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Laboratorio di Pedagogia dell'Espressione
Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica
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Cineteca

Riflessioni allo schermo



Scheda

Le conseguenze dell'amore

Regia di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Olivia Magnani, Adriano Giannini, Gianna Paola Scaffidi, Raffaele Pisu. Drammatico, durata 100 min. - Italia 2004.
Presentato in concorso al 57° Festival di Cannes.
Nel 2005, vincitore di 5 David di Donatello e 3 Nastri d'argento.

Sinossi

Titta Di Girolamo ha cinquant'anni, vive da otto in un albergo di una cittadina del Canton Ticino, lontano dalla famiglia e con un segreto che emergerà a poco a poco...

Oltre lo schermo

La vita, già di per sé noiosa e ripetitiva, diventa in mancanza di fantasia uno spettacolo mortale.

Un tavolo di perdenti, un uomo costretto a spiare le vite degli altri, "la setta degli insonni", telefonate mute, incroci deserti ravvivati da banali distrazioni e un televisore finalmente anestetizzato.
La vita è lontana, l'amore perduto e l'amicizia si è ritirata al freddo, in cima alla montagna.
"Mai!", disse prontamente Titta alzando la voce, come mosso da un impeto incontenibile. Subito dopo – quasi a volersi riprendere – tornò a parlare sottovoce, tentando di camuffare un certo imbarazzo.
Una delle rare volte in cui il protagonista "abbandona lo schema", torna a "farsi sentire", spiazza i suoi compagni di gioco. Ed anche la telecamera sembra stupirsi, planando di colpo ad altezza uomo.
Quel "mai", uscito dalla bocca ma nato dal cuore – da tempo soltanto un organo – simboleggia il suo passato, la famiglia, i figli, i ricordi di gioventù, le speculazioni finanziarie, i suoi errori, le dubbie frequentazioni, il triste presente e l'amicizia. Soprattutto l'amicizia, quella vera, tradita e perduta per sempre. Confinata, come i suoi sentimenti, alle rigide temperature del nord.
Mai fidarsi dei compari.
Mai pensare che sarà per sempre.
Mai credersi invisibili.
Mai sfidare il destino.
Mai confidare nell'oblio.
Mai abbandonare l'amore. Neanche quando sembra che sia stato lui ad averci ripudiato.
Luci al neon, marmo bianco, un ambiente asettico e sterilizzato ed un lungo, "gelido" tapis roulant che spinge una sagoma scura ed immobile. Un romanzo di Steven King? Un sogno alla Cronenberg? Un ritratto fantapocalittico di Vonnegut? Soltanto l'istantanea di un'interiorità sperduta e desolata – in esilio tra sigarette e block-notes – risvegliata, giusto un attimo ma fatale, dallo sguardo intenso ed ammiccante di una giovane barista, intenta a shakerare dolcemente gli ultimi giorni di un uomo in attesa. Il destino di questo cinquantenne di Salerno, dedito a passeggiate solitarie ed eroina, è segnato sin dall'inizio: nell'attimo in cui ci rivela le proprie generalità, si avverte in lontananza un rumore di zoccoli e ruote di legno e proprio in quella direzione Titta volge il capo. Una carrozza nera, trainata da cavalli dello stesso colore, ricoperta da fiori bianchi e con una bara al suo interno.
Tra sé e la morte soltanto un vetro, lucido ed invisibile.
Che si dice fuori, dottore?
Niente...

Non un albergo ma un limbo, nessun cliente piuttosto rifugiati, reietti. Chi sogna i fasti del passato, chi cerca il sonno camminando furtivamente all'ombra della luce artificiale; chi fermava il tempo entrando in un casinò, chi vive da anni senza futuro ma con un ingombrante passato; chi bara alle carte, chi con la malavita. Esistenze in bilico, sospese tra ricordi e ricatti, appese al volere di un semaforo eternamente rosso; ognuna attende la propria ora d'aria: la sera al tavolo da gioco, o il mercoledì alle 10 del mattino...
Non posso definirmi un tossicomane, non posso definirmi un uomo estraneo al problema della droga.
Una lettrice giovane ed irriverente ha l'ardire di occupare un tavolo riservato, ma per farsi perdonare propone a Titta, ed anche a noi spettatori interessati, una riflessione audace e pericolosa: è meglio continuare a stare seduti e vivere di reminiscenze, oppure inseguire la complicata vita delle "forme umane"? Per provare a rispondere non resta che "contattare" la nostra Sophie/Sofia – bella e incosciente – mossa da una forza che l'anima dai capelli alle caviglie e che, proprio per questo, ri-attiva anzi inquieta, il cuore dell'uomo sprofondato.
Forse sedermi a questo bancone è la cosa più pericolosa che ho fatto in tutta la mia vita.
Grazie a lei Titta riscopre due stati d'animo: la paura ed il rischio; o la paura per il rischio, o il rischio della paura. Erano otto anni che si nascondeva e mentiva, che origliava le infelicità altrui, che non sorrideva, camminava da solo e non faceva regali. Ora riscopre il coraggio e torna a bluffare, improvvisamente e sempre di più. E non per la mafia, ma per amore.
Per assicurarsi una buona riuscita, il bluff deve essere condotto sino in fondo, fino all'esasperazione. Non c'è compromesso, non si può bluffare fino a metà e poi dire la verità. Bisogna essere pronti ad esporsi al peggior rischio possibile: il rischio di apparire ridicoli.
Contravviene al suo appuntamento fisso, si presenta – non al pubblico in sala ma ad una persona in particolare – e confessa il suo segreto più recondito. Sofia lo riporta alla vita, ma la vita lo beffa conducendolo irreversibilmente alla morte.
Ma... ci vuole coraggio a morire in modo rocambolesco.
Saldato il debito per una cattiveria inutile, resta in silenzio. Non senza parole, non alla ricerca di una scusa plausibile, non trincerato dietro un muto pessimismo, ma in silenzio.
"Semplicemente" non rivela tutta la verità, perché... la verità, amico mio, è noiosa.
La gru scende ed i pensieri salgono sui monti dove Dino, in silenzio, "ripara i guasti" e riattiva la corrente. Amore ed amicizia nascosti dentro un pilone di cemento.
Quando si è stati amici una volta, lo si è per tutta la vita.

G. Fassari

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Riflessioni allo schermo by Giuseppe Fassari is licensed under a:
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Ultimo aggiornamento: 11 / 06 / 10 - 17:39:09