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Claude Coldy. Danza Sensibile

di Anna Lisa Tota

Vorrei che tu ci raccontassi un po' il tuo percorso biografico e professionale.
Sono nato a Parigi nel 1954. Dopo un normale percorso scolastico mi sono orientato verso gli studi tecnici scoprendo un profondo disinteresse per lo sviluppo delle tecnologie industriali. Ben presto infatti mi sono reso conto che la visione del mondo industriale entrava in conflitto con una mia concezione ecologica del mondo e così ho deciso di prendermi una pausa, un vero e proprio anno sabbatico. In quell'anno ho scoperto la danza, senza grandi progetti, avevo diciotto anni.
Decisi di partecipare a una lezione di danza contemporanea in una scuola che si trovava vicino casa mia; l'insegnante si chiamava Françoise Saint-Thibault ed era, all'epoca, la presidente della federazione francese di danza contemporanea, una delle pioniere della danza contemporanea in Francia all'inizio degli anni Settanta. Lei stessa mi incoraggiò a continuare e trovai il suo invito uno straordinario augurio; seguii le sue lezioni che si basavano sulla tecnica di Marta Graham. Aveva un gruppo che si chiamava Arcana e mi invitò a prendervi parte, ma prima avrei dovuto presentare un assolo. Mi organizzai, scelsi un arrangiamento musicale e composi la mia prima coreografia. Un inizio verso una fine vicina. Ci misi dentro tutta la mia rabbia di fine adolescenza, quindi la scuola, il mondo, la robotica, la tecnologia industriale, l'economia. Tutto questo per circa 9 minuti. L'ho presentata e dopo qualche mese ho vinto il premio Jacqueline Kung, in onore di una straordinaria danzatrice classica francese.
Quel premio e la sua somma simbolica mi diedero l'entusiasmo per continuare. Cominciai a prendere lezioni di danza e a lavorare con diverse compagnie. Poi ho unito alla danza il teatro, lavorando con due persone meravigliose: Pinok e Matho che sono gli allievi diretti del padre del mimo francese Ètienne Decroux. Il teatro, un vecchio garage trasformato, si trovava a Montmartre e vi venivano a lavorare tanti artisti.
Si studiava il teatro, la voce, la commedia dell'arte, un sacco di cose. Poi sono tornato di nuovo alla danza e ho studiato la classica con una grande maestra che veniva dai balletti del Marchese de Cuevas, una grande danzatrice Solange Golovine proveniente da una grande famiglia russa di artisti e danzatori. Fu davvero un'epoca meravigliosa. Lavoravo con le compagnie, lavoravo in televisione, nel cinema. Poi ho detto basta a tutte queste cose e ho deciso di creare una compagnia che lavorasse sul modern jazz. Ci invitarono a fare una tournée in Italia ed è così che sono arrivato ai balletti di nervi con questa compagnia francese che all'epoca si chiamava Off Jazz. È stato molto divertente: mi sono innamorato del pubblico italiano che era veramente molto caloroso. Dopo uno spettacolo la direttrice di una scuola classica di Genova ci chiese la disponibilità a insegnare presso la sua scuola. Andai e iniziai a insegnare a una classe di circa venti allievi. Più tardi abbiamo creato una compagnia e mi sono decisamente orientato verso la musica contemporanea e sperimentale. Ho conosciuto il musicista Palmieri che faceva parte della prima formazione di musica elettronica alla biennale di Venezia, un allievo del gruppo di Luigi Nona. Quindi mi hanno anche proposto uno studio nell'ex ospedale psichiatrico di Quarto. È stata un'esperienza eccezionale. Lo spettacolo è stato portato in tournée in Francia, Germania, Svizzera. Siamo stati invitati a Bagnolet e abbiamo vinto le prime selezioni. Rappresentavo anche l'Italia e per me era un bel successo, la compagnia era nata due anni prima ed era stata selezionata per la finale con una quindicina di compagnie tra un centinaio che si presentavano da tutto il mondo. Come prima esperienza fu molto positiva.
Poi le storie d'amore finiscono, ne nascono altre. Sono partito dall'Italia e sono tornato in Francia perché in seguito a una lombalgia avevo conosciuto degli osteopati francesi. A quel tempo lavoravo a una danza molto dinamica, fluida e con questo problema alla schiena era difficile sia fare il coreografo che il ballerino. Questo gruppo di osteopati mi rimise letteralmente in piedi. Questa esperienza mi toccò profondamente e cominciai a pensare di dialogare con il corpo in modo diverso. Iniziai a studiare il loro metodo. Scoprii l'osteopatia.

Quindi è a causa di questa lombalgia che tu hai cambiato lo studio del corpo nella danza?
Precisamente. L'osteopatia mi ha permesso di comprendere che si potevano ottenere delle risposte dal corpo molto più armoniose, molto più ecologiche. Mano a mano che studiavo l'approccio osteopatico con questo gruppo di terapisti, ho iniziato a sviluppare i miei strumenti legati alla danza, al corpo in movimento.

Nasce così la Danza Sensibile...
Sì. Per tre o quattro anni ho studiato anatomia, fisiologia e simbologia del corpo a fianco di questo gruppo di osteopati. Ho poi proposto loro di lavorare insieme ad un concetto che avrebbe unito il pensiero osteopatico con la mia ricerca e con il mio desiderio di un'altra modalità di trasmettere e di entrare nella danza. E così, dopo un anno di riflessione specifica su questo concetto, su questa nuova forma di insegnamento del movimento è uscita la parola Danza Sensibile. È cosi che è nata. All'inizio degli anni Novanta non usavo ancora questa definizione, era troppo nuova e mi sentivo insicuro; poi a poco a poco l'ho fatta mia, ho depositato e registrato il marchio. Tutt'ora lavoro con la stessa coppia di osteopati, che sono la colonna portante dei cicli di formazione triennale di Danza Sensibile. Il primo osteopata lo conobbi a Strasburgo ed è diventato il presidente della federazione degli osteopati canadesi: è molto bello vedere come
le cose sono andate avanti.

Se ti chiedessi di descrivere, di definire per i nostri studenti e le nostre studentesse che cos'è la Danza Sensibile come potresti spiegarlo loro? Lo so che bisogna vederla per capire però forse anche con le parole possiamo provare a dare un'idea.
La Danza Sensibile è sostanzialmente un pensiero che si propone di facilitare l'espressione di colui che vive in uno specifico corpo. Chi è che vive in questo corpo? Quali sono le potenzialità di questo corpo? Quali sono le leggi che abitano questo corpo? Qual è la sua storia? Com'è nato? Si delinea un percorso caratterizzato da quattro direzioni fondamentali. Una prima direzione riguarda il campo dello sviluppo personale riscoprendo il proprio corpo e la sua relazione con il mondo; una seconda direzione è legata alla pedagogia e all'educazione: questa modalità diventa un fondamentale strumento pedagogico e alcuni insegnanti delle scuole di ginnastica o di lingue per bambini usano questa in relazione al corpo per trasmettere la loro materia; una terza direzione è finalizzata alla riarmonizzazione dei vari corpi dal più denso al più sottile, lavorando sui diversi sistemi, da quello articolare a quello muscolare, a quello emozionale. Negli ultimi anni abbiamo sviluppato un lavoro di accompagnamento della gravidanza con un ginecologo dell'ospedale di Poggibonsi, la dott.ssa Grandi che si è entusiasmata per questo approccio che dà risultati meravigliosi.
C'è infine una quarta direzione che riguarda in modo specifico l'espressione artistica: ai corsi di Danza Sensibile partecipano molti attori, danzatori, insegnanti di tecniche corporee, gente che fa arti marziali, che fa shiatsu: vengono, come dire, a nutrirsi dentro questo pensiero della Danza Sensibile.

Quindi la Danza Sensibile ti ha portato a ragionare sul corpo al di fuori del percorso strettamente legato alla danza, perché quello che tu mi dici riguarda in generale il modo in cui possiamo abitare meglio il nostro corpo, valorizzare la nostra espressività corporea e anche come possiamo curare il nostro corpo, il nostro abitare nel corpo, perché alla fine tu attraverso l'analisi e lo studio del movimento ci parli del nostro essere nel mondo...
Ho creato un capitolo e l'ho chiamato In relazione al mondo: spesso si fa un passo troppo grande, questa è una caratteristica tipicamente umana. Sia sul piano concettuale che su quello evolutivo. Bisogna rallentare i passi, reintegrarli con quelli del mondo.

Come sai, questo numero in cui pubblichiamo l'intervista è dedicato agli studi di genere. Tu sei un danzatore che occupa uno spazio, quello della danza, che è tradizionalmente femminile, almeno nell'immaginario collettivo. Come ti sei posto verso questa questione, ti ha creato dei problemi oppure è stato un percorso naturale?
Nell'immaginario di molte persone la danza è una dimensione inaccessibile e soprattutto non integrata col mondo moderno, un mondo che solo apparentemente si occupa del corpo, direi che si occupa della forma del corpo, piuttosto. Indubbiamente questa è una difficoltà, in più io venivo da studi tecnici e per di più sono un uomo. Mi ricordo che, giunto in Italia, mi sono trovato spesso per ragioni burocratiche a dover dire che sono un ballerino e mi ricordo che non tutti capivano che la danza fosse il mio mestiere; alcuni pensavano che fosse un hobby, sembrava davvero strano in quegli anni, immagino. In più ero uno dei pochi ballerini di colore, di origine caraibica, quindi un meticcio... insomma ero inconsueto. Per giunta molte persone pensano che il ballerino uomo sia necessariamente effeminato nel comportamento... probabilmente un poco lo sono anche io, tuttavia il fatto di aver praticato per tanto tempo le arti marziali, mi ha aiutato ad approcciarmi al movimento armonico in modo più centrato, mantenendo viva la mia identità maschile, integrandola e realizzandola anche attraverso la danza: oggi sono padre di due figli.

Nelle scienze della comunicazione c'è tutta una parte della comunicazione che è fortemente trascurata ed è quella parte che va sotto il nome di aptica o comunicazione corporea e la mia impressione è che tu attraverso la Danza Sensibile abbia potuto individuare degli strumenti, delle categorie concettuali, delle prospettive che permettono di comprendere la comunicazione corporea molto meglio di quanto abbiano fatto i sociologi della comunicazione, cosa pensi di questo?
Con molto rispetto per i sociologi della comunicazione, studio danza da quando avevo diciotto anni, integrandola, come ti dicevo, con tante altre discipline. Ho fatto studi di psicosomatica, ho studiato il comportamento biologico con il prof. Hamer che ha aperto una grande scuola di biologia del comportamento. Sostanzialmente esiste una relazione tra il nome della parte del corpo in cui si manifesta la patologia e la patologia stessa: in base a dove si manifesta si può capire qual è il tipo di problematica che vive la persona nella sua relazione con il mondo. La relazione tra il corpo e il cervello si può paragonare alla nostra relazione con l'universo. Il tema è affascinante e inesauribile.

Quando tu incontri una persona, per esempio un nuovo danzatore, una nuova danzatrice e guardi il suo corpo, cosa vedi?
La cosa più importante, non è tanto sapere se la persona è dritta, se ha una bella posizione o se ha tante conoscenze tecniche, ma quali sono i messaggi che esprime attraverso il suo corpo. La prima cosa è accogliere la persona globalmente: non bisogna avere un occhio analitico ma un occhio che accolga pienamente i messaggi che arrivano da un determinato corpo, il corpo parla di noi, parla attraverso il movimento, attraverso il ritmo.

Immagino che sia importante anche la velocità del corpo, la velocità alla quale il corpo si muove è un elemento importante nel tuo lavoro?
Il ritmo è un elemento molto importante, io lo riassumo nella presenza. Com'è questa presenza? Qual è la qualità di presenza? Bisogna provare a individuare la natura della presenza della persona che abita il corpo.

Se ti chiedessi di provare a esplicitare qualcuno dei criteri sulla base dei quali lavori, che cosa diresti? Immaginiamo che tu debba insegnare a una persona a migliorare la qualità della sua presenza...
Partiamo da un assioma: la presenza chiede tempo presente. I nostri contemporanei sono in difficoltà perché facciamo tutti cinque cose contemporaneamente. L'occhio si muove continuamente, siamo abituati in città a rispondere al cellulare, a guardare le vetrine, ad osservare il colore del semaforo, a seguire la freccia e stare attenti che l'altro non ci calpesti. La presenza implica lo stare nel tempo presente, non in quello che faremo tra cinque minuti, tra trenta secondi, al contrario delimita lo spazio, ci obbliga a fermarci, a stare nell'attimo e stare nell'attimo significa tornare al sentire, e quando io ritorno alla sensazione, ricontatto i miei bisogni e la presenza si nutre della capacità di rispondere ai miei bisogni. Il semplice esercizio di essere nel tempo presente si rivela una grande esercizio di consapevolezza.

Si è vero, perché la noia è quel meccanismo che insorge nel momento in cui mi stacco dalla sensazione ed entro nel razionale, nel cognitivo, è lì che si genera il processo di noia. Ma se rimango al livello della sensazione a livello delle emozioni la noia non dovrebbe intervenire, perché è la noia il meccanismo che ci porta a staccarci dal tempo presente o sbaglio?
La noia è un messaggio di inadeguatezza del nostro vissuto in quel momento: la presenza si nutre fortemente di questa capacità di essere nel presente, di radicarsi con un livello di vigilanza che non è quello abituale, perché noi chiamiamo presenza questo sforzo di essere come un attore che scruta un mondo all'esterno direi: un carro armato con tutti i fucili puntati verso l'esterno pronti in posizione di difesa. Al contrario la presenza che io propongo di sperimentare è l'opposto, è un po' quella dei mammiferi marini: quasi per l'80% aperto alla relazione col gruppo interno e un 20% preoccupato da quello che accade all'esterno. E noi umani funzioniamo all'opposto, l'80% orientati a proteggersi dall'esterno e il 20%, anche meno, verso il gruppo. Dunque quello che chiamiamo presenza è il luogo di un grande fraintendimento. La presenza è la capacità di essere lì nel presente, aperti al mondo.

La cosa che mi colpisce molto e che secondo me rende particolarmente originale il tuo lavoro è il fatto che quello che dici rispetto alla presenza, essere nel tempo presente, esserci, è un discorso che in realtà potrebbe fare benissimo anche un filosofo o uno psicologo con altri strumenti, il punto è che tu non solo lo dici, ma nel corpo che hai di fronte lo vedi. Ecco, questa è, secondo me, la differenza grande, perchè alcune di queste idee le ritroviamo nella filosofia contemporanea, declinate in un modo o nell'altro, però tu hai la capacità di vedere questa differenza in essere nel corpo che hai di fronte e questa è una capacità rarissima.
La mia passione per il corpo in movimento si basa anche sull'analisi di relazione che il corpo stesso intesse con il circostante. Ciascuno di noi si muove all'interno di uno spazio che è il suo vissuto ma che contemporaneamente entra in relazione con lo spazio/vissuto di un'altra persona. Nei movimenti reciproci tutto questo si manifesta chiaramente. Chiamo questo spazio comune, spazio di relazione. Noi spesso dimentichiamo lo spazio che esiste tra due esseri perché ciascuno ha un vissuto dentro lo spazio che è legato alla sua natura, alle sue capacità; ci sono persone che si chiudono come un'ostrica quando una persona viene e gli parla in faccia; ci sono persone timide, persone riservate, bambini che non sopportano la presenza di adulti invadenti. Per poter parlare di presenza deve nascere una cosa che appartiene molto ai popoli antichi, una dimensione di rispetto reciproco, che non ha valore morale, è piuttosto il riconoscimento dello spazio in cui l'altro vive, in cui l'altro è. E lo spazio in cui l'altro mi permette di entrare. In questo ambito l'educazione può contribuire a riconoscere i codici che l'altro utilizza per entrare nello spazio di relazione. Nelle città ci calpestiamo di continuo. Quando metto due persone una di fronte all'altra e dico:«avvicinatevi al vostro partner», spesso le persone non stanno a loro agio e frequentemente la risposta è troppo veloce o troppo invasiva. Quindi ho creato dei giochi. Ridiamo tutti insieme, perché bisogna anche ridere, non siamo stati educati a comunicare insieme, non abbiamo imparato a comunicare, abbiamo imparato a fare, a volere, ad agire, ad esercitare il nostro potere. La maggior parte delle persone non ha imparato a comunicare in una relazione ecologica, questa è una delle carenze della nostra società odierna. Molti sociologi studiano i popoli primordiali, studiano le relazione interpersonali, studiano i mammiferi marini, i lupi, per vedere come sono organizzate altre società perché forse abbiamo dimenticato una parte importante: la nostra società è diventata tremendamente violenta verso la nostra progenie, verso il futuro della specie. Basta vedere il nostro sistema educativo: è drammatico se si pensa come la nostra società è arrivata a questo paradosso di sistema educativo in cui non si rispettano i bisogni degli esseri che rappresentano il futuro della specie di questa società.

E secondo te qual è la principale carenza dei sistemi educativi? A cosa ti riferisci in particolare?
Penso che sia fondamentale riconoscere la natura dell'essere e i suoi bisogni, senza strumentalizzarlo e manipolarlo, riducendolo a una macchina in grado soltanto di ripetere e di sviluppare concetti e conoscenze al servizio di un sistema che non risponde ai bisogni dell'individuo. La nostra società sta vivendo un momento cruciale: se non prendiamo seriamente in considerazione i nostri bisogni il mondo che abbiamo creato ci ricadrà sulla testa, basta vedere il sistema economico, la problematica ecologica mondiale. Abbiamo perso il vero contatto con i nostri bisogni, ci siamo proiettati nel fare, nel non essere esclusivamente o essenzialmente materiali, ma la nostra complessità è molto più ampia, non abbiamo bisogno di indossare mille euro di vestiti, abbiamo innanzitutto bisogno di relazione.

Un'ultima domanda: se dovessi organizzare una sorta di seminario sul tema della comunicazione corporea, in particolare, e se tu avessi la possibilità di invitare chiunque tu voglia, mettiamo che sia un seminario di 15/20 persone che si sono occupate di queste tematiche, anche da punti di vista molto diversi ma che in qualche modo hanno dato un contributo secondo te originale su questi temi, non ti chiedo tanto di fare i nomi e cognomi, magari sono persone che non conosciamo nemmeno, ma quanto di indicare le aree del sapere che secondo te potrebbero essere utili?
Inviterei innanzitutto gli astrofisici, persone che praticano la fisica quantistica, perché abbiamo il dovere di ritrovare l'umiltà della nostra posizione nel mondo, questo è fondamentale; poi inviterei dei matematici, perché la matematica è meravigliosa, degli architetti, degli specialisti della pedagogia, degli artisti...

Quando dici artisti, chi intendi?
Intendo persone sensibili, che si esprimono in forme diverse di espressione, quindi: musicisti, pittori, cantanti, danzatori ovviamente! Metterei persone dalla sensibilità esagerata che si incarna attraverso un'esperienza quotidiana; grandi ricercatori di terapie, terapisti di medicina tradizionale, sumera, giapponese, cinese, alchemica occidentale, insomma farei un grande cocktail. Quando si mette insieme un danzatore, un terapeuta, uno psicologo, un insegnate e queste persone sono decise a comunicare, a conoscere il genere umano, da questa molteplicità che si condivide nascono cose meravigliose.

(dal n. 1/2010, pp. 31-35)

responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015