MimesisLab
Laboratorio di Pedagogia dell'Espressione
Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica
Università degli Studi Roma Tre

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Cineteca

Riflessioni allo schermo



Scheda

Il figlio

Regia di Luc Dardenne e Jean-Pierre Dardenne. Con Olivier Gourmet, Morgan Marinne, Isabella Soupart. Drammatico, durata 95 min. Belgio – Francia 2002.
Presentato alla 55ª edizione del Festival di Cannes, premio per la migliore interpretazione maschile.

Sinossi

Olivier – responsabile di una falegnameria che funziona come centro di formazione professionale – accoglie un quindicenne, Francis, appena uscito dal riformatorio che, sei anni prima, aveva ucciso un bambino per rubare un'autoradio.
Il ragazzo, ignorando che la vittima dell'omicidio sia proprio il figlio di Olivier, durante il suo apprendistato chiede all'uomo di diventare suo tutore...

Oltre lo schermo

Raccontare parte della trama de Il figlio non toglie nulla alla partecipazione emotiva che la pellicola suscita, perché molto di ciò che accade non viene mostrato, espresso palesemente ma vissuto, quasi in tempo reale, sia dai personaggi che dagli spettatori stessi. Da questo punto di vista il film sembra un pretesto, un lungo e ineludibile momento di riflessione indirizzato ad ognuno di noi, che troppe volte evadiamo, sorvoliamo o rifiutiamo di sapere veramente chi siamo, o cosa siamo diventati.
E' la storia di una trasformazione, anzi di una serie di trasformazioni che coinvolge alcune persone, da un lato legate fra loro anche da un evento luttuoso e, dall'altro, divise dalla sua opposta elaborazione. Ma è anche il tentativo di coniugare due modalità antitetiche: il tempo fisico, puntuale e tangibile, legato allo scorrere metodico degli eventi, che risponde a regole precise ma a volte inadeguate; e quello interiore, impercettibile ed invisibile ai sensi, totalmente svincolato da leggi predefinite e nessi di causalità, scandito invece da un'andatura soggettiva.
Le contraddizioni di questa impalpabile catarsi, la difficoltà di rappresentare l'inconoscibile, il lento divenire che porta l'impulso a farsi emozione, trovano in Olivier e nella sua fisicità, il loro raccordo. Inoltre i Dardenne estremizzano alcuni elementi già espressi nei precedenti film, non come puro artificio tecnico ma possibile chiave di lettura: rendono ancora più essenziale la loro grammatica narrativa snellendo i dialoghi tra i personaggi, accentuano la tecnica del pedinamento riprendendo costantemente le spalle o la nuca del protagonista. Il silenzio e la mancanza di visuale aumentano così la tensione e la suspense dello spettatore, incapace di leggere le intenzioni di Olivier; il suo sguardo, a volte semi coperto da un paio di occhiali, sembra nascondere aggressività, diffidenza, paura, stordimento. Quanto più è sfuggente e misterioso il processo dell'animo umano, tanto più il personaggio di Olivier dovrà risultare enigmatico, pur mantenendo la camera a mano costantemente incollata al suo corpo per quasi tutto il film non riusciamo ad afferrare le sue intenzioni, ogni sua mossa sembra possedere sempre una doppia valenza. Più è incalzato meno risulta comprensibile, minore è la distanza maggiore risulta lo spaesamento.
Il laboratorio diviene lo spazio d'incontro e la metafora della loro nuova educazione. Tanto è metodico e puntuale il lavoro artigianale, così è sfuggente ed inafferrabile il mondo interiore e le sue dinamiche. Se da una parte la figura del maestro è fondamentale per sensibilizzare quelle mani rozze ed ignoranti, dall'altra serve la sinergia di entrambi per scoprire la recondita valenza della giusta misura e della distanza. Il metro sarà un ottimo conduttore di energia.
Manualità e progettazione, controllo e sperimentazione.
Proprio questo Olivier dovrà fare: mettere alla prova se stesso, verificare quali e quante tracce il tempo ha lasciato sulla sua pelle, dentro di sé, scoprire le proprie reazioni di fronte a questa nuova realtà. D'altro canto Francis è un apprendista e molto dovrà imparare da questa nuova esperienza: per ambedue un raffinato centro di formazione.
Nessun intermezzo musicale né colonna sonora, scene di vita quotidiana senza nessuna distrazione, traghettati attraverso un presente reale ma raro, lungo il quale il silenzio si trasforma in stupore, aristotelica meraviglia, ammirazione. Forse anche per questo i momenti salienti del film ruotano intorno a due domande rimaste insolute ma tutt'altro che inevase.
L'ultima scena inquadra Olivier che sistema nel rimorchio con la solita cura e meticolosità il legname caricato in precedenza con Francis.
Viene sorpreso dalla figura del ragazzo dietro di lui che immobile lo osserva; Olivier prosegue nel suo lavoro ma non distoglie lo sguardo dal giovane, sino a quando Francis non si avvicina, entra nell'inquadratura, fissa su Olivier, e timorosamente prende una delle due tavole rimaste.
Insieme le sistemano congiuntamente alle altre ed insieme le ricoprono con il lungo telone verde.
Potremmo pensare che la segheria simboleggi il mondo interiore di Francis, del quale Olivier ha la chiave per accedere. Vi entrano insieme, chi con quattro chi con due ruote, ognuno con i propri strumenti. Uno spazio pieno di anfratti, nascondigli, pertugi e zone d'ombra nel quale anche le tavole di legno, per poter diventare porte, hanno bisogno di vicinanza e necessaria autonomia; dove si svelano i segreti della materia a chi ha sensibilità nel tatto e mostra attenzione per le sfumature. E' il regno dell'autenticità profonda, ineludibile, scomoda; ma è anche la gabbia dentro la quale Francis si è rinchiuso per troppi anni ed è compito dell'educatore snidarlo, farlo uscire, riportarlo alla luce del mondo reale. Quando Olivier gli rende nota la verità, Francis opera un doppio movimento: fugge perché ragiona in base alle proprie categorie, secondo le quali chi uccide, se scoperto, non può che essere ucciso, ma allo stesso tempo corre incontro al proprio destino. Soltanto venendo catturato riuscirà a salvarsi. Anche Olivier non rincorre soltanto un ragazzo, ma degli spettri: tutti e due devono attraversare la morte per tornare alla vita. In quel bosco, zona misteriosa ed evocatrice per antonomasia, entrambi diventano l'altro, entrano nei panni dell'altro, sono l'altro. Smettono di ricordare e cominciano a ri-vivere. L'uomo vive l'esperienza del carnefice, impatta con se stesso, incontra l'altro per quello che veramente è, e sceglie la vita; il ragazzo vive l'esperienza della vittima, scopre se stesso incontrando l'altro da se, e comprende la sua tragedia. Tra le foglie bagnate d'inverno ascoltiamo non il respiro di uomini sopravvissuti, ma l'anelito di due ri-generati.
Soltanto stringendo il collo dell'adolescente, Olivier esorcizza il fantasma di suo figlio morto, percepisce il giovane come una persona che ha sbagliato e non come un assassino, e torna libero.
Libero di scegliere tra la vita e la morte.
Da solo Francis non avrebbe mai vinto il suo "mostro di dentro". Grazie ad Olivier scopre quel senso di limitatezza, finitudine, imperfezione che è di ogni uomo, il dis-valore che quell'insano gesto intriso di superficiale onnipotenza, contiene in sè e non per quello che a lui ha comportato.
Vivere la sofferenza è anche lottare contro l'oblio.
Erano un figlio senza padre ed un padre senza figlio.

G. Fassari

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Riflessioni allo schermo by Giuseppe Fassari is licensed under a:
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Ultimo aggiornamento: 31 / 05 / 10 - 23:28:13