MimesisLab
Laboratorio di Pedagogia dell'Espressione
Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica
Università degli Studi Roma Tre

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Cineteca

Riflessioni allo schermo



Scheda

L'uomo del treno

Regia di Patrice Leconte. Con Jean Rochefort, Johnny Hallyday, Jean-François Stévenin, Charlie Nelson, Pascal Parmentier. Drammatico, durata 90 min. Francia 2002
Presentato alla 59a Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.


Sinossi

In un paesino della Francia meridionale, un anziano professore in pensione ospita nella propria casa uno sconosciuto. Tra i due nascerà una singolare amicizia...

Oltre lo schermo

Per una volta che volevo fare a botte, mi capita un tipo che mi vuole bene!
Preferiva che finisse a bottigliate?
Almeno mi restava il ricordo...


Quella sera anche il professore era lì, nella farmacia del paese, poco prima dell'orario di chiusura. Lo sguardo dello sconosciuto non lo colse impreparato anzi, sembrava lo stesse attendendo. Un sorriso, una medicina sbagliata e dopo pochi passi arrivarono nella villa dell'anziano insegnante, tanto grande da contenere i ricordi di intere generazioni. Non si erano mai visti, ma nei loro occhi c'era la stessa, intensa, malinconia; forse per questo il signor Manesquier, sin dall'inizio, si fidò ciecamente di Milan il forestiero. Oppure riconobbe nell'espressione di quell'uomo, l'altra parte di sé che mai aveva osato contattare o svelare, l'uomo vanamente inseguito e che avrebbe desiderato essere.
Io ho sempre sognato di essere un muto che passa.
E cioè?
Entro in un bar, non dico una parola, ma la mia presenza cambia tutto. Le donne in particolare, si guardano allo specchio...eppure non faccio niente, sono semplicemente lì. E basta per creare lo scompiglio nelle menti...
Lei ha visto troppi gialli...


Due distinte tonalità per "colorare" vite, sino a quel momento agli antipodi; uno previdente, col soprabito ed una classica valigia; l'altro avventuriero, con una vissuta giacca di pelle ed uno borsone sportivo; sedentario uno, nomade l'altro; Schubert per il professore ed un country-western – con un rumore di treno in corsa in sottofondo – per lo sconosciuto rapinatore. Si avvicineranno fino a confondersi, a prendere uno la vita dell'altro; o almeno così avrebbero desiderato.
Per indagare con sufficiente onestà l'animo umano, non si possono percorrere scorciatoie, né sostenere ritmi troppo elevati: un treno regionale è l'ideale per un viaggio nel quale ricercare se stessi, sognare paesaggi diversi e stare attenti alla dolcezza delle cose. Il punto d'arrivo è un paesino tranquillo, in grado di accogliere – seppur con una certa ritrosia – suggerire riflessioni e nuovi desideri. La dimora è un'abitazione signorile dalle pareti un po' scrostate, ma aperta ai viandanti e capace di percepire anche i cambiamenti più sottili. Il resto lo fanno i due protagonisti, le loro rispettive storie, sensibilità, paure, le loro apparenti ed inconciliabili diversità, chiusi nei loro silenzi ma non negli stessi incubi. Entrambi con un improrogabile impegno per il sabato a venire.
A loro modo due educatori, due risvegliatori, due maestri. L'uno per l'altro.
Un film che sollecita la formazione permanente, al di là dell'età anagrafica e dell'estrazione sociale, della relazione senza limiti né imposizioni, nella quale la famosa virgola kierkegordiana trova la sua giusta ed "umana" collocazione (stare solo, con l'aiuto di un altro /anziché /stare, solo con l'aiuto di un altro).
Una pellicola ricca di dialoghi che nei momenti chiave si affida ad una grammatica diversa, più completa, in grado di amplificare il senso delle parole, tanto da farle arrivare "al cuore" progressivamente e con la dovuta andatura: quella poetica. L'avvicinamento tra i due è lento ma costante e viene mostrato in maniera delicata dall'occhio sapiente di Leconte.
Forse non mi piacciono più i cambiamenti, dice il professor Manesquier all'inizio del film, ed in realtà non è una trasformazione ma una fantasia quella che sembra cercare. Indossa il giubbotto di pelle di Milan, si sente uno sceriffo al saloon, ma è una poesia a riportarlo "nella sua classe". Quasi un doppio evento onirico, visto che si trova nella camera da letto del suo ospite. I versi di alcune liriche, d'altro canto, saranno il filo conduttore dell'intero percorso relazionale, il tramite tra le loro rispettive interiorità; ognuno segnerà una tappa d'avvicinamento e d'intesa. E' proprio rispondendo alla domanda che Manesquier pone al suo giovane allievo, stare attento alla dolcezza delle cose, che Milan esce dal buio dell'anticamera ed entra nella luce, seppur artificiale, dello studio. Penetra la scena e la vita dell'anziano docente: non il suo sosia, il sogno, l'alter ego, ma lui in persona.
Da quel momento il regista li ritrae alle prese con le rispettive iniziazioni: il cognac tutto d'un fiato per il professore, le pantofole – con relativa camminata – per Milan; ma in tempi e sequenze diverse ed al chiuso di una casa confortevole e rassicurante. In una scena successiva, ancora una volta tra le mura amiche di un ristorante, il loro percorso subisce un'accelerazione: Se lo faccio inizia una nuova vita, dice l'insegnante. A quel punto si alza da tavola e corre a lamentarsi con un giovane reo di parlare ad alta voce. Nuovamente una poesia, questa volta declamata dal ragazzo ironia della sorte un suo riconoscente ex alunno, servirà a stemperare l'atmosfera, ma da quel momento Manesquier inizierà a parlare e questa dote si rivelerà contagiosa...
L'improvviso di Schumann, in questa circostanza suonato direttamente dal "rinnovato" insegnante, introduce la scena chiave, nella quale questo reciproco apprendimento avviene in maniera sincronica e "allo scoperto", fuori dai circuiti convenzionali e dalla calma piatta del borgo transalpino: all'interno di uno stabile fatiscente, senza porte né finestre, apparentemente fuori città.
Non ci sono segreti per avere una buona mira, non è necessario avere talento o sottoporsi a duri allenamenti; al contempo, bisogna respirare profondamente ed assumere la giusta posizione per sparare e tentare di colpire il bersaglio. Queste le poche indicazioni che Milan impartisce all'amico, mentre lo avvia al "mestiere delle armi". Ma ecco che, improvvisamente, i ruoli si ribaltano. Milan pone una semplice domanda circa un verso di Aragon – lo stesso che il professore aveva recitato durante la scena "del saloon" – e lo scenario cambia: l'alunno diviene maestro e viceversa. Il volto di Manesquier si illumina improvvisamente e colui che sino a quel momento era parso un anziano impacciato, diviene un artista sul palco davanti al "proprio" pubblico. Un uomo innamorato dell'arte e del mistero della parola, che casualmente con una pistola in mano, rivela il seguito di versi premonitori. Milan, che aveva ascoltato tempo addietro solo l'inizio della poesia, sembra riconoscersi in quel disperato davanti a cui la folla si scosta. Mentre insieme, uno accanto all'altro, seduti sulla pietra levigata, impattano col sogno che li ha illuminati.
Sul pont neuf avrei voluto incontrare... due uomini come loro.

G. Fassari

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Ultimo aggiornamento: 31 / 05 / 10 - 23:34:21