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27 Gennaio 2007
Intervento del del Prof. David Meghnagi, direttore del Master,alla
cerimonia di inaugurazione del master internazionale di II livello in
didattica della Shoah - Palazzo del Campidoglio
La memoria del trauma della Shoah nella costruzione dell’identità
europea
Solo per l’umanità redenta il passato è citabile in ognuno dei suoi
momenti.
W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia
Proviamo ad immaginare di non avere più nessuno dei nostri cari. Che da un
giorno all’altro sparisca nel nulla l’intera popolazione della nostra
città, che nove decimi della popolazione del nostro paese venga
violentemente annientata. Proviamo ad immaginare di perdere, da un momento
all’altro, i nostri parenti più stretti, i fratelli e le sorelle, i
genitori, i nonni e gli zii; di perdere tutti insieme gli amici vicini e
lontani, di non avere con chi dividere il dolore, lontani dalla casa,
espulsi dal lavoro, braccati e soli con un’angoscia senza nome e che alla
fine non ci siano nemmeno i cimiteri dove poter piangere i nostri cari.
Proviamo a pensare questo ed altro, potremmo forse in parte comprendere
cosa è stato il genocidio nazista per chi l’ha subito, quale ferita abbia
rappresentato nella coscienza dei sopravvissuti, quale dramma interno esso
abbia costituito per chi, salvatosi, porta il fardello per chi non c’è
più, consumato dagli incubi e da un senso di colpa lacerante per quanto
infinitamente irrazionale. Immaginiamo che per il prolungamento della
nostra sopravvivenza, di qualche giorno o mese, qualcun altro sia morto
prima, che per una selezione qualcun altro è perito nelle camere
predisposte alla distruzione finale, che per ogni lavoro utile al nemico,
come chimico o scienziato, un altro uomo senza volto sia stato
anticipatamente inserito nel numero previsto dei morti e degli uccisi ogni
giorno di ogni mese.
Proviamo ad immaginare e forse potremmo capire cosa è stato veramente il
ritorno alla vita di chi ha fatto l’esperienza della deportazione e dei
campi. Forse allora percepiremmo nella sua intensità la violenza di chi
oggi vorrebbe colpevolizzare le vittime per un passato che non passa,
perché si rifiutano di dimenticare, perché vogliono coltivare il ricordo
di quel che è stato. Non ci chiederemmo più come mai i diretti interessati
di questa immane tragedia, non dimenticano. Ci chiederemmo al contrario
come essi abbiano potuto continuare a vivere conservando la fiducia nei
vicini, condividere le speranze di un futuro migliore con chi ha finto di
non vedere, o non ha voluto guardare. Come abbiano potuto riacquistare la
fiducia nel genere umano e come abbiano conservato la fede, per quanto
essa non possa più essere la stessa se non al prezzo di un diniego
profondo, dei un isolamento emotivo e intellettuale, di una censura che fa
violenza all’intelletto e alla fede in un Dio giusto e buono.
Detto in termini religiosi, il vero grande miracolo nella recente storia
ebraica, è aver continuato a credere in Dio, nonostante Auschwitz, o
paradossalmente a causa di Auschwitz.
Mi sono lungamente chiesto nel corso degli anni come abbia fatto
l’ebraismo a sopravvivere all’immane catastrofe dello sterminio nazista.
Da quali fonti emotive abbia attinto la linfa per tornare a vivere, che
cosa abbia impedito nei figli dei sopravvissuti lo svuotamento di ogni
desiderio di vita e di gioia. Le domande non sono prive di significato sul
piano psicologico ed hanno implicazioni più ampie nella riflessione sui
processi di elaborazione collettiva del lutto. Altre popolazioni in
contesti diversi hanno perso ogni voglia di vivere, la loro cultura si è
disgregata, sottoposta ad un attacco concentrico dall’esterno e
dall’interno. Le risposte sono principalmente tre e vi tornerò più
avanti.: il fatto ovviamente che a vincere la guerra sia stata la
coalizione antifascista; il culto della memoria, e la nascita dello Stato
ebraico. Senza Israele e ciò che ha significato la sua nascita per
centinaia di migliaia di sopravvissuti e di nuovi esuli dal mondo arabo,
il mondo ebraico avrebbe rischiato un lutto senza fine, e la dissoluzione
dei residui di vitalità da ci ha miracolosamente ha preso avvio la
rinascita nel dopoguerra.
Siamo abituati a pensare alla morte come ad un atto conclusivo che
interrompe l’esistenza. La morte, a livello biologico e psichico, è un
processo che comincia molto prima. Quando la vita perde significato, è il
sistema immunitario a risentirne.
La ripetitività dei massacri in America Latina, la mancanza di
considerazione con cui i regimi dittatoriali hanno costantemente violato
la vita dei loro cittadini, affonda i suoi germi in una storia più antica
che non è mai stata realmente elaborata. La tragedia dei desaparecidos
argentini è solo un esempio di un meccanismo che a livelli diversi non ha
cessato di insidiare le culture di un continente che non ha mai fatto
interamente i conti con il suo peccato di origine, la distruzione violenta
delle civiltà che c’erano prima, la mancata elaborazione di un intero
ciclo storico che va dalla Reconquista in Spagna all’espansione coloniale
nelle Americhe. La violenza ha finito per colpire non solo chi c’era prima
ma anche chi è arrivato dopo. Il lutto di chi partiva fuggendo dal proprio
paese di origine alla ricerca di una nuova vita, non si è mai realmente
incontrato con quello di chi era stato cacciato dai suoi luoghi di
origine. In un ripetersi ciclico di violenze e distruzioni, una dinamica
relazionale di tipo schizoparanoide non ha mai cessato di insidiare la
vita pubblica del continente.
L’esperienza del sopravvissuto
L’esperienza del sopravvissuto consta di due momenti distinti e correlati:
il trauma iniziale con i suoi effetti disgreganti e devastanti sulla
personalità e le conseguenze, che possono durare un’intera esistenza e
richiedono un investimento unico di risorse, se non si vuole soccombere.
L’essere sopravvissuti comporta
una vaga ma molto particolare responsabilità, dovuta al fatto che quello
che sarebbe dovuto essere un nostro diritto di nascita – il diritto di
vivere la nostra vita in relativa tranquillità e sicurezza invece di
essere arbitrariamente assassinati dallo Stato, il cui compito sarebbe
quello di proteggerla- in realtà è vissuto come un colpo di immeritata e
inspiegabile fortuna. È un miracolo che io mi sia salvato quando invece
milioni di persona esattamente simili a me sono perite; perciò, se è
accaduto, deve essere per un qualche imperscrutabile fine.
C’è una voce, quella della ragione, che alla domanda “Perché proprio io?”,
cerca di rispondere “È stato per pura e semplice fortuna, un caso; non
esiste altra spiegazione”; ma la voce della coscienza ribatte: “È vero, ma
se tu sei potuto sopravvivere è stato perché qualche altro prigioniero è
morto al tuo posto”. E sotto a questa voce ne sentiamo un’altra che in un
bisbiglio ci muove un’imputazione ancora più grave: “Alcuni sono morti
perché tu gli hai soffiato quella mansione meno faticosa; altri perché non
gli hai dato quel boccone di pane di cui tu, forse, avresti potuto fare a
meno”. E rimane sempre l’accusa finale, alla quale non si può trovare una
giustificazione accettabile: “Sei stato felice che fosse toccato a qualcun
altro e non a te”.
L’irrazionalità di questi sensi di colpa e dell’impressione di essere in
qualche modo moralmente debitore non diminuisce il loro potere di dominare
tutta la vita; per molti versi è proprio la loro irrazionalità che li
rende tanto difficili da padroneggiare. I sentimenti che poggiano su una
base razionale possono essere affrontati con misure razionali, ma i
sentimenti irrazionali sono il più delle volte inattaccabili dalla
ragione, e vanno affrontati a un livello emotivo più profondo .
Di fronte a situazioni estreme ci si può lasciare distruggere
dall’esperienza, la si può rimuovere negando che possa avere un qualunque
conseguenza duratura. Ma si può anche lottare per tutta l’esistenza per
conservarne la consapevolezza e integrarla nella memoria. La più
distruttiva delle risposte è la conclusione che la reintegrazione della
personalità sia impossibile, o inutile, o entrambe le cose. In questi casi
il sopravvissuto percepisce la propria vita come frammentata. Una tale
condizione di frammentazione e di lutto è ben rappresentata nei romanzi di
Isaac Bashevis Singer, che non a caso ha continuato a scrivere in jiddish,
come se i veri destinatari dei romanzi, i lettori assassinati a milioni,
fossero ancora in vita. Il mondo del sopravvissuto è andato a pezzi ed
egli non sa più come venirne a capo. La decisione inconscia di non essere
capace di ricostruirsi la vita ha come sfondo la percezione che tutto
quello che apparteneva al mondo di ieri e che dava senso all’esistenza sia
andato per sempre perduto senza possibilità di recupero; sia per sempre
scomparso. Altri, la maggioranza, per sopravvivere, ricorrono ai
meccanismi della rimozione e della negazione. Una volta usciti da
un’esperienza limite, tentano di tornare alla vita di un tempo, come se
nulla fosse accaduto. Siccome non era possibile dimenticare, la cosa più
simile alla negazione, è “di non permettere a quell’esperienza di
modificare il loro modo di vivere o la loro personalità. In verità poter
tornare immutati alla vita dopo la liberazione era il desiderio ardente di
molti prigionieri; credere a questa possibilità rendeva psicologicamente
più sopportabile la degradazione a cui si era sottoposti” .
Il ricorso a questi meccanismi non è una prerogativa esclusiva della Shoah.
È una reazione comune di fronte alle tragedie della vita e della storia:
ricordare i fatti in quanto fatti storici negandone però o rimuovendone la
portata psicologica, perché riconoscerla esigerebbe una ristrutturazione
della nostra personalità e una modificazione della visione del mondo. Sul
versante delle civiltà che si sono rese colpevoli della Shoah, si
individua qui una delle molle psicologiche di un certo revisionismo
storico, che non nega l’esistenza dei campi o l’entità della tragedia, ma
finge che tutto sia, o debba essere come prima, colpevolizzando le vittime
perché non vogliono dimenticare.
I sopravvissuti che negano che l’esperienza “del campo di concentramento
abbia demolito la loro integrazione, che rimuovono il senso di colpa e la
sensazione di avere uno speciale debito morale da estinguere, spesso se la
cavano abbastanza bene nella vita, almeno apparentemente. Ma a livello
emotivo sono come svuotati, perché gran parte della loro energia vitale
viene spesa per mantenere funzionanti la negazione e la rimozione, e
perché non possono più avere fiducia che la loro integrazione gli offra la
sicurezza, qualora venisse messa alla prova, giacché una volta è venuta
meno a questo compito” . La loro vita è in realtà costruita su un castello
di carte, fondata su un’insicurezza di fondo, un’angoscia esistenziale che
consuma l’esistenza, dove basta un po’ per riattivare il sentimento della
precarietà.
Conservare le abitudini e i riti, continuare a vivere come se tutto fosse
normale, alzarsi la mattina, radersi come ogni giorno e andare al lavoro
anche se tutto è ormai privo di senso, può talora essere l’estrema risorsa
contro la disperazione e la tentazione del suicidio.
La condizione preliminare per il conseguimento di una nuova integrazione è
data dal riconoscimento della gravità del trauma subito e della sua
natura.
Lutto individuale e lutto collettivo
Nel dialogo tra le generazioni il lutto è un momento importante di
riconciliazione e di ricostruzione. Possiamo separarci non solo come
sostiene Freud, perché lasciamo morire la persona amata per poter vivere
noi. Possiamo separarci, perché ad altri livelli ci riconciliamo con la
persona perduta, facendola rivivere dentro, proiettandone il ricordo nella
vita nella quotidiana e nel futuro dei nostri figli. Recuperando il
passato, redimendo le ferite aperte, apriamo una porta sul futuro.
Di fronte alla perdita di una persona cara, viviamo, agiamo e ci
comportiamo in una prima fase come se fossimo noi stessi appartenenti al
mondo dei morti, siamo ripiegati su noi stessi, abbiamo bisogno di stare
soli o in compagnia di persone, cui siamo legati da profondi affetti, i
famigliari e i parenti stretti . I rituali elaborati da ogni cultura sono
ricchi di indicazioni per segnalare agli altri questo nostro stato, per
chiedere e ricevere aiuto. Tra gli ebrei è d’uso non radersi la barba per
un intero mese se la perdita coinvolge i genitori, la moglie, i marito o i
figli. Nello prima settimana del lutto, si è esentatati anche dalla
preghiera quotidiana. L’unico obbligo è leggere il Kaddish, la preghiera
dei morti. In una situazione normale la vita, dopo un certo periodo,
riprende il suo corso. La persona ritrova in sé le energie per tornare a
vivere. Appunto in una situazione normale. Per normalità intendo la
presenza protettiva del gruppo famigliare, e della cerchia più ampia degli
amici, i parenti, i colleghi di lavoro.
Nel lutto individuale, quando la situazione lo permette, facciamo rivivere
al nostro interno le persone che non ci sono più. L’elaborazione del lutto
è possibile non solo perché ad un livello, L’Io sceglie di vivere e lascia
morire la persona amata, ma perché ad altri livelli questa torna a vivere
dentro di noi . Questo è quanto accade generalmente accade nel lutto
normale. Quando non ce la facciamo, ci accusiamo di colpe immaginarie o
reali, secondo una logica tipica del processo primario, amplificandole
nella nostra onnipotenza; diventiamo responsabili di tutto e dobbiamo
perciò espiare per tutto sino alla morte. È il caso della melanconia.
Oppure per difenderci da tale pericolo, cerchiamo rifugio nel diniego più
assoluto, vivendo una vita non nostra, avvolgendo di normalità quel che
non è più, trasferendo sulle generazioni che vengono dopo il peso dei
conflitti irrisolti e il fardello di colpa opprimente. La vita di chi
viene dopo diventa in questi dolorosi casi una continua interrogazione
alla Sfinge. I figli sono costretti a diventare adulti prima del tempo,
devono fare da genitori ai loro genitori per non andare a pezzi loro
stessi.
Nel lutto individuale la funzione di mediazione tra le diverse istanze
psichiche è svolta dall’Io. È l’Io deve fare i conti con il fardello di
colpa inconscio, a mettere in atto i meccanismi di difesa e di
rielaborazione. Nei processi collettivi l’azione dell’Io di intreccia con
quella più dei movimenti politici, culturali e sociali e l’elaborazione
individuale con quella collettiva.
Il discorso cambia quando il lutto colpisce in modo estremo una
collettività intera. Venendo meno il sostegno diretto del gruppo di
riferimento, l’elaborazione del lutto richiede uno sforzo ulteriore,
perché ci si ritrova ancor più soli.
Il suicidio di molti testimoni della tragedia dello sterminio, molti anni
dopo che avevano ritrovato la libertà, non è un fatto casuale. Per
sopravvivere bisognava dimenticare, non pensare a quel che era accaduto,
evitare di voltarsi per guardare il passato, conservare l’apparente
normalità dei gesti, continuare a vivere come se tutto fosse come prima,
anche se nulla poteva essere più come prima.
Per i giovani è più facile, la vita è proiettata sul futuro, il sentimento
della perdita può essere rimosso salvo riemergere molti anni dopo. Per gli
anziani è più difficile, soprattutto se a essere interamente colpite le
ragioni dell’esistenza e la speranza di un diverso per i figli. Lasciarsi
morire, o peggio, suicidarsi è una tentazione molto forte, può essere una
forma estrema di manifestazione del sentimento di umiliazione e di dignità
offesa.
Il percorso del lutto individuale passa in questi casi per quello
collettivo, il primo rimanda al secondo in un intreccio di domande
irrisolte che assumono il carattere di un’ossessione: “Perché a me e non
ad altri? Come impedire che tutto questo si ripeta?”
Di fronte a un lutto estremo che coinvolge la collettività intera, anche
la visione religiosa del mondo appare profondamente intaccata: “Perché Dio
ha permesso questo? Dov’era Dio nel momento della solitudine più
estrema?”. Non a tutti è dato poter rispondere che Dio era presente con le
vittime che soffrivano, nel muto urlo di chi moriva solo e abbandonato,
nel grido disperato “Io sono l’ultimo!”, oggetto di meditazioni diverse e
convergenti, da chi, come Levi, Bettelheim, Amery e Celan , hanno
affrontato il problema da posizioni laiche, e da chi come Jonas, Frankl,
Wiesel, lo hanno fatto tornando a interrogare i testi della tradizione .
Se nei processi di elaborazione normale del lutto riprendiamo a vivere
riconciliandoci con la persona perduta. Nella melanconia, come ha
sottolineato Freud, il lutto diventa senza fine e proietta le sue ombre
sul futuro intero. È questa la situazione che rischia di crearsi quando il
lutto investe un’intera collettività, quando la distruzione violenta
colpisce un intero gruppo. Per uscire dal lutto bisogna dare un
significato al futuro. Ma come si può dare significato al futuro se la
possibilità di un futuro è stata per sempre recisa?
Il diniego di fronte ad una grande catastrofe storica, può scegliere due
strade opposte: relativizzare e minimizzare, amplificare altri eventi
correlati al fine di svuotare la portata dirompente della catastrofe sul
pensiero e sulla teoria, lasciando con ciò che tutto resti come prima. Non
potendo negare la realtà, si opta per il diniego interpretativo.
Procedendo per questa strada si può anche arrivare rendere responsabili di
una colpa coloro che vogliono ricordare, rendendoli responsabili per il
fatto che il passato non passi, accusandoli di poggiare sul ricordo una
presunta rendita di posizione.
Per far fronte al crollo di un intero mondo dopo la cacciata dalla Spagna,
la Qabbalah sottopose il testo biblico e la tradizione orale ad una forte
tensione, facendo sprigionare dalle Scritture significati nuovi in grado
di dare un senso alla tragedia delle espulsioni. La lacerazione del corpo
di Israele, il suo dolore, la frammentazione e la dispersione fra le genti
erano il simbolo di un processo che si svolgeva nel mondo del Pleroma. In
questa possente concezione la sofferenza di Israele, le sue aspirazioni e
sogni di redenzione erano parte di un processo che coinvolgeva l’intero
mondo animale e vegetale. Nella prospettiva della Qabbalah, la sofferenza
di Israele era parte di una sofferenza cosmica che coinvolgeva la
Shechinah, il grembo divino, il suo essere madre di ogni creatura. L’ebreo
chiuso nel suo ghetto, e con lui ogni altro essere, poteva assolvere alla
funzione di liberare le scintille divine rimaste intrappolate nel cosmo
dopo la rottura dei Vasi Divini.
Una teoria che non fa il lutto si satura diventando inutilizzabile. Il
lutto lo fanno le persone e la società, ma sotto certi aspetti lo fanno
anche le teorie. Le teorie subiscono l’influenza dei processi di
elaborazione del lutto, di ritualizzazione e di rielaborazione della
memoria. La discussione sul passato è anche la maschera con cui si guarda
al presente e si progetta il futuro. La memoria è un terreno di scontro
che non riguarda unicamente il passato, ma il futuro. Lo scontro sulla
memoria riguarda la capacità di fare tesoro dell’esperienza del passato,
l’idea che abbiamo della società, il futuro che vogliamo darci. Quest’ultimo
è sempre un risultato di come guardiamo al passato, proiettandolo nelle
aspirazioni e nei sogni.
Il rapporto dei singoli e dei gruppi con le rispettive teorie e credenze
obbedisce agli stessi meccanismi che presiedono il rapporto fra le persone
e le istituzioni. Nel legame di tipo “conviviale” il gruppo e le sue
rappresentazioni possono essere apparentemente accettate e riconosciute
nella loro autorità, lasciando il tutto inalterato. È come se fra due
persone l’incontro non fosse mai realmente avvenuto. Ciascuno resta
com’era prima dell’incontro. Il singolo accetta le credenze del gruppo, e
il gruppo gli riconosce un ruolo, senza che in realtà avvenga mai nulla
che le vivifichi e produca un cambiamento in entrambi le direzioni. Per
dirla con Bion è un tipo di rapporto che non produce odio, ma non produce
nemmeno amore, conoscenza e cambiamento. Nel rapporto “parassitario” il
gruppo e le sue rappresentazioni sono svuotati di ogni valore anche quando
sono apparentemente assunti. A dominare sono l’odio e l’invidia. In quello
“simbiotico”, la credenza del gruppo e le sue rappresentazioni sono prese
sul serio, sottoposte a processi verifica che producono nel rapporto fra
il singolo e il gruppo odio, amore e conoscenza .
La memoria come terreno di scontro
In uno dei romanzi più belli di Singer, Shosha, l’amicizia di due bambini
ebrei, assurge a metafora di un lutto impossibile. Arele, futuro celebre
scrittore, e Shosha, una graziosa fanciulla affetta da ritardo che ha
conservato intatte negli anni le sembianze infantili, si ritrovano dopo
anni. L’amicizia dei due si traduce in un amore tanto profondo quanto
incredibile.
Shosha confessa al suo amato di essere ammalata e di aver smesso di
crescere. Arele la rassicura dicendole che non l’abbandonerà mai e farà in
modo che vivrà per sempre. Shoshele era un nome diffuso nella Shtetla, ma
fa anche rima con Shoah, ne contiene le lettere. Arele è un diminutivo di
Ariel, che in ebraico vuol dire leone di Dio, simbolo della tribù di
Giuda, da cui secondo la promessa divina il messia sarebbe dovuto nascere
il Messia,
L’accoppiamento tra Shoshele e Arele ha una valenza simbolica, le loro
sono nozze sacre, tra la speranza messianica e il dolore senza nome, tra
l’anì maamin, il canto dei deportati, e la realtà estrema della selezione.
Shosha è l’immagine dell’anima ebraica ferita, di un dolore che non trova
pace, di un lutto impossibile. Arele è l’immagine del principio maschile
che vuole riportare in vita la sua amata.
In forme diverse il tema ricompare ovunque, nei sogni dei pazienti, nei
racconti e nelle poesie.
ll racconto dell’Esodo insegna a ricordare. Ricordare e racconterai. Nel
libro dell’Esodo si racconta una storia di schiavitù ma anche di
liberazione. Il progetto omicida del Faraone di uccidere tutti i bambini
ebrei per cancellare per sempre la stirpe di Abramo, si conclude per
intervento divino con la morte dei primogeniti egiziani. L’angoscia degli
ebrei sulle rive del mare, si tramuta in un canto di liberazione, che si
lascia alle spalle i fantasmi del passato. Il Faraone e le sue armate
periscono nei flutti del mare che si rinchiude su di loro lasciando
passare i figli di Israele. Nella storia dello sterminio nazista Dio è
assente. Ad Auschwitz, questo è l’eco del racconto orale e scritto, Dio
non c’era e il Messia non arrivò. Hitler fu alla fine sconfitto e i
nazisti morirono in grande numero. Purtroppo riuscirono però a portare in
larga parte a termine il loro progetto più folle contro gli ebrei d’Europa
che furono sterminati a milioni.
L’introduzione del racconto della rivolta dei ghetti alla fine della
lettura della Haggadah di Pesach, non fa che rendere più esplicito il
paradosso della storia religiosa dell’ebraismo: avere consegnato
all’umanità l’idea di un Dio giusto e buono, che agisce e ha compassione
per ogni sua creatura, che soffre col mondo, e doversi invece confrontare
con l’immagine opposta. Il cristianesimo delle origini trovò talmente
insopportabile questa condizione da collocare nell’al di là la vera vita.
Anche se poi in realtà, furono i popoli cristiani ad erigere chiese ed
imperi, mentre gli ebrei sognavano nei ghetti l’avvento di un’era di pace
per il genere umano in cui il lupo avrebbe pascolato con l’agnello.
Non è qui in discussione la legittimità di una scelta che ha anzi un
grande valore pedagogico ed etico, in quanto collega il dolore più recente
alle speranze di una storia millenaria. Nei kibbutzim della sinistra
israeliana, il racconto dell’Esodo ha accolto anche la fatica e il dolore
di chi ha bonificato il deserto e le paludi per ridare vita alla speranza.
Gli alberi piantati a milioni in omaggio ai nuovi nati e per ricordare i
cari sono serviti anche a bonificare l’anima.
La ritualizzazione degli eventi più gioiosi e dolorosi è un’esigenza
primaria di ogni tradizione. Il problema nasce quando la frattura tra il
passato e il presente diventa radicale. Quando la tradizione codificata
diventa muta, o rischia di essere tale. Nella storia ebraica questa
frattura si è verificata molte volte, conducendo ad una rilettura profonda
della tradizione religiosa e del ruolo di Dio nella storia. L’ebraismo,
come lo conosciamo prende corpo dopo le distruzioni del primo Tempio.
La sfida era di rendere possibile un’esistenza religiosa e nazionale anche
in assenza di un territorio, lontani dal Tempio e dai luoghi di culto di
Gerusalemme. È in risposta al pericolo di un’estinzione e della necessità
di una riorganizzazione che viene fissato il canone. Il timore che la
tradizione andasse per sempre perduta, spinse gli esseni a nascondere
sotto le sabbie del deserto i loro scritti sacri. Le autorità rabbiniche
procedono alla stesura della Mishna per evitare che la trasmissione possa
interrompersi; la Sinagoga prende definitivamente il posto del Tempio.
Colpito al cuore, l’ebraismo procede oltre nella spiritualizzazione dei
suoi valori. A contare sono le preghiere del cuore, che prendono il posto
dei sacrifici. La storia si è ripetuta in seguito con la stesura del
Talmud e col Mishné Torah di Maimonide. La storia si ripete con
l’espulsione dalla Spagna e la tragedia dell’inquisizione.
L’esperienza della Shoah ha portato al suo estremo limite questo
paradosso. Dopo la Shoah nulla più poteva risultare uguale: l’arte e la
poesia, la filosofia e la teologia. Non solo per l’entità della tragedia,
ma per il modo in cui si è realizzato lo sterminio, il luogo in cui è
avvenuto, nel cuore dell’Europa e dei suoi simboli costitutivi,
l’ideologia che lo ha sostenuto. Il lutto ha investito i fondamenti della
civiltà e dei suoi simboli religiosi. Dopo Auschwitz il mondo non è più lo
stesso. Il cambiamento ha investito la teologia e l’immagine stessa del
divino.
Si è trattato di una frattura nella coscienza collettiva, che la
consapevolezza crescente ha contribuito a dilatare. Di un processo lento,
per molti versi contraddittorio, ma ineluttabile nel tempo e nello spazio.
Si pensi all’opera di Primo Levi. Quando lo scrittore torinese propose la
pubblicazione di quello che sarebbe divenuto in seguito un classico sulla
letteratura sui campi, non trovò un editore disposto a farlo proprio. Il
libro fu pubblicato a proprie spese presso una piccola casa editrice.
Dovettero passare altri dieci anni prima che l’Editore Einaudi riprendesse
in considerazione il precedente rifiuto.
Ci si può chiedere oggi maliziosamente come mai ciò possa essere accaduto,
che dei lettori colti e avveduti, antifascisti dichiarati, abbiano potuto
opporre il loro rifiuto alla pubblicazione di Se questo è un uomo. Ma le
ragioni contingenti, le gelosie, le invidie personali, le piccolezze che
possono aver spinto ad esprimere un giudizio negativo sul libro di Primo
Levi, passano in secondo piano se messi in relazione ad eventi più vasti
che coinvolgono la vita collettiva. Il ritardo con cui l’opera di Primo
Levi si è affermata sulla scena culturale italiana, è stato parte di un
processo di elaborazione collettiva di un lutto che non ha coinvolto solo
gli ebrei, ma la cultura nel suo insieme. Ci sono voluti altri anni perché
venisse alla luce Il giardino dei Finzi Contini, e con esso altri
importanti contributi di riflessione e di rivisitazione di una pagina
dolorosa della nostra storia più recente.
L’immensità della tragedia induce gli spiriti religiosi più consapevoli al
silenzio. L’eclissi ha coinvolto il divino. È l’immagine di Dio ad essere
violata nei campi. E se c’è stato un miracolo è di aver continuato a
credere nel bene. Nonostante tutto e perché non vi era altra scelta. Il
paradosso dell’etica moderna sta tutto qui. Non è importante che Dio
esista, è importante vivere come se ci fosse. Non è più Dio a dover
salvare gli esseri umani, come nelle vecchie teodicee trionfali, ma è
l’uomo a portare sulle sue spalle l’idea di Dio, a doverne salvare
l’esistenza per salvare se stesso. A modo loro, i mistici della Kabbalah
lo avevano compreso quando avevano posto al centro della loro preghiera la
meditazione sul Nome, per unire dal basso ciò che in alto era andato in
frantumi. “Se voi mi farete esistere”, recita un antico Midrash, “io
esisto”. Chi lo ha formulato diceva molto più di quanto non potesse egli
stesso immaginare sui paradossi della visione ebraica del mondo.
La generazione dei sopravvissuti si è nel frattempo assottigliata. La
Shoah dopo una lunga rimozione che ha coinvolto lo stesso mondo ebraico, è
assurta a mito di fondazione di quel che l’Europa e il mondo non avrebbe
più voluto che si ripetesse. La Shoah è assurta a simbolo del male
assoluto e a pietra di paragone di ogni evento.
Nella crisi che ha coinvolto le grandi narrazioni ideologiche del
Novecento, la memoria della Shoah ha finito per riempire un vuoto
identitario e di appartenenza. In nome di una riparazione impossibile agli
ebrei si è affidato il ruolo di “officianti” di un rito che la società
fatica a fare proprio. In quanto tali sono chiamati anche ad essere tutori
di quel rito, i guardiani di una nuova ortodossia in base al quale
stabilire che cosa debba rientrare nel rito.
Si è venuta a creare una situazione nuova e complessa dalle molteplici
sfaccettature, dove alla luce si mescola l’ombra. Una situazione carica di
ambiguità irrisolte e di potenziali pericoli. Solo per citare un recente
sondaggio dell’ISPO, il 36% dei cittadini europei (in Italia il 34%) sono
dell’opinione che gli ebrei dovrebbero smettere di fare le vittime e di
parlare della Shoah.
Ma se gli ebrei non partecipano al rito o non lo officiano loro stessi, il
rischio è che altri se ne approprino col rischio di trasformarlo in
un’arma puntata contro di loro. Se invece assolvono al rito, in cambio dei
vantaggi parziali che derivano dal ruolo di “sacerdoti” e “officianti”, il
rito viene anno dopo anno svuotato e finisce con l’appartenere solo a
loro. La società occidentale può liberarsi da un’immagine opprimente
prendendone le distanze illudendosi di ritrovare così la pace perduta.
Nel lungo periodo, la gestione del rito rischia di diventare un’arma
rivolta contro gli ebrei stessi, accusati per una presunta rendita di
posizione da cui altri popoli con le loro sofferenze sono esclusi. Quanto
più il rito è affidato agli ebrei, tanto più la memoria della tragedia
appartiene solo a loro. Se essi rinunciano al rito, il rito può essere
assunto da altri e officiato anche contro di loro rovesciando, in nome
della Shoah, l’accusa di perpetrare quelle stesse sofferenze che essi
hanno un tempo ingiustamente subito su altri popoli. “Come è accaduto che
un popolo che ha tanto sofferto, ripeta coi palestinesi, ciò che ha subito
ad opera dei tedeschi?”. La domanda puntualmente arriva dopo un dibattito,
o la proiezione di un filmato con il povero testimone nella scomoda
posizione di doversi giustificare. L’estetismo ipocrita può giustificare
per altri il male compiuto in nome dell’ingiustizia e delle sofferenze
subite, ma non per gli ebrei. Lo si è visto ignobilmente con il terrorismo
suicida antisraeliano sino a quando ad essere colpite non erano anche le
città europee.
Con gli ebrei si procede in maniera opposta. Anche l’esistenza di Israele,
il suo atto di nascita, può diventare una colpa originaria, da cui non si
sfugge se non cessando di esistere. Come nell’insegnamento della Chiesa
preconciliare, si è giudicati per ciò che si è e non per quello che si fa
e quello che si fa è irrimediabilmente ricondotto ad una presunta essenza
originaria.
L’andamento della crisi mediorientale fissa i tempi, la virulenza e le
forme di questa perversa logica. Se la crisi del conflitto arabo
israeliano si acuisce, la domanda può assumere un carattere virulento, al
punto che le istituzioni ebraiche che predispongono l’invio dei testimoni
per lo svolgimento del rito, hanno preso la sana abitudine di affiancare
il “testimone sacerdote” con un giovane preparato a rispondere su questi
temi. Il testimone tornato dall’inferno può parlare solo ed esclusivamente
dell’inferno. L’esperto di politica può invece rispondere sul resto,
entrando con ciò nel merito delle storture prodotte da una cattiva
informazione e dalla non conoscenza.
Il rito è salvo ma non per sempre. Il pericolo è solo momentaneamente
allontanato, con gli ebrei nella scomoda posizione di doversi confrontare
con un duplice ricatto: l’obbligo di ricordare perché gli altri
dimenticano, e l’accusa di fissare gli altri in una posizione di colpa
perenne.
“Se non sono io per me, chi per me, se non ora quando?”, insegnano i saggi
del Talmud. Non si può sperare che altri possano portare un peso se non lo
sentono interamente loro. Se non vi è altra via, occorre almeno guardare
ai rischi che nel lungo periodo essa comporta.
Dopo Auschwitz l’antisemitismo può esprimersi in modo apparentemente
rispettabile solo se prende di mira gli ebrei come Stato, demonizzando
Israele e deformando la tragedia di un conflitto che ha ormai un secolo
sino a renderlo irriconoscibile. Il cerchio del nuovo antisemitismo si
chiude con l’accusa agli ebrei di voler fissare gli altri popoli in un
sentimento di colpa perenne per acquisire privilegi e coprire le colpe di
Israele.
La memoria personale coinvolge le emozioni e il pensiero. È di ricordi e
di storiefamigliari. Man mano che l’evento si allontana e il rito si
svuota, come si è svuotato quello della Resistenza in Italia, il rischio è
che chiunque non si riconosca nei valori della cultura occidentale, o sia
in aperto contrasto con essa possa identificare gli ebrei con i mali di
questa società. L’odio contro Holliwood diventa fastidio per la memoria di
Auschwitz. L’odio contro l’Occidente e il potere americano diventa tutt’uno
con quello contro Israele, poco importa se Israele è un paese piccolo e
accerchiato, da sempre esposto al pericolo di una distruzione. I Rotoli
del Mar Morto riportati in vita, sono oggi conservati in un Museo. In caso
di attacco nucleare tornerebbero sotto il suolo di Gerusalemme per essere
salvati e conservati a futura testimonianza. Il messaggio degli israeliani
è chiaro. In caso di estinzione violenta, resterà la memoria. Il che la
dice lunga sui contenuti dei loro incubi notturni.
Il sionismo aspirava a fare degli ebrei un popolo come gli altri, a
edificare uno stato ebraico come gli altri stati. L’esito paradossale di
questa impresa è stato di avere uno Stato “diverso” dagli altri. Lo Stato
degli ebrei è diventato l’ebreo degli Stati, e gli ebrei i suoi
ambasciatori in ogni luogo del mondo, non solo agli occhi dei suoi nemici,
degli antisemiti vecchi e nuovi, ma anche degli amici più sinceri, che ne
difendono l’esistenza. Le tradizioni comunitarie un tempo svalutate in
nome dell’ebreo nuovo, si sono riprese una rivincita e la possibilità di
vincere un’elezione si misura ormai con la capacità di rispondere ai
richiami e alle rivendicazioni dei singoli gruppi comunitari (sefarditi e
hashkenaziti, ebrei di origine russa e di origine marocchina ecc). La
società israeliana somiglia ad un laboratorio postmoderno che ha
sperimentato con molto anticipo molti dei problemi che assillano oggi
l’Europa. A non accorgersene sono gli europei che dopo avere lungamente
preteso di impartire lezioni agli israeliani sulla convivenza tra popoli
diversi, scoprono con angoscia di non essere affatto avanti in fatto di
tolleranza, e che molti dei problemi che pensavano di essersi lasciati per
sempre alle spalle si sono violentemente riaffacciati, mostrando quanto
fragili siano le costruzioni umane.
Tra Occidente e Oriente
Israele appare ai suoi amici come ai suoi nemici, un pezzo d’Europa
trapiantato in Oriente. La realtà è diversa, più complessa di quanto non
appaia ad una prima e semplicistica lettura. Per quel che valgono delle
metafore, utilizzate spesso come schermo per occultare e confondere,
geograficamente, culturalmente e simbolicamente, Israele contiene
l’Oriente come l’Occidente. È Occidente nella misura in cui i padri
fondatori del sionismo si ispiravano ad una visione dello Stato e della
rinascita nazionale che traeva linfa dalle ideologie dominanti
dell’Ottocento, portando con sé un pezzo di Europa nel Vicino Oriente ne
avevano accelerato la presa di coscienza politica e nazionale. È Oriente
perché in quella “striscia di terra madre”, delle grandi civiltà del
Libro, e che separa l’Oriente dall’Occidente la civiltà ebraica ha preso
corpo e si è sviluppata per oltre un millennio a contatto con l’Oriente
profondo. Per non parlare delle tante diaspore che hanno segnato la
Diaspora con i suoi forzati spostamenti e le sue invenzioni creative che
ne hanno reso possibile la sopravvivenza nei secoli.
Sotto questo aspetto Israele porta dentro di sé i tanti orienti e i tanti
occidenti con cui si è incontrato nella sua dolorosa storia uscendone
segnato ma anche positivamente trasformato in uno scambio che non è mai
venuto meno anche nei momenti più difficili. La condizione di minoranza
oppressa o tollerata sperimentata dagli ebrei sotto il cristianesimo e
l’islam, è stata anche l’arena in cui l’ebraismo non ha smesso di
interrogarsi e scambiare trasformando la sua condizione di debolezza in
una condizione di forza per poter sopravvivere nelle condizioni più
impervie.
Il rapporto che l’ebraismo ha intrattenuto con le civiltà cristiana e
islamica nella storia, non è stato solo l’espressione di una condizione di
subalternità, di rifiuto e di oppressione, ma anche di arricchimento
culturale, religioso e simbolico, di uno scambio grazie al quale
l’ebraismo è riuscito a rinnovarsi e sopravvivere. La stagione d’oro degli
ebrei spagnoli fu anche il risultato di un creativo incontro con la
civiltà islamica, così come la grande esplosione di creatività degli ebrei
che uscivano dai ghetti fu il risultato di un creativo per quanto doloroso
incontro con la cultura circostante, di cui Auschwitz come anche lo
scontro attuale che oppone Israele al mondo arabo, non erano
necessariamente l’epilogo. La storia avrebbe potuto prendere un’altra
direzione. Non tutto era scritto, né tutto è già scritto almeno per gli
ebrei dovrebbe essere così. In ogni generazione il racconto dell’Esodo
dovrebbe essere commentato come se la liberazione riguardasse quella
generazione. La scelta tra la morte e la vita riguarda ogni momento. La
disperazione della ragione non potrà mai cancellare l’ottimismo della
volontà. La comparsa dell’angelo che annulla il comando di sacrificare il
figlio esisteva nella mente divina prima che il mondo venisse alla luce e
ne rende possibile l’esistenza. Non tutto è necessariamente scritto, anche
nelle situazioni più tragiche vi è una possibilità di scelta per quanto
condizionata e limitata dalle circostanze e dai processi storici più ampi.
Il debito che l’Occidente ha verso Israele va oltre le tragedie che hanno
insanguinato il secolo che si è appena chiuso. Difendendo l’esistenza
d’Israele, l’Europa difende in realtà l’unica immagine credibile di un suo
futuro possibile. L’ambivalenza con cui l’Europa guarda a Israele è il
sintomo di un rapporto irrisolto che l’Occidente intrattiene col suo
passato più antico e recente, la tentazione di alcuni settori del mondo
politico di farne a meno e di abbandonarlo al suo proprio destino è un
grave sintomo di fuga dalle responsabilità della politica, segno di una
incomprensione profonda della versa posta in gioco oggi nei rapporti fra
civiltà e culture, Stati e nazioni, democrazia e convivenza tra i popoli,
che può portare al collasso morale.
Il rifiuto di Israele, la sua trasformazione in Stato paria giudicato in
base a criteri che non si applicherebbero a nessun altro Stato è il
sintomo di un fallimento dei rapporti fra l’Europa e il mondo arabo,
l’Occidente cristiano e l’Islam. Non è qui in discussione il diritto
dovere alla critica di questo o quel governo, perché la critica è il sale
della democrazia. È qui in discussione le forme che assume, le metafore a
cui attinge, le immagini e gli stereotipi di cui si alimenta. Per non
parlare della falsificazione e lo stravolgimento dei fatti. Come
dimostrano gli inquietanti sviluppi della politica nucleare iraniana, il
diritto di Israele ad esistere entro confini sicuri internazionalmente
riconosciuti, la sua sicurezza è la condizione stessa della possibilità
del dialogo fra l’Occidente e l’Islam. È la condizione per una
composizione storica, politica e morale dei conflitti che insanguinano la
regione. Senza Israele questo dialogo non sarebbe nemmeno pensabile.
L’Europa e il mondo arabo, l’Occidente e l’islam potranno tornare a
parlarsi, se Israele pacificato col mondo arabo è presente fra loro come
testimone dei loro e dei propri lutti. “Chi vive in un’isola deve farsi
amico il mare”, così recita un antico proverbio arabo. Israele è una
piccola isola accerchiata da un oceano arabo e islamico. Farsi amico quel
mare, aprirsi un varco nel cuore degli abitanti di quell’oceano, è per
Israele una necessità. Accettare l’esistenza di quell’isola è per l’islam
la condizione per rompere la catena di violenze e lutti in cui è
tragicamente attraversato.
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