalle onde smisurate e visto luoghi sconosciuti. Doppiato più volte il Capo di Buona Speranza, ripercorrendo l'antica rotta delle spezie che portava nelle Indie. Ogni viaggio una vita, ecco com'era. A Ellis, come la chiamava lui, c'era arrivato ormai vecchio. Stanco di delusioni e attese, raggiunse l'isola come si torna da una vecchia amante. Voleva un posto in cui fermarsi e lì, dicevano, avrebbe potuto lavorare sulla terraferma, ma non lontano dall'acqua. Il porto di Ellis Island fu l'ultima sua vita. Un'isola di pochi ettari che accoglieva e respingeva, proprio come il mare. Lo saluto.
Passano davanti ai miei occhi, bambini curati e dai vestiti in ordine e adulti avvolti negli abiti della loro terra. Quando l'abito fa il monaco, penso. Sguardi fieri e tristi. Quegli abiti sono la terra che hanno potuto portarsi dietro, dentro. Certo, una terra divenuta matrigna, ma la disperazione non abbatte la nostalgia e il senso di inadeguatezza al nuovo che inesorabilmente li attende.
Giro l'angolo e incontro Tavit Adibekyan. È un ebreo armeno, giunto in America per scappare all'odio che divorava la sua terra. Terra, terraferma e mesi di navigazione senza sosta, corpo e pensiero in mutamento, divenire sconosciuto. Ultimo sguardo all'Ararat e poi tanto mare. Ha gli occhi di chi ha visto molto, troppo del genere umano e poco più si aspetta. Il sopracciglio leggermente rialzato, come chi di fronte alle domande si chiede se valga la pena rispondere. Gliene avevano fatte molte, di routine e non solo, ma la sua condizione, paradossalmente, lo aveva aiutato a velocizzare il percorso di accoglienza.
È la volta di Carlo. Ha undici anni è arrivato con sua zia. Rimasto orfano e con otto fratelli, ha lavorato duramente nel porto di Napoli. Poi lo zio era partito alla volta degli Stati Uniti e lì aveva trovato lavoro come bracciante, salario buono e pasto fisso. Li aspetta nelle distese praterie dell'Illinois. Carlo non sa neppure dove si trovi, sa solo che il suo viaggio non è ancora finito. Al momento del nostro incontro non ha neppure le scarpe. Cappello e occhi in ombra e una fronte che porta già i segni della disillusione. Mani in tasca, vorrebbe un'altra vita, diversa da quella vissuta a Napoli. Mi dice che le cose che indossa sono tutto ciò che ha. Il suo sogno è avere un'infanzia, ma probabilmente aiuterà in qualche modo lo zio. Una voce nuova mi distacca da lui. È quella di Guglielmo. Faccio fatica a individuarlo, sommerso com'è da una moltitudine di persone che, le une accanto alle altre, aspettano fiduciose di toccare terra. È arrabbiato; lui non vuole questa nuova vita, vuole tornare a casa, la sua. In fondo viveva bene lì, ma al padre non bastava e attratto dalle favolose opportunità raccontate, aveva deciso di spostarsi con tutta la sua famiglia. Mi dice che si fingerà muto, perché ha saputo che i muti gli americani non li vogliono. Questo sogno non gli appartiene, i suoi sogni sono legati alla terra da cui proviene e non si piegherà alla dolorosa ambizione del padre. Buona fortuna.
Gibbet Island, Ellis Island, Isola delle lacrime, nomi diversi per indicare un luogo fisico, un isolotto davanti alla baia di Manhattan, poco più di ventisette ettari, adibito fin dal principio a ospitare "gli altri". Prima farabutti di professione, poi dal 1892 centro di smistamento di migliaia di immigrati che da allora fino ai primi decenni del Novecento, attraversano l'oceano per rifarsi una vita. Fiumi umani a inseguire il sogno americano, da est a ovest, sulla rotta del sole. Grandi risorse naturali e spazi ancora da colonizzare. Un'Europa in crisi con un'economia post-feudale spinge i più poveri alla rincorsa della felicità. In più parti si
raccontano le gesta di chi riesce a raggiungerla. Terra ricca e dalla dimensioni smisurate, tutta da vivere e interpretare. Se qui l'uomo è divorato dalla fame, lì l'agricoltura è florida e dà frutti dalle dimensioni insperate, scorrono fiumi di latte. L'uomo non soffre, lavora e vive bene.
Questo l'immaginario che aleggia sul vecchio continente. Stili e dinamiche divergenti, diametralmente opposte. Da una parte un dinamismo legato a valori concreti rispondenti al bisogno e alla sua soddisfazione e un processo di urbanizzazione appena prodotto dalla rivoluzione industriale, dall'altra il tramonto di grandi imperi, nuovi movimenti di riscatto, isolamento delle fasce più deboli che di lì a poco qualcuno avrebbe miseramente cavalcato. Ieri, oggi, domani.
E poi un'isola, la porta della speranza. Ellis Island. Qui arrivano milioni di persone con biglietti di terza ma anche di prima classe. Quest'ultimi vengono ispezionati direttamente a bordo nelle loro cabine. Per tutti gli altri, prima il passaggio sullo storico traghetto che li conduce dalla nave all'isola, poi le attese e i controlli. Ogni immigrante deve portare con sé un documento con le informazioni sulla nave che lo ha portato a New York. I medici esaminano le condizioni di salute di ogni passeggero, imprimendo il risultato con un gesso sulla schiena di ciascuno. Occorre dimostrare che si può lavorare e produrre, per la crescita individuale e collettiva. Non mancano gli infermi; per questi è stato attrezzato un ospedale in loco. Non mancano i respinti, per loro la legislazione statunitense in vigore, prevede il rimpatrio sulla stessa nave con cui sono arrivati.
Chi supera l'ispezione si avvia verso la Sala di registrazione, un ampio salone con un soffitto a volte, pareti dai colori asettici, banchi di legno degli ispettori e bandiera americana. La sensazione a ripercorrerla oggi è di trovarsi a metà tra un ospedale e una prigione.
Dal 1892 al 1954, anno della sua chiusura, dodici milioni di persone hanno attraversato l'isola, traiettorie e destini diversi. Otto milioni di italiani dal 1900 al 1914 lasciarono l'Italia diretti negli Stati Uniti. Dopo il 1929, il flusso migratorio subisce una flessione e dal 1930 fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale il centro diviene luogo di detenzione di dissidenti politici e prigionieri di guerra.
Dal 1990 Ellis Island è museo dell'immigrazione. Accanto si erge la Statua della Libertà, davanti Battery Park, poco più in là il Financial district che custodisce un vuoto che sarà di nuovo pieno. Mi allontano di nuovo in battello guardo l'isola e guardo Manhattan. Mi chiedo cosa sia un sogno e quanta probabilità si ha di realizzarlo lontano da ciò che ci ha visceralmente nutrito. Qual è il prezzo? Deve essere tanto più alto quanto più è disperata la condizione di partenza. Mi viene in mente Ercole, un simpatico ed energico vecchio
che ha lasciato il suo paese a venticinque anni. Dagli Stati Uniti si era spostato in Canada, per raggiungere il fratello. Lì aveva lavorato anni in miniera e poi le sue mani avevano contribuito alla costruzione della rete ferroviaria della British Columbia. Finalmente a quarant'anni si era stabilito in città, Ottawa. Lì si riscattò dal freddo inclemente lavorando in un ristorante, che poi negli anni divenne suo. A quell'epoca aveva già perso tutti i denti. Si sposò ed ebbe tre figlie. Oggi ha ottontasei anni, è in pensione e dedica il suo tempo ai nipoti e all'orto. Ogni anno torna in Italia, avrà realizzato il suo sogno?

(dal n.2/2008, pp.56-58)

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responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015