MimesisLab
Laboratorio di Pedagogia dell'Espressione
Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica
Università degli Studi Roma Tre

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Cineteca

Riflessioni allo schermo



Scheda

Preferisco il rumore del mare

Regia di Mimmo Calopresti. Con Silvio Orlando, Fabrizia Sacchi, Paolo Cirio, Michele Raso. Drammatico, durata 90 min. - Italia 1999.
Presentato al festival di Cannes 2000 nella sezione "Quinzaine des Realisateurs"

Sinossi

Luigi, ricco dirigente di una importante azienda torinese, torna in Calabria per le vacanze e incontra Rosario, un adolescente a cui è stata assassinata la madre e incarcerato il padre. Dopo aver ferito un suo coetaneo, Rosario, grazie all'intervento di Luigi, viene trasferito a Torino, nella comunità di Don Lorenzo, un prete che si occupa di ragazzi in difficoltà. Il giovane verrà a contatto con l'alta borghesia del posto e con Matteo, figlio di Luigi, insoddisfatto e annoiato dal lusso in cui vive, alle prese con una famiglia abbiente ma distrutta proprio come la sua.

Oltre lo schermo

L'infinito del mare e le barriere delle nostre piccole ed umane incapacità.
Il movimento dinamico dell'acqua ed il vuoto delle parole.
Ripartendo dal precedente La parola amore esiste, Calopresti inquadra un altro vocabolo-azione essenziale nel nostro vivere relazionato: aiuto.
Cosa vuol dire aiutare qualcuno? Siamo sempre in grado di farlo? Aiutiamo gli altri per non guardare in noi stessi? Siamo disposti a farci aiutare?
E cosa c'entra l'amore in tutto questo? A quoi ça sert l'amour?
La parola esiste, ma non l'unanimità di senso.
All'interno di questo labirinto emozionale, si sviluppa la vita e la storia dei protagonisti, legati tra loro da nature fragili e solitarie e da squilibri che vanno dall'egoistico bisogno al desiderio dell'altro.
Catalizzatore ed ago della bilancia dell'intera vicenda è Luigi, sposato virtualmente con una ricca donna torinese un po' via con la testa; padre di Matteo adolescente al quale dedica pochissime attenzioni e procura insicurezze e sensi di colpa; amante della più giovane Serena, trascurata affettivamente per opportunismo ed incapacità; dirigente manovrato e un po' distratto nell'azienda del suocero; fautore sia del trasferimento di Rosario nella comunità di don Lorenzo – perché è un ragazzo intelligente e bisognerebbe dargli una mano – che del suo ritorno in Calabria.
Un uomo prigioniero di se stesso e delle sue buone intenzioni, che non si occupa degli altri e fugge dalle proprie responsabilità, che ha avuto tante cose belle dalla vita ma non riesce mai ad essere contento, subdolo complice dei meccanismi perversi di quel mondo dorato ed ipocrita nel quale si crogiola, che allo stadio esulta rabbiosamente perché noi del Toro abbiamo alle spalle una storia di sofferenza. Per noi anche un pareggio rubato all'ultimo minuto, è sempre una piccola rivalsa.
"Noi", un pronome del tutto assente nella sua pigra e gretta esistenza, del quale non vagheggia né il significato, né la valenza.
Tutto è sacrificato in nome di un monumentale ed ingombrante "Io".
Soltanto il confronto con l'opera d'arte lo coglie impreparato, privo di difese; ma è solo un attimo di lucidità, poi torna a mentire.
Luigi è abbarbicato agli alti gradini della scala sociale, non vuole mollare la presa e spera che la sua vita scorra al solito, come sempre. In vacanza in Calabria dalla madre, il sole, il mare, il cugino Vincenzo, insomma tutto come sempre. A Natale a pranzo dal nonno, come tutti gli anni.
Si definisce una persona dalla natura solitaria – a patto di avere tutti a disposizione in un modo o nell'altro – ma quando alla fine sarà costretto a scontrarsi con la sua meschinità ed i suoi errori, correrà da Serena prima e don Lorenzo poi, ritrovandosi finalmente seduto, consapevole e solo: ho sbagliato tutto, ma non ho capito perchè. Il suo destino è segnato sin dalle prime scene: per far sì che la sua cecità interiore si tramuti in sentire, dovrà finalmente vedere, ascoltare vivere con l'altro. Un nuovo Luigi dovrà rinascere ogni giorno; sarà percorso lungo e faticoso, ma il solo capace di distinguere un principiante del mare da un pescatore esperto.
Matteo, introverso ed insicuro e Rosario, diffidente e scontroso, sono per tutto il film le sue vittime privilegiate. Entrambi esposti ai dolori della vita, "scelgono" modalità distinte per rendersi visibili, o farsi coraggio: uno testa storta, l'altro testa bassa.
Rosario non ha voluto vendicare l'assassinio di sua madre e ha rifiutato l'aiuto dei suoi paesani. Orgoglioso, rigoroso, preciso, un po' bacchettone, severo con se stesso e con gli altri, è costretto a vivere da autodidatta. Abituato a poter contare solo sulle proprie forze, non avendo avuto sino a quel momento saldi punti di riferimento, affronta la nuova realtà torinese, la comunità e casa Guarnieri, difendendo il proprio spazio come fosse un soldato in trincea, chiudendosi alle esperienze del mondo ed al contatto con il prossimo, al punto da risultare impermeabile persino all'alto tasso d'umidità del bagno turco. Vuole continuare a studiare ed iscriversi al liceo classico ma non potendo vivere la relazione educativa al fianco di maestri veri, commette macroscopici errori di valutazione: confonde l'autonomia con la solitarietà, l'essere in relazione con la dipendenza, la disponibilità con la debolezza. In questo universo sospettoso, librai e pasticceri risultano vittime della stessa regola: mai fidarsi di qualcuno.
In comunità assume atteggiamenti rigidi, al limite dell'integralismo: espia la sua colpa in maniera totale ed esemplare, vive una forma di intransigente legalità, pone una cortina di silenzio tra sè ed il mondo.
Soprattutto don Lorenzo tenta di scuoterlo, senza troppa fortuna: Non ti entusiasmare mai eh, stai bello chiuso in te stesso. Dormi và e stai tranquillo. E Rosario con tono deciso: Io sono tranquillo.
Anche i comportamenti di Matteo, sono una reazione a tutto ciò che di anaffettivo lo circonda – sfascia la casa del padre con la racchetta regalatagli anche dalla madre – ma la sua personalità risulta più fragile e complessa: due genitori ed un figlio non fanno una famiglia. Anzi a volte le reiterate incapacità di entrambi, generano nel più piccolo e meno protetto, ansie ed ipocondrie a cui è sempre più difficile porre rimedio.
Dietro quelle insicurezze, bugie, irresponsabilità, noncuranze, c'è tutto il fermento del suo mondo interiore così privo di relazioni ed attenzioni, che il regista mostra efficacemente nella scena della pogata solitaria nelle sua stanza, sulle note ruggenti ed arrabbiate di It's not funny anymore: Non è più divertente...
Matteo con i pochi strumenti a disposizione e senza l'aiuto di un adulto a cui carpire i segreti della vita, cerca di operare una summa tra la solitudine creativa della madre – troppo presa a ricercare se stessa, per educare il figlio al mistero della scoperta artistica – e quella più pragmatica del padre – desideroso di uno sparring-partner con cui giocare, piuttosto che di un figlio con il quale dialogare, comunicare, condividere tempo libero ed esperienze.
Ma a tutto ciò aggiunge la sua naturale sensibilità a percepire l'altro, a guardarlo negli occhi, non sempre attraverso una matita o un pennello, come nella scena col padre l'ultimo giorno dell'anno: avverte la sua crisi, se ne preoccupa, lo interpella in proposito, ma non riceve risposta. E' così abituato a quella situazione che la tela a cui si stà dedicando ritrae l'abbraccio tra un uomo ed una donna senza volto...
Matteo e Rosario due ragazzi come tanti, che per un attimo si giurano eterna amicizia, ma che alla fine vedono le loro strade dividersi: il primo, tenendo per sé l'unica cosa sottratta alla madre nel corso del film; l'altro, sfidando la natura e se stesso pur di non perdere la sola certezza alla quale aggrapparsi.
A quoi ça sert l'amour? Recita un brano della colonna sonora, A cosa serve l'amore?
A distinguerlo da ciò che non lo è?
A riconoscerlo, nascosto tra le linee di una mano?
A venire bene nelle foto di famiglia?
A vivere un'illusione perfetta ed effimera, come le bolle di sapone?
Ad ascoltare le tante Miriam alle quali non prestiamo la necessaria attenzione?
O a ricordarci che, per reazione o incapacità, c'è un piccolo Franti in ognuno di noi, a prescindere dalla terra d'origine o dall'estrazione sociale?

G. Fassari

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Ultimo aggiornamento: 31 / 05 / 10 - 23:28:10