MimesisLab
Laboratorio di Pedagogia dell'Espressione
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Cineteca

Riflessioni allo schermo



Scheda

Quattro minuti

Regia di Chris Kraus. Con Monica Bleibtreu, Hannah Herzsprung, Sven Pippig, Richy Müller, Jasmin Tabatabai. Drammatico, durata 112 min. - Germania 2006

Sinossi

Tra le mura di un carcere femminile tedesco si incontrano Traude, rigida ottantenne che per 60 anni ha insegnato pianoforte alle detenute, e Jenny, ventunenne condannata per un delitto efferato, capace di incredibili esplosioni di violenza ma dotata anche di un gran talento musicale.

Oltre lo schermo

Loro non possono entrare.
E' il mio ultimo giorno, prendo solo il pianoforte.
Mi dica una cosa signora Kruger, che cos'hanno quei ragazzi che gli altri non hanno?
Uno è un assassino e l'altro ha violentato sua nipote.
Ci mancherà, signora Kruger. (Il cancello si apre)


Un padre adottivo omette una terribile verità, una giovane infermiera tradisce l'amore per la propria compagna. Menzogne e meschinità che pesano sulla vita di ognuno: Anna ci rimette la pelle, Traude la dignità e non solo. Il signor von Loeben si pente troppo tardi e Jenny sua figlia, una ragazzina brillante e talentuosa, col tempo, sarà costretta a travestirsi da mostro.
Ricominciano le lezioni di piano.
Le dita si muovono lungo una tastiera immaginaria, seguendo l'andare della melodia. Uno specchio ed uno sguardo, entrambi curiosi svelano, a chi ha l'orecchio acerbo, il talento di una ragazza instabile.
Mani e memoria, orecchio e futuro, Schumann e la "musica negra". Un pianoforte all'interno di una palestra fa sì che le vite di due donne si intreccino lungo le linee sottili di un pentagramma. Un'anziana docente di musica dal triste e dolente passato ed una ventenne carcerata immensamente dotata ma segnata da una adolescenza tormentata: l'una rigorosa, l'altra ribelle; l'una innamorata della musica e dell'insegnamento, l'altra geniale ma ostile e refrattaria alla disciplina; l'una cultrice della musica classica, l'altra attraversata da ritmi viscerali e sincopati.
Quei tasti bianchi e neri, sfiorati da mani dal passato così diverso, generano suoni provenienti da mondi contrapposti che si alimentano, però, della stessa sofferenza e della simile grondante recriminazione. E quando tutto ciò avviene nel chiuso di un carcere, l'affaire si complica terribilmente. Persino una sala di musica diviene luogo inappropriato, asettico, poco incline ad accogliere sudore e sangue: meglio una palestra poco illuminata, angusta e dalle pareti scrostate, all'interno della quale è necessario riscaldare gli animi per lottare contro il gelo della vita, allenarsi e faticare per affrontare i propri limiti, imparare ad incassare e a non concedersi distrazioni.
Un ring dove ognuno mostra i muscoli per celare la paura o si nasconde dietro al proprio ruolo per dimenticare errori di gioventù e, nel quale, anche un pianoforte, per provocazione o necessità, può trasformarsi all'occorrenza in un tavolo da ping-pong; fino a quando il passato non riemerge ed il presente assume le sembianze di un numero: il 4.
Quattro, come gli allievi della signora Kruger.
Quattro, come le ore che "restano" a Jane.
Quattro, come i minuti della sua esibizione.
Quattro, come la forma disegnata dallo stormo di uccelli in volo sul carcere nella prima scena del film, apparizione questa che costituirà l'immaginario filo conduttore dell'intera opera.
Attraverso due distinte "colonne sonore", il regista descrive magistralmente la vita interiore delle due protagoniste, i loro diversi bioritmi, i tempi differenti all'interno dei quali le due donne ricordano, pensano, vivono e si esprimono. Tanto Beethoven quanto "la musica negra", infatti, nascondono un dolore, diverso ma non per questo meno intenso.
Jenny suona come vive, suona come parla, suona come pensa, suona come mena: tenacemente, con forza, a perdifiato, in maniera incalzante e per nulla ordinaria. Lei ed il pianoforte sembrano urlare, gemere, dimenarsi, cercare una via di fuga e al tempo stesso cullarsi dentro quell'unica cassa armonica. Fusi e rinchiusi dentro lo stesso buco nero, con le mani legate e dietro la schiena, attendono soltanto qualcuno che li liberi e li tiri fuori.
Anche lei borsista?
No, sono un'assassina.
Lo scriva pure, non si sa mai può tornarle utile.

La signora Kruger durante le sue giornate ascolta, osserva, ricorda, si dedica soltanto alla musica, ma il suo non è vivere, più che altro un galleggiare. Le davo soltanto lezioni di piano, chissà quante volte questa frase le sarà tornata alla mente.
Rivendica i propri diritti con il direttore del carcere, paga di tasca propria le spese per le lezioni, predica l'umiltà, ma sembra essersi arresa da tempo. Insieme a Jenny torna a suonare, a dialogare, a sorridere, a "mettersi nei panni dell'altro" (esilarante il look da motociclista un po' punk-abbestia), a battersi. Perché dietro quella ragazza così rozza e violenta intravvede non soltanto un genio, ma una possibilità, che va ben oltre la finale del concorso: tornare a salvare una vita, anche questa volta di una persona in guerra.
Abbiamo un compito in questa vita, maledizione. Io non so quale sia stato il mio compito, forse semplicemente tener duro. Ma il tuo compito, invece, è chiaro, come la luce del giorno, il tuo compito adesso è, vorrai scusarmi il linguaggio, alzare il tuo culo di piombo dalla mia sedia e darti una mossa. Il tuo compito inizia tra due ore al teatro dell'opera. Questo Jenny, è il tuo compito!
Jenny è una ragazza dura, corazzata, impermeabile ma allo stesso tempo sensibile, fragile, tenera, segnata dal terribile rapporto col padre – che sul finire garantisce per lei – e dal fatale quanto benefico incontro con la signora Kruger. Nello stesso corpo, due anime, due vite, due modi contrapposti di stare al mondo. Questa sua inafferrabile duplicità, trova forma e sostanza all'interno della sua esibizione: è Schumann e anche no, è Jenny ma non solo.
La musica, in quei quattro minuti finali, proviene dai bassifondi, dalla solitudine, dal marciapiede, dalla sofferenza di 16 ore di travaglio, dal dolore per la perdita del figlio appena nato, dal non riuscire a percepire chi è veramente, ma anche dalla profonda gratitudine nei confronti della sua insegnante. Il pianoforte rappresenta il suo mondo, il suo spazio, il suo corpo, il suo angolo di creatività, ma anche il suo tormento. Per questo lo suona in ogni suo spazio disponibile, lo trasforma in tamburo, chitarra, arpa addirittura. Lo nobilita, lo venera, ma lo colpisce violentemente alla fine della sua performance: tutto nella sua vita ha avuto un peso, ma quale?
Ogni piccolo gesto risultava ambiguo e sospetto, amore o tradimento? Libertà o condanna? Gli applausi scroscianti degli spettatori e l'ideale brindisi della Kruger rappresentano, forse, l'inizio di un nuovo percorso...nonostante l'inchino, l'omino tatuato sul collo della giovane non trema, rimane in equilibrio: in manette ed in attesa, ma riconoscente ed ostinatamente vivo.

G. Fassari

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Ultimo aggiornamento: 31 / 05 / 10 - 23:28:12