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La memoria del trauma della Shoah nella costruzione
dell’identità europea
di David Meghnagi

Proviamo ad immaginare di non avere più nessuno dei nostri cari. Che da un giorno all’altro sparisca nel nulla l’intera popolazione della nostra città, che nove decimi della popolazione del nostro paese venga violentemente annientata. Proviamo ad immaginare di perdere, da un momento all’altro, i nostri parenti più stretti, i fratelli e le sorelle, i genitori, i nonni e gli  zii; di perdere tutti insieme gli amici vicini e lontani, di non avere con chi dividere il dolore, lontani dalla casa, espulsi dal lavoro, braccati e soli con un’angoscia senza nome e che alla fine non ci siano nemmeno i cimiteri dove poter piangere  i nostri cari.  
Proviamo a pensare questo ed altro, potremmo forse in parte comprendere cosa è stato il genocidio nazista per chi l’ha subito, quale ferita abbia rappresentato nella coscienza dei sopravvissuti, quale dramma interno esso abbia costituito  per chi,  salvatosi, porta il fardello per chi non c’è più, consumato dagli incubi e da un senso di colpa lacerante per quanto infinitamente irrazionale. Immaginiamo che per il prolungamento della nostra sopravvivenza, di qualche giorno o mese, qualcun altro sia morto prima, che per una selezione qualcun altro è perito nelle camere predisposte alla distruzione finale, che per ogni lavoro utile al nemico, come chimico o scienziato, un altro uomo senza volto sia stato  anticipatamente inserito nel numero previsto dei morti e degli uccisi ogni giorno di ogni  mese.
Proviamo ad immaginare e forse potremmo capire  cosa è stato veramente il ritorno alla vita di chi ha fatto l’esperienza della deportazione e dei campi. Forse allora percepiremmo nella sua intensità la violenza di chi oggi vorrebbe colpevolizzare le vittime per un passato che non passa, perché si rifiutano di dimenticare, perché vogliono coltivare il ricordo di quel che è stato. Non ci chiederemmo più come mai i diretti interessati di questa immane tragedia, non dimenticano. Ci chiederemmo al  contrario come essi abbiano potuto continuare a vivere conservando la fiducia nei vicini, condividere le speranze di un futuro migliore con chi ha finto di non vedere, o non ha voluto guardare. Come abbiano potuto riacquistare la fiducia nel genere umano e come abbiano conservato la fede, per quanto essa non possa più essere la stessa se non al prezzo di un diniego profondo, dei un isolamento emotivo e intellettuale, di una censura che fa violenza all’intelletto e alla fede in un Dio giusto e buono (continua).

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