MimesisLab
Laboratorio di Pedagogia dell'Espressione
Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica
Università degli Studi Roma Tre

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Cineteca

Riflessioni allo schermo



Scheda

Central do Brasil

Regia di Walter Salles. Con Fernanda Montenegro, Vinicius De Oliveira, Marilia Pera, Soia Lira Drammatico, durata 115 min. - Brasile 1998
Orso d'Oro al festival di Berlino del 1998
Golden Globe 1999 come miglior film straniero

Sinossi

Nella Rio di fine millennio, si incontrano un bambino di nove anni ed una ex insegnante. Percorreranno l'intero Brasile alla ricerca di un padre...

Oltre lo schermo

Quando vorrai ricordarti di me, dai un'occhiata alla fotografia che ci siamo fatti insieme. Te lo dico perché ho paura che, un giorno, anche tu mi dimenticherai.
Ho nostalgia di mio padre.
Ho nostalgia di tutto
.

La stazione ferroviaria di Rio, un banchetto, un fazzoletto di stoffa ed una trottola di legno. Tra quei treni ci si saluta o incontra, si attende o si parte, si ruba e si muore.
Un volto, un solo viso nell'inquadratura. Oltre quegli occhi, una folla riempie convogli e vagoni. Dora cerca di farsi largo tra la gente, si affanna per non perdere il suo treno, trovare un posto a sedere e tornare a casa. Entrata nello scompartimento, già pieno, non le resta che aggrapparsi ad una maniglia ed aspettare la sua fermata.
Sembra la "foto" della sua vita.
E' arrivata l'ora giusta. E' arrivata l'ora, il samba è cominciato.

Prima di "mettere a fuoco" l'incontro tra i due protagonisti, il regista opera una graduale "scrematura", una sottrazione decisa e fondamentale.
Ogni giorno, una marea umana arriva al capolinea e scende dai vagoni, ma soltanto poche persone – ed una alla volta – avvertono l'urgenza di dettare a qualcuno una parte del loro cuore.
Quei volti occupano tutto lo schermo, ma a chi confidano i loro segreti? Chi li ascolta?
Inizialmente una penna in una mano, ma poi...compare Dora.
Lei è la custode e messaggera di molte confidenze, o stati d'animo, sino a quel momento celati e repressi: dolore, inganno, risentimento, attaccamento, semplice curiosità.
A Rio, come a Bom Jesus do Norte, uomini e donne, mogli o amanti, giovani e anziani affidano alla sua penna un frammento della loro vita, nella speranza di ri-vedere o dimenticare qualcuno. Si aspettano risposte, consigli, ritengono Dora una persona con esperienza in grado di trovare sempre la formula giusta, capace di trasformare i loro pensieri in parole. Seppure con trascorsi ed intensità diversi, gli occhi di fronte a lei, riassumono – al contempo – un'intera esistenza ed un disagio: quanto tempo hanno atteso prima di esprimersi? Come riuscire a contenere un silenzio così pressante?
Quelle anime fiammeggianti si fidano della donna, un'insegnante in pensione, e non mostrano il minimo sospetto o incertezza: la loro confessione, spontanea e sincera, arriverà a destinazione. Ma tanta fiducia è ben riposta? Chi è Dora? Una donna istruita dall'aria dimessa, o la degna erede di sparaballe?
Josuè lo intuisce sin da subito, istintivamente non si fida: quella signora nasconde qualcosa. Il primo impatto è tra due esseri segnati da un profondo e distinto dolore che trova un unico denominatore: l'abbandono. Dora nutre un profondo risentimento nei confronti della vita che l'ha privata della sua famiglia in tenera età; per lei gli uomini sono tutti ubriaconi, pagliacci, sempre pronti a mentire e fuggire. Così sfoga la sua rabbia gettando o chiudendo in un cassetto – il purgatorio, lo chiama la sua amica Irene – quelle lettere così preziose.
Ma a tutto c'è un limite, Dora.
Josuè cerca ostinatamente suo padre, che non ha mai conosciuto ma dal quale si sente attratto e legato. Come uno spago alla sua trottola. In ogni casa, persino in quella di Dora, cerca il calore familiare.
Seguendo il destino di una lettera – dopo tanti anni di solitudine e rancore – Dora torna alla vita e ad una relazione che la costringerà a ricoprire il duplice ruolo di educatrice ed educanda: è a questo punto che le distanze tra i due cominciano ad assottigliarsi: prima un tavolino di legno, poi uno spiraglio tra le porte di un vagone ed alla fine... un sorriso.
Così, ha inizio un viaggio che, simultaneamente, vede protagonisti 2 ri-cercatori: un figlio il proprio padre e una donna se stessa tra passato e futuro.
Un "road movie" dell'anima.
L'incontro si sa, è il luogo della libera partecipazione e della quiete, mai gravarlo di presenze "inutili": due è il numero perfetto. Dal caos della metropoli, della stazione, dei passeggeri stipati fin sopra i tetti dei treni, pian piano si passa ai comodi posti a sedere di un autobus ed alle vastità incontaminata del paese carioca.
Una fotografia riuscirà a comprenderli entrambi e per sempre.
L'autobus ha un percorso fisso, sempre lo stesso. Un taxi no, prende una strada qualunque e poi si perde. E perché?
Era scritto in una lettera che mio padre ha mandato a mia madre. Raccontava che era stanco di andare in autobus tutti i giorni – cioè con mia madre – così ha deciso di prendere un taxi – cioè un'altra moglie –. Quella che prese un taxi spaziale è stata mia madre. Avevo la tua età quando è morta
.

G. Fassari

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Ultimo aggiornamento: 31 / 05 / 10 - 23:28:13