MimesisLab
Laboratorio di Pedagogia dell'Espressione
Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica
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Cineteca

Riflessioni allo schermo



Scheda

Kadosh (Sacro)

Regia di Amos Gitai. Con Yaël Abecassis, Yoram Hattab
Drammatico, durata 100 min. - Francia, Israele, Italia 1999
Presentato al 52° Festival di Cannes.

Sinossi

A Mea Shearim, il quartiere più ortodosso nella parte ebrea di Gerusalemme, Meïr e Rivka, sposati da dieci anni, si amano teneramente ma soffrono perché non hanno figli. Malka, sorella di Rivka e innamorata di Yaakov, è costretta ad accettare le nozze con Yussef, combinate dalla madre e dal rabbino.

Oltre lo schermo

Tu sia benedetto, nostro Dio eterno, per non avermi fatto donna.

Parafrasando Raymond Carver potremmo aggiungere un punto di domanda al suo celebre "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore"
Di più, annettere un'altra riflessione al suo interno: di cosa e di quale amore parliamo?
Alla fine del XX° secolo, Amos Gitai ci mostra una realtà apparentemente lontana ed estranea dal nostro quotidiano ed invece profondamente dentro ognuno di noi.
Esseri umani in conflitto, uomini e donne divisi tra amore ed obbedienza, rispetto e trasgressione, autonomia e sottomissione. Non è soltanto l'ortodossia ad essere sotto i riflettori, ma la singolare e condivisa capacità di ciascuno di scegliere, amare, rispettare se stesso e gli altri, oltre le parole e le contraddizioni. Procedere per la retta via, la propria, caparbiamente ed in silenzio, in costante e precario equilibrio tra relazione e solitudine.
All'interno di questo intricato vortice, che stringe le vite dei protagonisti, Rivka e Malka – donne e sorelle tanto diverse quanto avvolte dallo stesso un velo di tristezza – assurgono al ruolo di novelle Antigoni, lucidi esempi di coerenza e libertà interiore.
Hai gli occhi lucidi, come mai? Le donne, spesso, piangono anche nel sonno. Sono sensibili.
L'intera enclave al centro della vicenda, sembra divisa in due, come la cintura di Meir che separa il mondo spirituale da quello materiale: tutto è disunito, contrapposto, tenuto insieme soltanto dal terribile filo dell'incomunicabilità: non soltanto gli uomini e le donne, le varie parti nelle quali è divisa la città di Gerusalemme, i diversi stili di vita simboleggiati dal locale dove si esibisce Yaakov ed i luoghi di studio e preghiera degli ortodossi, ma "gli altri" – i senza Dio, i diversi, i nemici, tenacemente evocati dal rabbino e da Yussef – e "le altre" – quelle donne che, semplicemente, vivono in un altro modo, richiamate con amarezza da entrambe le sorelle in due colloqui chiave del film.
Lo spettro "dell'altro" viene costantemente evocato, richiamato, quasi inquadrato dall'occhio della telecamera: non è la sterilità in sé che addolora Rivka ma la vergogna. La vergogna per come "gli altri e le altre" giudicano il suo essere donna e moglie, per come porta avanti la sua vita sociale, per come riesce a vivere nel peccato da circa dieci anni. Proprio la continua tensione tra identità ed estraneità – che sembra intaccare persino la percezione di sé – viene racchiusa dal regista in due scene particolarmente significative, nelle quali la donna si specchia. La prima volta, il suo volto scompare man mano che l'acqua della vasca oscilla e si incresca; l'altra davanti allo specchio quando comincia a toccarsi, come volesse riappropriarsi del proprio corpo, comunicare con lui, sfiorarlo per comprenderlo meglio e convincersi, lei per prima, di esistere veramente.
Un'altra scena allo specchio ci introduce la diversa personalità della sorella minore ed il suo distinto rapporto con "gli altri".
Quando dopo il matrimonio, Malka si taglia i capelli in maniera tanto rabbiosa quanto dolente, tra pianto e risa isteriche, sembra voler uscire, fuggire da se stessa, da quell'incubo che la costringe con Yussef e lontano da Yaakov. Aveva giurato che non si sarebbe mai sposata, sperato che la sua prima notte d'amore sarebbe stata diversa da quella di Rivka ed invece...Un paio di forbici per tentare di dimenticare.
E' proprio dalle donne con le maniche corte, quelle che possono guidare e ridere, che vivono diversamente, dalle "altre", che Malka sembra dirigersi alla fine del film. Quel suo prolungato e commosso "guardarsi attorno", quel ri-volgersi verso la città santa, sembra un omaggio ed un addio.
Rivka vieni con me. C'è un mondo qui fuori, un mondo – un altro mondo –; la nostra comunità non è il mondo, Rivka.
Il loro atto di ribellione, nei confronti della società e contemporaneamente, di fedeltà a se stesse ed alla propria natura, si esprime in maniera diversa, ma con lo stesso sentimento d'amore. Malka, più giovane ed impulsiva, si concede a Yaakov, affronta e tiene testa all'ira furibonda del marito ed alla fine decide di partire.
Rivka terrà fede, sino alla fine, alla propria indole riservata e riflessiva. Dopo la decisione del rabbino di porre fine al suo matrimonio con Meir, si rinchiude in un silenzio profondo, nella preghiera e nella speranza di maternità.
Non le sarà di conforto, la notizia della sua fertilità; è infatti il rapporto col "marito" che rischia di divenire sterile, inaridito dalle leggi religiosi della comunità.
Quando sembra aver eretto un muro nei confronti "degli altri", Rivka rivela allo spettatore il suo tenerissimo piano: vivere per sempre nell'amore.
Contravvenendo alle regole imposte dalla famiglia, torna da Meir, nella "loro" casa, nel "loro" letto e si concede a lui per un'ultima, appassionata, volta.
Ogni personaggio di questo film è costretto a vivere un dilemma: scegliere tra l'amore e qualcos'altro.
Le regole religiose, o la persona amata.
La morsa della protezione familiare, o il rispetto che preserva l'individuo in un contesto di autonomia relazionata.
L'amore per i fratelli, o quello per i propri simili.
Ma l'amore per l'amore?
Dunque, di cosa parliamo quando parliamo d'amore?
Cosa c'è di più sacro (nel senso più ampio e laico del termine) di un essere umano?

G. Fassari

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Riflessioni allo schermo by Giuseppe Fassari is licensed under a:
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Ultimo aggiornamento: 11 / 06 / 10 - 17:39:08