MimesisLab
Laboratorio di Pedagogia dell'Espressione
Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica
Università degli Studi Roma Tre

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Cineteca

Riflessioni allo schermo



Scheda

La Zona

Regia di Rodrigo Plà. Con Daniel Giménez Cacho, Maribel Verdú, Carlos Bardem, Daniel Tovar, Alan Chávez, Durata 97 min. - Spagna, Messico 2007.
Presentato alla 64ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia e vincitore del premio Luigi De Laurentiis per la miglior opera prima.

Sinossi

Un muro alto e impraticabile separa la Zona, quartiere residenziale di Città del Messico, da un mondo di baracche e miseria. Un temporale e il crollo di un cartellone pubblicitario provocano una breccia in quel muro, dove si infilano tre ragazzi delle favelas in cerca di denaro e fortuna. Ma il destino decide in altro modo...

Oltre lo schermo

Se non è successo niente, allora non vi dispiacerà se andiamo a dare un'occhiata. Un controllo di routine.
Mi dovete scusare, ma per entrare qui dovete avere un mandato.
La strada è di tutti.
Non questa.


Dall'imperialismo al nazionalismo; dal regionalismo al campanilismo; dagli ultrà alla Zona.
Dal mondo reale a quello virtuale; dalla comunicazione alla navigazione; dal cittadino al consumatore; dal viaggiatore al passeggero. La nostra invisibilità mantenuta e garantita da carte di credito, bancomat, tesserini magnetici e vetri oscuranti. Un codice cifrato ci rende anonimi ed onnipresenti.
La Zona è più di un quartiere residenziale, di un muro di cinta che separa un nucleo di villette dal resto della città. La Zona non è semplicemente una fortezza, fatta di cemento armato, filo spinato e telecamere di sorveglianza. La Zona è un pensiero liquido e mutante che si è introdotto furtivamente nelle condutture delle case e nelle cellule dei nostri organi, che ha convertito il libero pensiero in arbitrio, il rispetto in arroganza, la legge in prevaricazione. Trasformato le palestre in tribunali, gli edifici in scuole, gli abitanti in adepti omologati da una divisa. Riconosce e protegge solo i propri iscritti, chiamandoli condomini, sorveglianti o poliziotti. A patto che non siano sospettati.
Al di là del muro niente altro che estranei ed intrusi; nessun ospite inatteso, solo ladri, assassini e stupratori. A ben riflettere la Zona sembra essere figlia di un pensare più radicato e complesso, esteso anche fuori di essa, che ci ha dapprima aspettato, accolto ed avvolto, ed una volta dentro, inghiottito. Mutando il nostro statuto ontologico, riducendo le nostre funzioni, deprivando le nostre interiorità, ci ha resi immobili come la pietra, respingenti come il filo spinato e freddi come un occhio elettronico.
Noi siamo divenuti la zona. La Zona siamo noi.
Questa commistione tra carne e cemento, oltre ad essere una nuova forma di evoluzione della specie, rende la Zona svincolata dai consueti legami con la tradizione, la storia, con il vissuto sociale e di ognuno: sterilizza ogni tipo di contatto, ritiene la contaminazione culturale un contagio, previene la pandemia dell'autonomia.
Propone un solo principio, quello dell'ordine. Così, fin dalle prime sequenze ci ritroviamo fra strade pulite ma deserte, quasi a formare una sorta di serpentone lungo il perimetro del grande giocattolo vuoto; serrande di garage ermeticamente abbassate; prati all'inglese impeccabili ma poco calpestati. Ognuno all'interno di una rigida struttura gerarchica, esegue l'ordine che gli è stato impartito, quell'ordine che, appunto, deve essere garantito e mantenuto ad ogni costo.
Una giustizia privata, per una terra privata di giustizia.
La Zona non può, infatti, perdere la sua prerogativa di rifugio a statuto speciale.
Eppure in questo regno del pensiero unico, in questo fortino oscuro e insanguinato, piccole alterazioni sfuggono al controllo delle telecamere, non sono colte dai monitor di servizio, evadono la sorveglianza delle ronde. Eventi così banali da risultare inattesi, sconcertano e spiazzano il clan: un cartellone pubblicitario, con la complicità di un temporale, può trasformarsi in un ponte, un sentiero ferrato capace di collegare il "fuori" con il "dentro", le macerie con il lusso, gli stenti di un ragazzo asserragliato con i festeggiamenti di un sedicenne rinchiuso; un improvvisato cavalcavia tra due forme distinte di sopravvivenza.
Quest'abbraccio, tanto naturale quanto imprevisto, sembra infliggere una crepa sia nel cuore del muro-maestro, che in seno a quella granitica comunità di zombies: qualcuno ha tradito, qualcuno ha osato riappropriarsi della propria individualità, qualcuno è cosciente e si insinua all'interno di questo frenetico cerchio infernale, provocando continui black-out. Qualcuno è in grado di vedere e sentire, oltre gli occhi ed il cuore, parlare con profonda e personale partecipazione. E' la forza dimenticata e scomparsa di chi è ancora capace di distinguere un gioco da una caccia, la verità da un'illazione, un ragazzo da una preda, un gruppo da un branco. E' la forza di Alejandro: gli unici occhi della zona.
Per lui, Miguel non è mai stato né un assassino, né uno stupratore: solo un ragazzo entrato per rubare. Nient'altro. L'umanità di Alejandro trasforma un semplice scantinato, una buia cantina dove riporre le cose inutili o in soprannumero, in una caverna: la stessa nella quale, oltre due millenni fa, un uomo abbandonò le ombre per scoprire la verità.
Solo, come il prigioniero platonico, sente la necessità di rompere le catene dell'ignoranza, di affermare la propria diversità, il proprio rifiuto verso quel mondo che ritiene l'imbarbarimento uno status symbol. Muovendosi liberamente ed alzando lo sguardo, non scorge più un pericoloso bastardo, ma un ragazzo, un adolescente solo ed in difficoltà, bisognoso di cibo, cure e conforto. Vede Miguel. Due ragazzi con un nome, nell'oscurità, uno a fianco all'altro.
E se l'incatenato descritto da Platone aveva dovuto affrontare le tenebre, per svelare l'inganno, Alejandro può incontrare l'altro da sé solo abbandonando la luce artificiale della Zona.
Convinto che la verità sia un valore supremo, che il rispetto per un altro essere umano rappresenti, nonostante tutto, un patrimonio inalienabile, che padre e figlio debbano stare sempre dalla stessa parte, Alejandro è persino capace di utilizzare una telecamera, non per spiare, ma per svelare la realtà dei fatti.
Così, per la prima volta, delle immagini registrate tradiscono un'anima, un cuore, restituiscono agli spettatori il primo piano a colori di una persona che si rivolge ad un'altra. Il padre e la piazza, tuttavia, accecati dall'odio e dall'inettitudine, hanno già decretato la colpevolezza del giovane Miguel che, in pochi istanti, si trasforma in una sentenza di morte.
Trascorsi circa venti secoli, quel mito che già allora non offriva alcuna rassicurazione sulle sorti dell'ex prigioniero, ci appare quindi se possibile, avvolto da una luce più fosca. Ancora una volta solo, Alejandro non può che abbandonare il mondo delle ombre e "tornare nell'antica Grecia", dove, anche qui soltanto per qualcuno, l'uomo era ancora un uomo e non spazzatura. Come Antigone ridona dignità e nome ad un corpo privo di sepoltura.
Siamo circondati da Zone dove uccidere viene considerato uno stupido incidente; usare le armi contro qualcuno è, in ogni caso, legittima difesa; i collaboratori domestici sono servi e gli anziani sono vecchi.
Vuoi che ti legga il futuro? Finiremo tutti nella merda .

G. Fassari

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Riflessioni allo schermo by Giuseppe Fassari is licensed under a:
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Ultimo aggiornamento: 11 / 06 / 10 - 17:39:08