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Alessandro Portelli. Giro del mondo: accesso vigilato

di Michela Monferrini

Prof. Portelli, mentre si celebra il ventennale della caduta del Muro di Berlino, non le pare che si parli troppo poco del fatto che ancora oggi, in diversi paesi del mondo, si costruiscano muri per dividere le popolazioni? Non è un procedimento contraddittorio in un'epoca caratterizzata dalla globalizzazione?
Sempre di più assistiamo a una contraddizione tra una globalizzazione dell'economia e dei capitali e l'arroccarsi delle identità più spaventate da questo processo. Viviamo in un'epoca particolare per cui l'unica cosa che non si può muovere sulla superficie del pianeta sono proprio gli esseri umani: tutto il resto gira velocemente e se soltanto qualcuno provasse a impedire alle merci di circolare, verrebbe subito sanzionato dal Fondo monetario internazionale.
Al di là delle diverse circostanze che oggi portano alla costruzione di nuovi muri - per cui la situazione palestinese, ad esempio, è diversa dalla situazione in cui sono coinvolti Stati Uniti e Messico - a me colpisce il fatto che tutti i muri di recente costruzione sono muri che stanno tra terzo e primo mondo, muri grazie ai quali il mondo ricco si chiude, spaventato da ciò che si muove nelle sue vicinanze e che è altro da sé.

Muri di difesa, quindi...
Sì, con qualche differenza. Avete nominato il Muro di Berlino, ma effettivamente, in quel caso, il muro serviva ad impedire l'uscita - l'esodo - a chi abitava nella zona della Germania Est, mentre i muri più recenti servono ad impedire l'entrata in un determinato territorio. Questo è vero anche per quanto riguarda i numerosi muri invisibili di oggi, perché quando noi decidiamo di respingere i migranti, stiamo facendo da gendarme non solo per l'Italia, ma per l'Europa intera: edifichiamo un invisibile muro in mezzo al Mediterraneo, un muro che per le persone allontanate si materializza, subito dopo, nei campi di reclusione della Libia, per esempio, e cioè in muri reali, fisici, in reticolati, in celle, in muri che a noi restano invisibili - e quindi non ci toccano - non perché non esistano, ma perché sono lontani, altrove e quasi nessuno ce li racconta.
Il problema che noi oggi dobbiamo affrontare e risolvere è proprio questo: non esistono popolazioni che possano restare confinate per decisione di altri popoli. Bisogna comprendere che lo spostamento, per le persone, per le popolazioni, è legittimo, è un diritto. La lotta di classe attuale nasce dal bisogno di condivisione che i poveri provano verso tutto ciò che i ricchi possiedono e questo genera l'emigrazione, che viene così a rappresentare la forma più radicale della lotta di classe. Contemporaneamente, il muro diventa una delle forme forti di difesa dall'immigrazione.

Esistono però anche "muri estremi", come il Sunken Wall, il Muro interrato che nel cimitero di Belfast separa le anime protestanti da quelle cattoliche e da quelle ebraiche...
Il muro di Belfast fa storia a sé perché lì è addirittura strumento di guerra civile.
Quanto al muro interrato, come diceva la mia amica Annie Napier, moglie di un minatore del Kentucky, a me non risulta che in un ipotetico aldilà ci sarà un recinto per i cattolici, uno per gli ebrei e così via: si dovrà per forza andare d'accordo e allora, perché non cominciare da qui, da subito? Un giovane scrittore americano, Nathan Englander, ha pubblicato un bellissimo romanzo (Il ministero dei casi speciali, Mondadori, 2007, NdR) sul caso dei desaparecidos argentini, nel cui incipit viene descritto proprio un cimitero in cui le tombe degli ebrei perbene sono separate da quelle degli ebrei "poco rispettabili" in vita.

Il muro tuttavia ha anche una tradizione come forma d'arte e di memoria...
Mi viene in mente che, mentre tra Israele e Palestina c'è semplicemente un triste, evidente muro, quello tra Messico e Stati Uniti è stato dipinto, dall'inizio, con colori accattivanti o pastello, in modo tale che non sembrasse una presenza ostile: questa è la "violenza soffice" che caratterizza gran parte della nostra epoca.
Quanto al muro come forma artistica o base per l'opera d'arte, basti pensare al fenomeno del graffitismo. La mia impressione è che si tratti al settantacinque per cento di sporcare muri, ma che comunque sia arte per il restante venticinque per cento. In questo senso, il muro è la superficie di più antica tradizione: come un quaderno chiama scrittura, un muro ha da sempre chiamato pittura e proprio in questo periodo, alle Scuderie del Quirinale, è allestita una mostra sulla pittura romana, che è comprensibilmente una pittura murale. Io ho avuto modo di parlare con alcuni graffitisti e loro - e questa è la grande differenza rispetto a chi non è interessato a fare arte - dicono: «Ci mettano a disposizione dei muri, altrimenti siamo obbligati a farlo di nascosto». Ma poi dicono che l'adrenalina che ti dà il fatto di farlo di nascosto è incomparabile. Questo per dire che oggi c'è una dimensione trasgressiva rispetto al passato (anche perché è cambiato il regime di proprietà dei muri), ma per il resto, si tratta della stessa esigenza dell'uomo di raccontarsi. Un'esigenza che però non deve andare a giustificare quello che è il teppismo: penso alle scritte dei tifosi di squadre diverse o di schieramenti politici opposti, sui muri dei palazzi, in città, ovunque. Quello non è un dialogo con qualcun altro, bensì una reciproca cancellazione che non tiene conto del fatto che anche all'interno delle trasgressioni esistono regole che è bene continuare a rispettare.
Quindi si può dire che ancora oggi il muro può essere pensato sia come possibilità espressiva che come barriera difensiva e blocco al movimento altrui. La differenza fondamentale, se pensiamo a questi muri in un contesto ambientale, è che i primi fiancheggiano lo spazio, gli altri lo spezzano.

Lei si è occupato molto di musica. Crede davvero che, come sempre e da sempre viene detto, la musica riesca ad abbattere i muri tra le popolazioni?
Ad abbatterli no, ma occorre dire che musica bianca e musica nera già si parlavano, quando in realtà bianchi e neri vivevano i loro contrasti più violenti. Esistono vari esempi di casi in cui la musica avvicina chi è diviso per confini geografici o per motivi politici, storici o razziali: la Western/Eastern Divan Orchestra, per esempio, formata da giovani palestinesi e israeliani; il genere musicale Tex-Mex, così chiamato perché creato dagli scambi musicali e culturali tra Texas e Messico; il genere del corrido, musica epico-lirica e narrativa, presente sia nel nord del Messico che nel sud del Texas e dell'Arizona. Simili contaminazioni sono state possibili grazie all'immaterialità della musica e al fatto che essa può girare, essere veicolata dalle singole persone che si spostano. Attualmente, sto lavorando in una direzione simile: sto cercando di capire con quale tipo di patrimonio musicale possano vivere gli immigrati. Non credo che la musica basti ad abbattere i muri, ma credo che sia una delle forme migliori di dialogo.

(dal n. 3/2009, pp. 42-44)

responsabile informazioni: Ufficio Orientamento 2/3/2015