MimesisLab
Laboratorio di Pedagogia dell'Espressione
Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica
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Cineteca

Riflessioni allo schermo



Scheda

Paradise now

Regia di Hany Abu-Assad. Con Kais Nashef, Ali Suliman, Lubna Azabal, Amer Hlehel, Hiam Abbass. Drammatico, durata 90 min. - Germania, Olanda, Francia 2005.
Vincitore del Golden Globe 2006 come Miglior film straniero.
Nomination all'Oscar 2006 nella stessa categoria.

Sinossi

Due giovani palestinesi, Khaled e Said, amici sin da piccoli, sono stati reclutati come kamikaze. Si dovranno far esplodere il giorno dopo a Tel Aviv, ma non tutto va come previsto...

Oltre lo schermo

Se loro recitano il ruolo del carnefice e della vittima, io non ho altra scelta che essere una vittima e un assassino, per reazione.

Quel "terribile silenzio della morte" che Carmi, soldato israeliano, avvertiva ancora dopo parecchi anni in Valzer con Bashir, torna a bussare alla porta dei protagonisti di questo film, girato non a caso a Nablus, l'altra metà del cielo medio-orientale.
Suha e Said, hanno più o meno la stessa età, identica iniziale nel nome, un lutto che li lega, ma reazioni e destini contrapposti.
Sono proprio i loro distinti silenzi ad aprire e concludere il film.
L'inquadratura iniziale coglie la ragazza sola, ferma al centro di un incrocio, con una valigia in mano e lo sguardo fisso di fronte a sè; alle sue spalle una camionetta militare si allontana lentamente. Qualcosa stride, contrasta con l'apparente tranquillità del momento, nell'aria si avverte una certa tensione, che monta progressivamente sino a divenire insopportabile; dopo pochi passi scopriamo che Suha non è nel bel mezzo di un crocevia, ma tra l'entrata e l'uscita di un check-point. Chiusa dentro una paradossale linea di confine che seziona tutta la città, all'interno della quale si recita ogni volta lo stesso rituale: due persone, una di fronte all'altra, si sfidano in un duello di sguardi belligeranti e silenziosi. Poco più avanti un terzo incomodo, nascosto dietro il mirino di un fucile, augura il benvenuto al gradito co-padrone di casa. Questo "terribile silenzio della morte" viene drammaticamente acuito dalle continue esplosioni che sembrano scandire il tempo ciclico e la memoria storica della città e dei suoi abitanti: un fragore improvviso che determina l'arresto di ogni attività, che paralizza da un lato e riaccende il detonatore della vendetta dall'altro. Nella calma più totale ed apparente la vita di ognuno sembra scorrere lungo un filo sottile, un confine invisibile dove la violenza, fisica e verbale, sembra essere l'unico collante possibile.
Quel silenzio mortifero, nato dal fumo degli spari e delle esplosioni – sollevatosi da terra come una nube tossica, divenuto poi corpuscolo invisibile capace di infettare ogni cellula – ora è cromosoma inestirpabile, fondante ed identificativo, in grado di gestire e determinare ogni sorta di relazione umana. Ha provocato una mutazione genetica, dell'uomo non è rimasta che l'ombra.
Lo sguardo pieno di disprezzo del soldato israeliano di fronte a Suha nel check-point, è identico a quello che Khaled riserva al bambino-garzone sopra l'altura; risuona nelle parole dell'astante nella rosticceria nei confronti dei collaborazionisti e nella carrozzeria nel duello verbale tra i due ragazzi ed il cliente dal "paraurti storto". Un odio, diffuso anche tra fratelli, che è sempre sul punto di traboccare, proprio come l'acqua in quel pentolino sul fuoco all'inizio del film.
Tra gli amici ci sono compagni da spiare, la famiglia è oggetto di una strana e "silenziosa" protezione, i maestri sono divenuti messaggeri di morte. Non ci sono passioni, né speranza, né futuro, solo trucchi fotografici tra foglie secche e sguardi senza sorriso. Quel fotomontaggio nel quale Said era costretto ad andare un pò più indietro, risulta la drammatica istantanea di due popoli, non di una persona soltanto, la naturale congiunzione di tanti corridoi militarizzati: barricate e silenzio, appelli armati e silenzio, ultime cene e silenzio, arrivi e silenzio, autobus e silenzio. Che fine ha fatto la vita? Possibile che si debba nascere soltanto per morire, o meglio ancora, per provocare morte?
Nulla sembra avere importanza:

Non fai uno sport, non leggi, non vai al cinema?
No, non ci vado. Non c'è il cinema a Nablus.
Beh si, questo lo so, ma l'hai mai visto qualche film? Ci sei mai andato al cinema?
Una volta dieci anni fa, quando abbiamo bruciato il cinema Rivoli.
Hai bruciato il cinema?
Mica da solo, eravamo tanti.
Perché? Che cosa vi aveva fatto il cinema?
Il cinema niente...Israele. Quando hanno deciso di proibire di lavorare a tutti gli operai della striscia, noi siamo scesi nelle strade a manifestare. Così siamo passati per caso davanti al cinema e l'abbiamo bruciato.
Ma perché proprio il cinema?
Perché noi...?
...Non lo so
.

Suha pare una delle poche superstiti di questa ondata radioattiva.
Said, invece, ci trae in inganno fino alla fine. Dietro quell'aria assorta e riservata, sembra trasparire un ragazzo indeciso, insicuro, fragile. Per quasi tutto il film Khaled si pone come il più determinato tra i due, quello impaziente di immolarsi per la causa. Invece Said porta la morte dentro di sé ormai da parecchi anni ed ora non ha più nulla da perdere, come dice sua madre il suo futuro è vuoto, anzi è nelle sue mani...
Lo sportello di quella macchina lo aveva chiuso da tempo, ora non resta che onorare un padre e cancellarne un altro. Il suo.
Eppure, nonostante tutto, Said tentenna: appena uscito da casa di Suha alle quattro del mattino, davanti al primo autobus a Tel Aviv e quando, di ritorno dalla missione fallita, spia la madre fuori dalla finestra. Cosa avrà pensato in quei momenti? Perché non ha smesso di correre? Perché davanti allo specchio si è convinto di non poter cambiare il proprio destino? A quale Dio si appella, per tutta la durata del film?
Attraverso i suoi occhi, il "terribile silenzio della morte" invade lo schermo, i volti ed i pensieri dei personaggi che restano e tutti noi, spettatori troppe volte colpevolmente distratti.
Intanto la vita, intrappolata in un check-point, attende il permesso di entrare; chissà per quanto tempo ancora.

G. Fassari

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Ultimo aggiornamento: 31 / 05 / 10 - 23:28:15