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Laboratorio di Pedagogia dell'Espressione
Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica
Università degli Studi Roma Tre

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Fonti

EDDA DUCCI

A cura di Maria Gabriella Nocita



Per chi vuole assaporare un po' di quello che ha lasciato riportiamo piccoli stralci presi dalle belle testimonianze raccolte in:

C. Di Agresti, "Edda Ducci. Ricordi e testimonianze"


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Edda Ducci

R.A. - "Aveva un modo di guardare che scandagliava l'animo della persona che aveva di fronte e di conseguenza chiedeva l'autenticità del proprio porsi dinanzi a lei".


S.G.B. - "Tutta la sua vita era dedicata alla filosofia dell'educazione. Era e rimane un modello di educazione e di formazione per tutti. La Ducci sapeva risvegliare gli animi e scuotere le coscienze.[...]La Ducci ci ha insegnato a dare senso alle parole, ad entrare nella radice di ogni parola per coglierne le varie sfumature e i diversi significati".


A.B. - "Avevo già sentito parlare di Edda Ducci, e molto bene, ma conoscerla di persona è stato per me uno degli eventi più sconvolgenti e belli della mia vita: il suo insegnamento toccava l'animo e la concretezza dell'esistenza. La cosa che più mi sorprendeva era la forza del suo comunicare, le sue parole venivano dall'anima, da una esigenza sofferta, e lo coglievo proprio perché il suo dire toccava il mio animo, o meglio ancora, entrava nella realtà nascosta della mia vita. Assistere alle sue lezioni era come viaggiare su un treno e poter ammirare un meraviglioso paesaggio, poi, di colpo, ritrovarsi nel deserto costretto a riflettere sul senso del proprio esistere. Il suo intento era quello di rendere ognuno se stesso, una persona autonoma, ma non sempre questo era compreso come un'opportunità da non perdere.[...] Edda Ducci era ... un sogno, ma reale".


P.C. - "Il fatto è che lei corrispondeva intimamente alle cose che insegnava. Non si limitava a mediare la parola dei filosofi per renderla fruibile ma la trasformava innervandola di sé. A noi studenti, alla fine, giungeva la sua parola, una parola originaria che ci costringeva a pensare con la forza del mito socratico. Il suo atteggiamento esistenziale, del resto, non era meno esemplare, in senso etico, di quello posto in essere dalle fonti a cui si volgeva per iniziarci alla filosofia dell'educazione e, più oltre, alla libertà interiore. [...]
Per comprendere bisognava essere: dovevamo essere ciò che imparavamo. L'apprendimento teorico, puramente concettuale, rappresentava la parte strumentale, secondaria, della sua lezione, che mirava invece al divenire essenziale di ciascuno dei suoi interlocutori.
E' alla nostra umanità che bisognava attingere per comprendere. Il discorso sulla libertà interiore, posto al centro della sua riflessione, doveva obbligarci ad essere liberi, altrimenti restava inconcepibile.
In prospettiva, nel pensiero della professoressa Ducci, c'era la polis, una convivenza da rifondare eticamente in ragione della libertà dei costruttori. Il percorso di formazione a cui ci chiamava si sarebbe dovuto inverare nella collettività, in rapporto alla nostra realtà quotidiana. Dopo la risalita, bisognava tornare in "caverna", come faceva lei, per tagliare ceppi e diradare ombre, per liberare altra umanità.
Pensava insomma che un altro mondo fosse possibile, un mondo a misura umana. Per questo ha insegnato. Per questo ha vissuto. Diceva che pensare e vivere non vanno separati e proprio in questo consiste l'eredità che ci ha lasciato, nel suo pensiero e nella sua vita. [...]
Non ti legava, non ti sottometteva al suo immenso sapere: nelle relazioni amicali come in quelle accademiche si disponeva al di là della virgola kierkegaardiana lasciandoti solo, solo e libero, in virtù e non ad onta della sua vicinanza".


C.C. - "Il primo pianto in aula lo ricordiamo bene. Nella misera, piccola e affollata stanza di Roma Tre, aggrovigliati nelle ultime file, ci stavamo domandando perché mai fossimo tornati a sentire questa strana docente che ci faceva ansimare, inquietare, per certi versi soffrire".


S.C. - "Docente severa e autorevole, estremamente disponibile nel chiarimento dei passaggi cruciali; aveva il dono di riuscire a dire la stessa cosa in 100 modi diversi, e trovava sempre la forma adatta per esprimersi di modo che l'altro che aveva di fronte potesse capirla; adottava un metodo a misura di ognuno degli interlocutori che aveva di fronte. Ecco è proprio cosi che me la ricordo: semplicemente straordinaria!".


C.C. - "Il giorno in cui mi disse della sua malattia non potrò dimenticarlo: mi raccontò le sue sventure, ma non era triste, sorrideva, piena di speranza oltre che di immensa volontà: "i dottori dicono, con grossa sorpresa, che è la mia forza di volontà a farmi vivere"".


F.C. - "Audace nella scelta degli Auctores e delle tematiche, di un'originalità ed inattualità (non superata né superabile) incredibili. Perfetta nel guidare gli studenti durante l'elaborazione della tesi. [...] Chi come me l'ha amata non fraintende; per chi non l'ha conosciuta un consiglio: abbia fiducia, poiché la professoressa Ducci si raccomanderà a chi di dovere, affinché la cultura rispetto all'erudizione, la comunicazione da anima ad anima rispetto alla trasmissione di notizie, il Magister rispetto a degli insegnanti improvvisati, la verità rispetto all'esattezza possano tornare. Voi continuate a sentirne il bisogno".


A.D.R. - "Con le sue parole mi ha "costretto" a sentire il bisogno di educazione, a passare dal considerarla non un dovere imposto ma rivendicazione di un diritto per la propria umanazione.
Quello che diceva era forse impopolare, provocatorio ma ci costringeva a vergognarci di essere attaccati a ciò che massifica e manipola soltanto per essere "come gli altri"".


G.D.P. - "E' come se mi avesse svelato il segreto per riuscire a provare la gioia in maniera ancora più gioiosa, il dolore in maniera ancora più dolorosa... un'amplificazione di ogni mio sentimento... la scoperta di tutta una mia parte spirituale che non sapevo di possedere.
Ritengo che la sua grandezza fosse proprio questa capacità di portare alla luce la parte più recondita di ogni studente. Le sue parole, ascoltate da decine di allievi nello stesso momento, erano diverse per ognuno, perché ognuno le portava nel suo vissuto secondo la sua natura e ne faceva tesoro in maniera esclusiva".


B.D.S. - "Lei non spiegava un autore secondo un programma, perché il programma per lei era costituito principalmente da noi discenti: nasceva e si sviluppava con noi e per noi, nel modo più conveniente affinché gli autori vivessero nelle nostre menti e ci aiutassero a coltivare il nostro pensiero".


P.F. - "Qualcuno sostiene di averlo conosciuto veramente, Epitteto. Durante le sue lezioni avevamo la sensazione di entrare dentro al testo quasi fisicamente e quelle parole, scritte secoli addietro riprendevano forma, calore, vita. Come fossero partorite per la prima volta. Quel greco schiavo e testardo finiva per assumere una luce nuova, diversa, familiare e la sua voglia di emancipazione, di comprendere, di libertà interiore, diveniva la nostra".


L.F. - "Aveva una capacità straordinaria di focalizzare l'attenzione dello studente su ciò che diceva. Spaziava tra molti autori (le fonti d'acqua sorgiva, così amava definire i grandi): riusciva ad unire con straordinaria naturalezza pensatori stridenti quali Nietzsche e Kierkegaard, si allargava verso Agostino per andare a toccare Dostoevskij, saltava da Socrate ed approdava ad Ebner, il suo autore. Parlava di loro come se li avesse veramente incontrati, contattati, ed ora ce li presentava. Di più, ce li proponeva. Non ci invitava solo a provare la loro stessa strada, ma ci proponeva di iniziare da dove essi si erano fermati. Fu un'esperienza straordinaria, ma anche sofferta".


L.G. - "Già, l'umano, era il leit motiv di tutte le sue lezioni; era come una missione per lei: in ogni discorso emergeva l'attenzione, l'amore e la cura per l'umano, un'attenzione culturale, educativa, ma soprattutto spirituale...è la felicità che vogliamo raggiungere e allora dobbiamo cercare la Verità, con carità. Lei era un esempio di "ricercatrice", sempre con l'anima in cammino".


S.M.M.L. - "Dotata di una splendida personalità, di elevata e vasta cultura, rigorosamente scientifica, esercitava un fascino irresistibile nell'impartire le sue lezioni di Filosofia dell'educazione, che esponeva con singolare chiarezza e originalità. Animata sempre da passione educativa, sapeva suscitare in noi il gusto della Scienza; accendere l'amore per la ricerca e l'approfondimento della riflessione [...] Persona schietta, autentica, umana, rispettosa dell'altro e attenta ai suoi bisogni. Intuiva il valore dell'altro e ne agevolava lo sviluppo delle sue potenzialità. Sincero era l'interesse che manifestava per l'altro, i cui problemi faceva suoi e si adoperava a risolvere illuminando e aiutando accoratamente in ogni senso e in ogni direzione.
Tenace nel perseguire gli obiettivi che si poneva, eccezionale nell'arte di comunicare il 'Sapere'. Per accostarla a Platone VII Lettera "...veramente filosofa e se, in quanto dotata di natura divina, è congenere alla filosofia e degna di essa, ha intravisto la meravigliosa strada da percorrere e ritiene opportuno fare ogni sforzo per seguirla e che non possa vivere agendo diversamente"".


S.B.L. - "A lezione aveva la capacità o l'ardire di trasformarci in nani sulle spalle dei giganti. [...] Invogliava al cammino anche se non nascondeva la sofferenza tutta interiore e inesprimibile che ne sarebbe derivata. Era convinta che l'umano va comunicato per contagio e che bisognava lasciarlo trapelare, e si dimostrava sempre fedele a ciò che trasmetteva. Era solita dire: "Vi butto in mare aperto e vedrete che l'acqua alta tiene!" Nessuno annegò mai; naufragarono solo coloro che si accontentarono del bagnasciuga! Erano Kierkegaard, Nietzsche, Camus, Platone, Aristotele, Ebner... i giganti su cui osavamo ergerci per guardare più lontano, o non era ella stessa il gigante su cui abbiamo compiuto l'ardua scalata? La infastidiva il borghesismo, lo spreco dell'umano, il quieto vivere, la grettezza di mente e cuore. Sapeva che la vita è un dono troppo prezioso per sciuparlo. Ci voleva educatori e, esagero, "pensatori" di prima mano, primitivi, mai ripetitori. Tutto doveva partire dall'esperire interiore. Amava "costringerci" e talvolta usava una fine ironia socratica o kierkegaardiana, che lei preferiva definire casentina!
Era una filosofia dell'educazione particolare la sua. Una filosofia che chiama in causa l'esistere e aveva l'ardire di migliorarlo e trasformarlo, che si mette alla ricerca inesausta della verità che edifica. [...] Donna forte, intelligente, saggia, audace sapeva salire sulle più alte vette e scendere negli abissi più profondi. Si dedicava all'umano senza trascurarne nessuna dimensione".


R.N. - "Ho capito con ritardo che Edda Ducci cercava il fondamento di ciò che è fisico e di ciò che è metafisico, le ragioni vere per cui cerchiamo il sole o ci rivolgiamo alla luna e imponeva a noi allievi di porci continuamente domande sul perché e il percome del viaggio, ci invitava a non attraversare la vita come fantasmi che si abituano a ripetere i gesti quotidiani: dormire vestirsi pranzare svagarsi e riaddormentarsi. Rifuggire da una vita vegetativa e pensare, interrogarsi, considerare ogni attimo come fosse l'ultimo".


M.G.N. (o G.N.) - "Vivendo la vita con pienezza di senso, coniugandosi in lei essere e pensare, ha offerto un generoso sguardo su se stessa tale da toccare nell'intimo chi a lei si è avvicinato".


A.P. - "Sentendola parlare e leggendo i suoi testi ci si rende conto presto che la prof.ssa Ducci è animata da un obiettivo, un obiettivo chiaro nella sua mente e scolpito nel suo cuore: sollecitare alla conoscenza di se stessi, sollecitare al risveglio.
La professoressa vestiva mille abiti, parlava mille lingue; imprevedibile, vellutata ma anche asciutta, talvolta burbera, ma non perché spinta dal proprio bisogno o da indulgenza verso la propria spontaneità, ma perché mossa interiormente dall'amore per l'uomo. In ciascun ragazzo, in ciascuno studente, in ciascun essere umano c'è un tesoro, una ricchezza sconfinata e unica: cogliere questa ricchezza, consentire che si concretizzi è un atto d'amore".


N.R. - "Una docente vivace, appassionata del suo lavoro ed amante della Verità che cercava di "svelare" a noi, giovani studentesse, con un rispetto estremo di chi aveva di fronte ma anche con la ferma convinzione che soltanto esigendo da loro una personale "fatica" di ricerca attraverso lo studio, la riflessione, l'incontro e il dialogo con gli "auctores" e con il tu-uomo avrebbe aiutato ognuno a diventare "quell'io che si è"".


A.N.A. - "Era quel suo continuo interrogarsi sui problemi dell'uomo, nei rapporti con se stesso, con gli altri e con la realtà nella quale si vive che dava, a chi l'accostava e la conosceva, il senso di una ricerca permanente declinata tra dubbio e certezza, tra scrupolo, che non era mai esitazione, e verità. Come a scavare nel mondo non fisico dell'uomo, come a dribblarne le oscurità, come a tentare di scioglierne la sofferta problematicità".


V.B. - "Guardandoti, mi rendevo conto che eri maestra nello scrutare il cuore delle persone, andando loro incontro direttamente, senza l'intermediazione di convenevoli e con la decisa intenzione di comprendere l'anima di chi ti stava accanto. Eppure, il tuo eloquio elegante e asciutto, disquisendo ora di Socrate, ora del mistero della formazione umana, metteva soggezione. Il tuo sguardo acuto, poi, raccontava di un'esistenza dedita alla profondità della riflessione, alla serietà dello studio, alla minuziosa analisi di quelle fonti preziose a cui attingere per spiegare e comprendere il presente, per accostarsi agli altri. E nelle persone sapevi riconoscere la grandezza, ma anche i vuoti e le cadute, senza mai dar per scontata alcuna certezza sulla natura dell'umano, sul suo farsi e sul suo smarrirsi, sul suo manifestarsi oltre ogni possibile previsione. E fu così che, nel breve arco di una serata trascorsa tra l'amenità del riposo e la profondità delle tue parole, si era verificato il miracolo di un'amicizia, sospesa in un tempo che non avrebbe avuto fine con la tua partenza, segnata dal rispetto tra chi si stima e da un affetto che illumina la mente e riscalda il cuore".


C.C. - "Nella sua passione per l'essenziale del dire, franco, schietto, leale, ho trovato il nome delle cose che lungamente ho cercato. Ho scoperto dell'umano, a lei tanto caro, nella sua fragilità ma anche della sua immensa possibilità di apertura all'incontro. Ho colto, in lei e con lei, il senso del dialogare, al di là, del chiuso recinto della propria individualità, molte volte asfissiante e, come tale, esposta al rischio dell'infruttuosità. Ha portato linfa nuova al mio pensare l'esistenza e le relazioni umane ed ha squarciato con il vento impetuoso della sua lucidità mentale le scontate ed ovvie quotidianità del vivere. [...] Sfogliando le pagine del suo pensare respiro l'anelito del suo impegno per l'educativo, per l'impegno ad aiutare ogni uomo a ritrovare, in fondo, se stesso, a "costringerlo" a prendere sul serio la propria vita e il proprio essere per diventare quell'uomo che è chiamato ad essere".


S.F. - "Era una di quelle persone che quando si incontrano, non ti lasciano in pace, nel senso che aveva la rara capacità di metterti dentro una salutare inquietudine che ti portava a riscoprire, a guisa di risveglio, alcune dimensioni dell'umano fino allora ignorate. [...]
Era un cammino di liberazione di quell'umano in noi che per pigrizia, per opportunismo ecc. lo si lascia dormire, dal momento che risvegliare certe dimensioni dell'umano sarebbe scomodo e per sé, e per gli altri. Con molta forza e convinzione infondeva nella persona il coraggio ad essere se stessa, e di attingere forza dalla propria interiorità; ad agire cioè come singolo e non come massa. Questo, perché grande era in lei il rispetto e la stima per l'uomo. [...]
Un'altra qualità bella della sua persona, era la sua straordinaria capacità empatica, di entrare in sintonia con il tuo mondo, il tuo sentire, e la tua sensibilità; ma anche di tirarti fuori qualcosa della tua persona ancora inedito, ignaro a te stessa, una specie di rivelazione a te stessa".


L.G. con V.S - "Un giorno chiese a Vittoria di prendere il testo del Simposio di Platone. Ne aveva già parlato in precedenza. Lo avevamo sul comodino della camera da letto. Le dispiaceva – come non poteva essere diversamente! – che la traduzione del testo greco non fosse corretta e compiuta. Il pranzo attese. Ma lei sottolineava i diversi passaggi che ora ripropongo, accostandomi al testo senza troppo banalizzarlo per amore di chi ce lo proponeva con tanta delicatezza: l'amore è il desiderio di possedere sempre ciò che è buono; amare, sia per il corpo che per l'anima, significa creare nella bellezza; nell'unione dell'uomo e della donna c'è qualcosa di divino; l'eternità e l'immortalità consistono solo nel creare nuova vita; gli uomini fecondi nel corpo cercano di generare dei figli; altri, però, sono fecondi nell'anima; c'è una fecondità propria del nostro spirito talvolta superiore a quella del corpo; questa fecondità eccelle nei poeti e in tutte le altre persone che per il loro compito devono essere creativi. Del pranzo a lei interessava poco, affascinata com'era dal fecondare. Trovava nel testo platonico il mandato che aveva ricevuto come vocazione della sua vita. [...]Edda temeva il disprezzo dell'uomo. Lei conosceva che l'umano è inquieto verso la bellezza e l'amore. [...] Una donna esigente, un'amante della vita piena, una mente innamorata del logos che interroga l'a-logos, una donna chiamata al dia-logo, sta continuando a fecondare noi che non sempre amiamo le aule accademiche, perché lei ci ha accompagnato lungo la strada illuminando le scene della nostra quotidianità dentro lo sfondo di migliaia di margherite, quelle – da lei mai dimenticate - che hanno corredato la celebrazione eucaristica delle nozze mie con Vittoria, avendo lei come testimone. L'intensità della sua vertigine sull'umano è stata da Edda trascritta nei suoi libri. Sentiamo, però, nelle domande che ci ha posto, nella tenacia che ci ha contagiato, nel sorriso denso, nel fondo della sua eredità, nella sua esigente carezza, nel segreto della sua vocazione, nella sua limpida coerenza, nel suo sguardo di chi vuole innamorarsi dell'altro guardandolo negli occhi, che ora conversa tranquilla, ritrovandosi in quella eterna bellezza che feconda la vita".


P.L. - "Sempre presente, pronta ad accogliere l'altro, a trovare l'umana dimensione su un terreno di parità. Senza fronzoli o sovrastrutture ma semplicemente se stessa, sincera, in un ritaglio, se pur breve, di conversazione. La facilità di andare verso l'altro con fiducia, pre–requisito della comunicazione, con la magnanimità che caratterizza le persone di spessore e di una innata nobiltà, è stata la sua peculiarità".


M.M. - "Come si fa a raccontare Edda Ducci a chi non l'ha mai incontrata? Cominciamo dalle cose semplici. Vulnerabile, pensosa, curiosa, sorridente, delicata, colta all'inverosimile, tenace, riservata, estroversa, dolente, ironica. Gli occhi limpidi, il sorriso. Le mani, esili, vive. Una donna che ha attraversato la vita di tanti, in maniera indelebile senza mai imporsi, con delicatezza, e che continua a farlo anche ora che le sue parole restano solo registrate o scritte, nella traccia affettuosa e discreta di studenti che sono diventati uomini, donne appassionati e curiosi dell'umano e del diventare umani. [...] Davvero una donna antica come Platone e moderna come internet, attenta al bello e alla bellezza, capace di farli emergere anche da una vita austera, sana e senza belletti. Una buongustaia delle cose semplici, ironica ma senza cattiveria verso quelle complicate, che ha vissuto una maternità fatta di insegnamento, simpatia e amicizia, senza frontiere. [...] Pensate a una donna che non si dà nessun nome e non riceve mai soprannomi se non "professoressa Ducci" o "Edda", che come Socrate fa partorire le anime. Anche di ragazzi di vent'anni su cui pochi scommetterebbero e di cui non smette di vedere l'interiore bellezza. Edda aveva capito – parafraso parole sue - che il maestro non agisce, il maestro fa agire e lì comincia il suo lavoro, interroga. Non espone, ma ha davanti la verità, l'essere: "cosa sortisce (bisognava essere toscani come lei per parlare così) da questo interrogare? Sortisce che il singolo si rende conto dei vuoti e lui (Socrate-Edda) si rende conto delle forze del singolo, per cui calibra le domande." [...] Per questo ha saputo spendere la sua vita. E quando un'intera vita è spesa bene per un obiettivo che vale, contiene un frammento che non finisce. Le sue lezioni, affollate, intense, erano il centro del suo vivere anche quando la voce faceva fatica perché la malattia aveva preso il respiro. Ma non era eroismo. Era vita. La sua vita. Che sa creare vita".


A.M. - "Ascoltando la professoressa Ducci e dialogando con Lei percepivo sempre una sensazione: molte delle questioni esistenziali su cui avevo riflettuto, per le quali spesso non ero riuscito a trovare spiegazioni adeguate - che erano, quindi, rimaste in ombra o state accantonate - mi apparivano all'improvviso chiare ed ammantate di una nuova luce. [...]Per Lei mettere la ricerca e la didattica al centro dell'attività accademica, e nel contempo, porre al primo posto gli studenti rappresentava un imperativo categorico. Così, ho potuto condividere l'idea di considerare gli studenti in quanto esseri umani, come persone, e non quali semplici destinatari di un servizio. Il successo o i fallimenti dell'università – diceva la professoressa Ducci - risiedono proprio nella capacità di trasmettere il sapere sapiente, in grado di guidare i giovani nel corso della vita, di dare loro punti di riferimento, di abituarli alla ricerca e alla riflessione. Non si tratta di trasmettere solo nozioni utili, ma di contribuire a elaborare idee, metodi e anche itinerari di analisi e di sintesi applicati dalla meditazione umana alle diverse discipline e, in definitiva, di favorire e accompagnare la crescita e la maturazione degli allievi".


M.M. - "Il viaggio verso il proprio Sé era propedeutico alla trasformazione dell'Io, nella convinzione assoluta che non basta conoscere, ma che occorre che questo sostanzi l'esistere. [...] Questo il senso del suo testamento spirituale: nell'azione educativa l'intelligenza del discepolo non deve mai essere separata dal cuore perché la "verità" trovata sia salvifica. Il "pungiglione" che la Professoressa mi ha conficcato nel vivo delle carni continua a stimolarmi, costringendomi all'inquietudine, alla responsabilità di scelta, a non abbandonare il "posto", ad adempiere al compito e ora che la mia esperienza terrena con Lei è giunta al termine, rimane l' "arco aperto" nella speranza che "qualcuno verrà"".


S.G.M. - "Una piccola/grande donna che abitava vasti orizzonti e amava introdurre altri in spazi ampi e alti. Una donna che amava l'umano perché amava il divino. Edda, forte e tenera, donna di fede illuminata che sapeva illuminare, che sapeva comunicare la bellezza e grandezza del credere. Maestra e testimone: ciò di cui abbiamo tanto bisogno oggi. Qualcuno che abbia cuore e occhi capaci di contemplare e sappia comunicare, condividere ciò che ha contemplato".


R.M. - "In quelle sue splendide lezioni e nei suoi libri, dall'originale stile evocativo di un sapere che si interroga prima di interrogare, donava ai suoi studenti una ricchezza culturale e una sophia che li avrebbe accompagnati in tutte le loro realizzazioni esistenziali. La Ducci era una maestra di vita perché il suo parlare faceva nascere una dialettica interiore che sembrava prima non essere mai esistita. Un tratto di personalità di Edda che mi fece subito grande impressione era la vastità incredibile della sua preparazione filosofica e scientifica; conosceva perfettamente le opere dei grandi pensatori che rinnovava continuamente: per lei la cosa più importante era il dover continuare a pensare e porsi nuove domande. L'influenza della sua personalità sulle mie ricerche divenne sempre più evidente attraverso i veloci incontri all'Università. Possedeva la prerogativa di condurre le persone a confidarsi con lei senza timore di essere fraintesi: la sua integrità e la sua rassicurante empatia non avevano pari e quindi incontrarla era, per me, tanto piacevole quanto stimolante. [...] Non era vincolata alla filosofia dell'educativo e la sua fedeltà all'oggetto di ricerca educabilità/perfettibilità umana accettava lo sconfinamento in ambiti epistemologici del tutto diversi. Prendeva spesso in giro la psicologia ma con grande affetto: la psicologia pretende di quantificare la misura umana, com'è possibile?".


B.M. - "Ci ha maltrattati, almeno una volta, tutti, indistintamente, con quell'intelligente ferocia di cui solo le persone geniali sono capaci. Già era evidente, e lo capisco ancora di più ora: solo un'amorosa intelligenza può consentirlo e noi glielo abbiamo perdonato. Mai rinunciataria, neppure alla fine ha smesso di provare a contagiare l'altro, a sensibilizzarlo all'umano, servendosi di quella capacità di ascolto singolare che la contraddistingueva, attenta a quell'anelito presente in ciascuno di noi di cui voleva si cogliesse il senso e la portata per volerne l'affermazione; consapevole che non esistono diagnosi esatte, tecniche di sicura resa, esiti garantiti e valutabili, certa che esistono strade da percorrere, talvolta con fatica, ma strade che non finiscono nel niente".


R.R. - "Lei stessa si è costantemente posta la domanda sul senso dell'educare, ma forse non se l'è posta mai a quella maniera che angoscia me e altri insicuri maldestri pedagoghi. Lei la domanda l'ha superata non eludendola ma attraversandola da parte a parte, mezzo e messaggio ultimo di ogni sua lezione. Il suo essere era realmente un comunicare. Essere pensare comunicare. Tre verbi all'infinito che non potremo più usare senza pensare a lei. [...] I più l'hanno amata, qualcuno l'ha respinta: tutto o niente. Sì, perché Edda era difficile pur nella semplicità, era esigente pur se capace di grande indulgenza, ironica anche se con amore, amorevole anche se a volte con durezza. La sua figura esile era fondata sulla roccia, perché lei non credeva in qualcosa ma credeva in Qualcuno. La ricerca e l'insegnamento non erano mestiere. Si avvertiva che in gioco c'era né più né meno che la salvezza, il vivere una vita degna di essere vissuta. E questo non si dimentica. Quando faceva lezione o teneva una conferenza, e forse nell'intimo per lei era la stessa cosa, mostrava un aspetto che è tipico degli autentici pensatori. Lei mostrava che la semplicità è una complessità risolta. Non pensava su qualcosa, pensava qualcosa. Non ripeteva un pensiero già pensato ma si impegnava in un corpo a corpo con i grandi autori facendo pulsare di nuova vita gli antichi testi. La sua non era una paideia dello sforzo ma una paideia che si serviva dello sforzo. [...] Che cosa abbiamo imparato da lei oltre tutte le cose che ci ha insegnato? Che educare significa toccare ciò che c'è di più vitale in un essere umano. È accendere un fuoco in anime nascenti, è contagiare. Che dobbiamo fare ciò con rigore massimo senza diventare mai pedanti, perché la vita può essere colta soltanto da un pensiero vivente non da una lettera morta. Ci ha insegnato che essere nel tempo è cosa diversa dall'essere alla moda. Ci ha insegnato a sottrarci alle mode culturali e a tenerci saldi alle questioni essenziali dell'umano".


G.S. - "In lei mi affascinò da subito la passione per quel mistero con cui l'uomo si fa bello e buono, una passione che tornò a stupirmi negli ultimi giorni in cui lottò per non morire: per non riposarsi nel mistero senza poter più per l'uomo".


S.M.S. - "La sua era una specie di pedagogia dello sforzo che non spiana la strada, non offre dei surrogati per potersi "arrangiare" meglio nella vita, ma insegna che la vita, la verità e i valori hanno un prezzo e tale prezzo va pagato di persona, salvo la disgrazia di perdere se stessi".


T.V. - "Penso che neppure lei amasse i 'metodi' ma che, conoscendoli tutti alla perfezione, utilizzasse i metodi e le strategie adatte ad ogni singolo caso in un modo del tutto naturale. Dal fondo del suo inesauribile amore per l'umano, poteva agire come un vento impetuoso e sapeva mostrarsi severa al momento giusto, oppure era più sottile, discreta, come l'ideale di uomo e di educatore evocato da Lao Tse che "insegna senza parlare, dirige senza toccare, forma senza appropriarsi". Certo, uno dei punti di forza di Edda consisteva nella 'parola' in tutte le sue accezioni e le sue variazioni: scritta, orale, gridata, sussurrata, evocata, sottintesa, assente, trasparente, incisiva... e, per ottenere tale impatto, traeva energia dall'arte sublime del 'saper ascoltare', al pari di un abilissimo accordatore e - ci penso spesso con tenerezza - non di strumenti musicali ma bensì... di 'anime'".



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Chiunque avesse piacere di inviarci un suo ricordo di Edda Ducci può mandare un'email a questo indirizzo:

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Ultimo aggiornamento: 18 / 07 / 14 - 17:43:40