MimesisLab
Laboratorio di Pedagogia dell'Espressione
Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica
Università degli Studi Roma Tre

Vai al sito ufficiale dell'Università Roma Tre

Home page >> Cineteca >> Riflessioni allo schermo >> Scheda film

Cineteca

Riflessioni allo schermo



Scheda

Valzer con Bashir

Regia di Ari Folman. Con Ari Folman, Mickey Leon, Ori Sivan, Yehezkel Lazarov, Ronny Dayag. Drammatico, durata 87 min. – Israele, Germania, Francia 2008.
Presentato in concorso al 61º Festival di Cannes
Vincitore del Golden Globe 2009 per il miglior film straniero.

Sinossi

Una sera, in un bar, un vecchio amico racconta al regista Ari Folman un incubo ricorrente nel quale 26 cani feroci lo inseguono. Lo stesso numero di animali, ogni notte. I due giungono alla conclusione che c'è un legame tra l'incubo e la loro missione nelle file dell'esercito israeliano durante la prima guerra del Libano, all'inizio degli anni ‘80. Ari si rende conto di non ricordare quel periodo della sua vita

Oltre lo schermo

Adesso osserva attentamente questa foto, mi riconosci? – No.
Per la verità nemmeno io, mi sembra di guardare un estraneo
.

Tornare a contattare quel brandello di vita in letargo da circa vent'anni; rendere meno confuso l'indimenticabile, provare a identificare quel dolore tra le tante cianfrusaglie riposte, o nascoste, in un angolo della coscienza. Qualcosa di estremamente presente ma informe, nascosto tra cani inferociti e acque calme prima dell'attacco, ringhia nella mente di Boaz ed esplode nell'esistenza di Ari, riemergendo da chissà quale cantuccio della memoria.
Da circa due anni, nel cuore della notte, un uomo si sveglia, impietrito di fronte ai suoi fantasmi; da molti anni, qualcun altro, è un uomo senza passato.
Quale forma assumono i ricordi, quando ad illuminarli – o a nasconderli – è la tetra luce di razzi al fosforo? Quel colore giallastro invade "il cielo sopra i protagonisti", permea sogno e realtà, gli occhi e i denti dei lupi rabbiosi, la luce sulla strada e nel bar, persino i nomi degli autori nei titoli di testa. E' la vera colonna visivo-temporale dell'intero film, avvolge tutta la struttura narrativa dell'opera e ci avverte, sin dall'inizio, che nessuno può sentirsi escluso da questa riflessione dell'uomo su se stesso e sulla sua capacità di relazionarsi con gli altri e col proprio vissuto. Che c'entro io, io sono un cineasta! Anche il cinema può essere terapeutico, tu le tue angosce le hai sempre elaborate attraverso i film. E' vero o no? E' vero, ma non ho mai affrontato niente di simile. Niente di simile...
Il regista animato, dice la verità: il processo attraverso il quale i ricordi riaffiorano nella mente di un uomo, ritornano ad essere vita vissuta, aria respirata, occhi spalancati e cuore in gola, è piuttosto complicato e tale ri-visitazione necessita aiuto, vicinanza, dialogo, comprensione: per riuscire in questa ardua impresa il protagonista ha bisogno di non essere solo, può farcela soltanto "grazie all'aiuto di un altro"; per impattare con quell'attimo di esistenza densa di dolore e sgomento, non bastano un copione e delle telecamere. Occorre un deciso coinvolgimento interiore, andare a cercare i compagni di quegli anni, o rispondere alle loro sollecitazioni anche nel cuore della notte, o alle sei del mattino, guardarli negli occhi, ascoltare le loro parole, interpretare i reciproci vuoti di memoria ed attendere che quel cumulo di sensazioni, una volta sedimentato, prenda forma e ri-torni a farsi vita vera. E' indispensabile che diventi un'esperienza condivisa.
L'incontro con Boaz ebbe luogo durante l'inverno del 2006, la stessa notte dopo più di vent'anni ho avuto un terribile flashback del Libano, anzi non del Libano ma di Beirut ovest, anzi non di Beirut ovest ma delle notti del massacro nei campi profughi di Sabra e Chatila.
Un frammento preciso dal quale inizia la "risalita" di Ari, regista ormai quarantenne, alle prese con un giovane soldato, ancora interamente avvolto da ombre sconosciute e nebulose giallastre.
C'è una cosa che non riesco a capire: perché avevo bisogno del sogno di Boaz, dei suoi cani, per riportare a galla quel ricordo? Cosa ha a che fare la mia memoria con il vissuto di un'altra persona?
Ari incontra una lunga serie di amici e commilitoni con i quali ha vissuto gli anni della guerra: cerca conforto dal colloquio con Ori, ascolta i "non ricordo" di Carmi, avverte i sensi di colpa di Ronny, si stupisce di fronte alla precisione dei racconti di Frenkel. Grazie a loro inizia, non senza difficoltà, a ricucire pezzi della propria vita tra incrociatori che divengono love boat ed episodi di amnesia dissociativa. Una costante è presente in ognuna delle personali esperienze: nessuno riusciva mai a vedere il proprio nemico in faccia, si sparava all'impazzata senza sapere a chi e dove precisamente; luoghi senza nome, avversari senza volto, soldati senza coscienza.
La guerra ha il terribile potere di omologare tutto, azzerare le diversità, rendere simile ogni luogo nel quale si insinua: quella lunga strada di Beirut il palcoscenico del valzer attraversato da proiettili e sibili di razzi assomiglia in maniera impressionante al viale dei cecchini di Saraievo, una lingua d'asfalto tra la vita e la morte, tra la fuga e la resa, dove ogni giorno si balla e si spara per sopravvivere.
Mancanza di identità, ed incapacità di discriminare: proprio il terreno più adatto per annullare, o cancellare, la memoria collettiva e la particolarità di ognuno.
Questo diario per immagini, non è che l'ultimo esempio di come sia possibile, attraverso il racconto di una storia personale, rintracciare spunti di riflessione che coinvolgano interi gruppi di persone, comunità, la società civile nel suo complesso.
Qual è il legame tra esperienza e ricordo? Tra Storia e storie? Tra identità del singolo e omologazione sociale? Tra dialogo e ascolto? E quanto tutto ciò, contamina l'esperienza educativa?
Ogni individuo dovrebbe intuire l'urgenza di questa relazione vitale, nessuno può attendere di vedere con i propri occhi, senza avvertire lo sguardo dell'altro.
Quando Ari si rende conto di aver preso parte alla strage nei campi profughi, da semplice spettatore o da esecutore materiale, che fosse sul tetto o all'interno dei tre cerchi intorno alla zona, tutto assume un senso definitivo, profondo, incontrovertibile. Come la foto del ghetto di Varsavia. Quello a cui ha assistito lo riguarda personalmente, lo tocca nel profondo; lo "chiama", lo induce a riflettere e osservare attentamente, perché mani nude e riccioli scuri, soprattutto se piccoli e indifesi, possono nascondersi ovunque: sotto una divisa, dentro una casa colonica, dietro il mirino di un'arma. Figuriamoci tra le macerie dopo un massacro.
Voci e volti assumono lineamenti sempre più nitidi e quella nebbia giallastra davanti a lui, di colpo scompare. Nessuna realtà "fumettata", solo disperazione e morte in presa diretta.
Una ri-animazione di novanta minuti per ritrovare, attraverso gli altri, di nuovo se stessi.

G. Fassari

Creative Commons License
Riflessioni allo schermo by Giuseppe Fassari is licensed under a:
Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License

Home page  |  Stampa  |  Site Map  |  Credits  |  Roma Tre  |  Torna su

Ultimo aggiornamento: 31 / 05 / 10 - 23:28:14