La
legge n° 30 di Riordino dei cicli scolastici, è stata approvata
nel febbraio del 2000. Il 20 dicembre 2000 il Parlamento ha approvato
il Programma di progressiva applicazione delle legge. Il Governo Berlusconi,
omettendo di completare l'iter del Regolamento di attuazione, non ha dato
attuazione ad una legge dello Stato interrompendo così l'erogazione
di un pubblico servizio. La Commissione Bertagna, costituita dal professore
di Bergamo e da altri quattro esperti, in assenza di una esplicita proposta
alternativa, ha compiuto varie iniziative di consultazione i cui risultati
effettivi sono tuttora ignoti.
Anche il testo redatto dal prof. G. Bertagna, nella sua stesura finale,
era ignoto agli altri quattro componenti della Commissione come ha dichiarato
alla stampa il prof. S. Tagliagambe.
Prof. Maragliano quali sono le Sue considerazioni in merito?
Anzitutto
occorre che io faccia una premessa.
Sono certo disposto a misurarmi con quella che ormai molti chiamano la
controriforma Moratti, ma a patto che si possa riflettere, contemporaneamente,
e in forme chiare e oneste, sulla strada fin qui percorsa e sulle molteplici
ragioni dello sbocco attuale.
In altri termini, ha senso parlare del progetto Moratti solo se assieme
si parla del perché il progetto Berlinguer (direi di più:
la riforma Berlinguer) ha avuto lo sbocco che stiamo constatando. Non
vorrei che la pur legittima lotta anti-controriforma ci esimesse dal capire
cosa non è andato, cosa non ha funzionato nella riforma fatta (o,
più correttamente, nella riforma formalmente sancita).
Questa mia esigenza riflette il disorientamento non di chi si vede sottratto
adesso un risultato che giudicava acquisito ma di chi ha avuto e ha tuttora
l'impressione che quel risultato abbia cominciato a sottrarre forza a
se stesso fin dal momento in cui è stato acquisito, cioè
abbia iniziato a morire nel momento stesso in cui veniva alla luce.
Dobbiamo confrontarci di più e meglio sulle ragioni che hanno portato
un'idea importante e feconda (il valore progressivo dell'universalità/unità
della formazione) a scoprirsi esausta nel momento in cui, finalmente,
dopo trenta e più anni di elaborazione e di tensione, trovava un
riconoscimento legislativo.
Perché, io chiedo, quest'idea si è mostrata improvvisamente
svuotata di una parte del suo senso, o almeno non così piena di
significato ideale e operativo come sembrava prima, e perché tutto
ciò è avvenuto fin dal momento del varo della riforma dei
cicli, o addirittura prima?
Se non ci si impegna in questa critica (un tempo si diceva anche 'autocritica'),
il confronto con il progetto Moratti rischia di risultare sterile, un
semplice contentino ideologico o psicologico, un alibi.
Dunque, discutiamo di progetto Moratti ma anche di riforma Berlinguer,
e non nascondiamoci che il nuovo governo ha dovuto lavorare poco per smantellarla,
quella riforma, avendola ereditata - come ho detto e ripeto - esausta
fin dai primi vagiti.
Lei
afferma, quindi, che la mancata attuazione della riforma dei cicli non
è dipesa univocamente dal governo attuale, ma deriva anche da processi
di lungo periodo preesistenti all'attuale legislatura.
Su
questo delicatissimo tema ho le mie idee, come si è potuto constatare
prima, e mi spiace se, nell'attuale vuoto di elaborazione di temi scolastici
autonomi, che sembra attanagliare l'area dell'Ulivo, queste appaiono pregiudizialmente
negative. Sono negative, sì, ma non pregiudizialmente. Se il confronto
sul perché e il percome della riforma dei cicli fosse in atto (cosa
che non è), idee come le mie potrebbero (come di fatto vorrebbero)
confrontarsi con altre, auspicabilmente più positive. In attesa
di ciò, espongo un'altra idea, che va in coppia con quella, enunciata
precedentemente, sullo svuotamento del processo di riforma, avvenuto in
prima battuta per ragioni endogene.
Questa mia seconda idea è presto detta: si tratta di un'ipotesi
di lavoro.
La riforma dei cicli potrebbe esser vista come la cartina di tornasole
dei limiti di ciascuna delle anime politiche che un tale progetto hanno
contribuito a elaborare e portare al successo (un successo soltanto formale,
ripeto). Nelle ristrettezze di un intervento estemporaneo come questo,
mi si scuserà se vado per schemi, per sciabolate, e se individuo
solo tre soggetti (del resto i principali), dei molti che bisognerebbe
chiamare in causa.
Per primo, ovviamente, il partito di riferimento dei due ministri della
Pubblica Istruzione (e le sue aree di attrazione, sul versante sindacale
e associazionistico), che si è trovato, nel pieno di questa vicenda,
lacerato da due tensioni, quella utopistica (cambiare radicalmente l'impianto
della scuola) e quella impiegatizia (non scontentare gli insegnanti, soprattutto
evitare una spaccatura interna al corpo); non basta, a questa lacerazione
si è aggiunta l'altra, storica, tra un'anima primaria e 'popolare'
e un'anima liceale e 'aristocratica'. Nella sua configurazione iniziale
il progetto Berlinguer premiava il primo corno di queste due tensioni,
nella sua sanzione e nell'inizio dell'attuazione la riforma è stata
via via assorbita dal secondo corno.
Per secondo, il partito cattolico, o meglio quel che restava (e resta)
di quella realtà. E' questo il problema. Ho l'impressione che il
modello di scuola che abbiamo avuto fino ai giorni nostri e dal quale
abbiamo tratto idee e tensioni per il cambiamento sia stato uno dei capolavori
politici della Democrazia Cristiana (e dell'intero quadro politico che
la esprimeva): un'istituzione formalmente laica e intimamente religiosa,
pubblica sul piano della forma e privata sul piano della sostanza ideologica,
tesa ad una missione educativa (più che di istruzione) e tanto
generosa e garantista nella salvaguardia di una figura generica di docente
scolastico quanto indisponibile a sviluppare e articolare tale figura
sul piano tecnico e remunerativo. Mutata la situazione, scomparso quel
partito e quel quadro, la scuola, quella scuola si è sfarinata.
Ma si è anche sfarinata, almeno in parte (se non altro la parte
di cui stiamo vedendo le macerie) la prospettiva di un serio cambiamento
che nascesse dal suo interno. Non sto rimpiangendo quella situazione.
Sto semplicemente dicendo che molte delle difficoltà del presente
hanno le loro radici in quella realtà. La divisione politica interna
all'area cattolica (più altri aspetti, evidenti per esempio nella
'dialettica', diciamo così, tra AIMC e UCIIM, oppure nel diverso
orientamento 'politico' tra la rivista per la scuola primaria, favorevole
alla riforma, e le due per la scuola secondaria, sfavorevoli, della medesima
editrice La Scuola) ha certamente influito sull'indebolimento della riforma
stessa, se non altro perché ha consentito alla Chiesa di intervenire
più direttamente di quanto non facesse prima (quando c'era comunque
la mediazione unitaria DC), e di far valere sommessamente prima (e dopo
sempre più platealmente, vedi oggi) i suoi interessi ideologici
e materiali, come non era più capitato dai tempi del fascismo.
Terzo soggetto, il mondo imprenditoriale, pronto a sostenere, tramite
Confindustria, le motivazioni economiche e sociali del progetto Berlinguer,
almeno nella prima fase, ma reticente, imbarazzato, diviso e tutto sommato
assente proprio nel momento in cui (a riforma varata) più serviva
un impegno attivo, e non di vertice ma di cultura, quindi di consenso
sociale. Non è dunque un caso né una novità se oggi,
di fronte al progetto Moratti, i distinguo, gli accademisti, gli imbarazzi
prevalgono sulle fanfare.
Veniamo
al documento Bertagna.
Penso
che si possa dire che il documento Bertagna, al di là delle fumosità
e delle contraddizioni di superficie, è l'esito naturale del processo
in cui ho visto implicati i tre soggetti di cui ho parlato (evitando di
misurarmi con altri, se non altro per ragione di spazio), un processo,
dunque, iniziato prima della fine della precedente legislatura e proseguito,
come sappiamo, con ben altra velocità e esplicitazione nella nuova.
Lo stesso si potrebbe sostenere a proposito della scelta del Ministro
attuale di adottare un simbolo come quello degli Stati Generali. Se non
sbaglio, questi vennero promossi dall'aristocrazia con l'intento di ridimensionare
l'assolutismo della monarchia, ma le cose andarono in altro modo, sfuggendo
dalle mani degli stessi promotori.
Cosa voglio dire? Che c'è il rischio che in quel di Foligno si
vada ben al di là dei confini civili (anche se inaccettabili nella
sostanza) del discorso Bertagna.
Questa è la cosa che più temo. E intendo essere chiaro,
su questo punto.
Che sia in atto una sorta di Vandea pedagogica è difficile negarlo.
Personalmente, però, non sono tanto preoccupato per le misure (o
le contromisure) che potranno essere prese sul piano istituzionale (ci
sarà, io mi auguro, tempo e modo di tornare su di esse, in sede
parlamentare, se e quando le cose cambieranno), quanto lo sono per il
tipo di autorizzazione che viene data a idee, concetti e principi che
fino ad oggi avevano scarsissima se non nessuna circolazione, almeno tra
le persone in grado di parlare (e scrivere) pubblicamente.
Sono insomma preoccupato per le parole che si sentono oggi e per le ideologie
che stanno riemergendo, dopo un lungo periodo (una parentesi?) che ha
inizio con gli anni Sessanta.
Un edificio nuovo (o ricostituito ad immagine dell'antico) lo si potrà
cambiare, le idee no, soprattutto quelle di bassa lega, quelle semplicistiche:
una volta che abbiano conquistata una legittimità 'ufficiale' faranno
proseliti in ogni dove, e sarà difficilissimo levarsele di torno.
Se si dà la stura a certi discorsi (tipo: non si cava succo da
una rapa; non c'è modo di raddrizzare le gambe ai cani; e via dicendo),
non ci sarà diga che potrà contenerli.
Un
esempio.
Uno
solo tra i molti possibili.
Prendo l'editoriale domenicale del 'Corriere della Sera' (9 dicembre 2001),
scritto da un nome di tutto rispetto (Alberto Ronchey) e leggo: "
è manifesto che l'istruzione pubblica versa in un cronico malessere,
o è gravemente malata negli studi medi e superiori. Fra le cause
oggettive di simili condizioni, risultano evidenti le insufficienze dei
bilanci ministeriali e delle selezioni sia tra gli studenti sia tra i
docenti. Al di là d'ogni giudizio sulle contestazioni attuali,
si deve risalire all'origine del dissesto, che fu dovuto all'ambizione
ingenua o millantatoria di elargire l'istruzione superiore per tutti o
quasi dopo la "scuola dell' obbligo" senza commisurare mezzi
e fini".
Mi chiedo: che cosa diventerà, questa idea, una volta che verrà
riprodotta e tradotta in linguaggi più correnti e meno contenuti?
cosa essa diventerà nella bocca dell'insegnante frustrato e appesantito
dalle novità del mondo? cosa ne sarà di quest'idea quando,
com'è prevedibile, resterà solo la prima parte della frase
(l'ambizione ingenua o millantatoria di elargire l'istruzione superiore
per tutti) e cadrà la seconda (senza commisurare mezzi e fini)?
Un'ideologia non dissimile potrebbe venir fuori dall'opera di circolazione
e traduzione in senso comune dei contenuti del documento Bertagna. E dovrebbe
risultare non diversa da quella che aveva cominciato ad esercitare la
sua azione, anche all'interno dell'Ulivo!, con le perplessità diffuse
sul varo della riforma dei cicli, o anche prima, con il rifiuto di discutere
i criteri stessi di una possibile revisione dei saperi scolastici.
Il disegno Berlinguer e soprattutto il suo demone (fare di una primaria
lunga il centro dell'edificio scolastico) sono stati annullati da quello
che si potrebbe chiamare 'il movimento dei licealisti', dai difensori
di un'idea riservata (e tutto sommato aristocratica) di formazione secondaria,
difensori che stavano e stanno tuttora anche dentro il comparto universitario
(basterà far riferimento al penoso confronto, che si è prolungato
nei mesi finali della precedente legislatura, sull'opportunità
di rivedere la formazione universitaria degli insegnanti e renderla coerente
con i cicli scolastici, conclusosi con un nulla di fatto, cioè
con il mantenimento dello status quo e quindi anche con un pesante vulnus
inferto alla riforma universitaria)
A questo punto mi si potrebbe obiettare: come mai questi 'licealisti',
questi 'secondaristi' non reagiscono oggi alla proposta di togliere un
anno alla scuola secondaria superiore? come mai non strillano come e più
di quanto non hanno fatto con Berlinguer?
Perché, rispondo, il progetto nuovo dà a questi signori
(di destra e di centro e di sinistra) quello che di fatto essi vogliono:
vale a dire una scuola aperta solo a coloro che se la meritano, una scuola
per i felici pochi.
Può
spiegare meglio questo passaggio?
Lo
faccio subito.
Ti tolgo un anno, dice la Moratti al licealista, ma ti libero della zavorra
costituita dagli studenti incapaci e immeritevoli (che verranno instradati
nella formazione/avviamento) ed anche dalle materie secondarie e manesche
(che andranno nelle aggiunte dopocurricolaristiche dei laboratori).
Dice di più, dice: "sta pure fermo, che fai bene!". Cito
dal documento Bertagna: "Negli ultimi vent'anni, tutte le ricerche
di psicologia, sociologia ed economia dell'educazione hanno dimostrato
che la causa principale dei fallimenti scolastici non è, in genere,
la scuola, ma l'extrascuola, in particolare l'ambiente sociale e familiare
di provenienza degli alunni Il sistema educativo di istruzione
e di formazione, dunque, sebbene desideri interpretare il ruolo di Davide,
è, nel complesso, perdente davanti al gigante Golia dell'emarginazione
sociale strutturale". Dunque, perché darti tanto da fare?
Basterà riconoscere che le cose stanno così, né possono
andare diversamente: la scuola può fare poco o niente, per cambiare
le cose. Insomma, sei nel giusto a fare poco o niente, o ad opporti a
chi vuole cambiare le cose, caro insegnante. Noi ti aiuteremo, in questo
immobilismo, e semplifichiamo ulteriormente il tuo lavoro, liberandoti
della zavorra!
In questo, la Moratti assume i contorni di una Maria Antonietta alla rovescia:
"Loro (i comunisti, ovviamente!) volevano dare brioches, io, con
il tuo aiuto di insegnante immobile, darò ai giovani che protestano/pretendono
scuola quel che effettivamente meritano, cioè il pane!".
Ma, al di là di questo nucleo duro del documento Bertagna, il nucleo
di pedagogia aristocratica e della vocazione che ahimé rischia
di trovare consensi in ogni dove, c'è un altro aspetto che merita
di essere segnalato con accenti preoccupati e che fin qui non ho visto
messo in luce dai commentatori. E' la chiusura totale e ferrea del discorso
entro i recinti della pedagogia e delle istituzioni formative. Non c'è
respiro storico, né cronachistico né tantomeno epocale,
in tutte quelle pagine. Non c'è il mondo di oggi, con le sue urgenze
e le sue fratture, non ci sono i movimenti attuali delle cose, dei soggetti,
dei simboli. Dire che così ragionando si torna agli anni Cinquanta
forse non è giusto: andrebbe riconosciuto che così si va
in un luogo senza tempo.
Un luogo dove sussiste solo l'intelaiatura (e non la sostanza, si badi
bene) della scuola-scuola. E sì che da ogni parte ci dicono che
dopo l'undici settembre il mondo non è più quello di prima:
qui invece sta andando a ricostituirsi come era prima di essere prima!
Si badi bene. Su questo fronte 'pedagogico' il documento tocca livelli
di cinismo che mai era capitato di trovare in testi simili. Cito di nuovo:
"In una società della conoscenza, nella quale ogni organizzazione
è e si fa comunicazione e intelligenza distribuita la centratura
scolasticistica, con tutto il tradizionale armamentario concettuale che
l'ha finora seguita (separazione disciplinare del sapere, antinomie epistemologiche
del genere cultura umanistica, cultura scientifica, cultura tecnico-tecnologica,
rigidità dei tempi e degli spazi, classificazione degli allievi
per età invece che per altri criteri qualitativi molto più
flessibili, piani di studio impostati per coppie oppositive quali discipline
comuni e di indirizzo, cultura generale e cultura professionale, sapere
gratuito e sapere utile) non è più accreditabile".
Sul piano concettuale, condivido pienamente questo ragionamento, ma personalmente
lo intendo come invito a cambiare impianto della scuola; qui invece viene
usato (lo ribadisco: cinicamente) per mostrare la valenza positiva dell'alternativa
alla scuola costituita per un verso dai luoghi della formazione e per
un altro verso dalla possibilità di far prevalere su tutto la logica
delle certificazioni delle competenze (insomma, ancora una volta: gloria
a Golia).
Come
prevede che andranno avanti le cose, nel medio periodo?
In
questi giorni possiamo vedere, per esempio sul fronte giudiziario, come
l'allontanamento dalle prospettive europee non costituisca un problema
per l'azione del governo. Molto del cambiamento introdotto nei comparti
scolastici e universitari nel corso della precedente legislatura è
stato fatto in relazione ad un'esigenza di allineamento a standard internazionali,
comunque europei. Si pensava ad una sorta di 'moneta unica formativa'.
Le cose, certamente, possono cambiare, anche le scelte politiche di fondo
possono mutare. Mi sembra che l'inversione di tendenza sia già
in atto.
Lo si constata apertamente sul fronte universitario.
Qui la riforma era andata più avanti di quanto non aveva fatto
quella scolastica, dunque non poteva essere fermata dal nuovo ministro.
E così è stato. Ma ci sono altri mezzi per impantanare un
processo: dal non alimentarlo, al delegittimarlo, fino al lavorarvi contro.
E' quanto mi sembra si stia facendo dal MIUR in questi delicatissimi mesi
di avvio dell'innovazione didattica universitaria. Restrizioni finanziarie,
accuse di parzialità politica rivolte agli atenei (impegnati ad
attuare, si badi bene, non un progetto dei comunisti ma una legge dello
stato!), messa in forse di quei presupposti di continuità che garantiscono
alle università, ora autonome sul piano finanziario, la possibilità
di pianificare le loro attività. Strette come sono tra vincoli
di attuazione dei nuovi ordinamenti inutilmente capziosi e defatiganti
(regalo del precedente governo) e segnali di smantellamento e di congelamento
(provenienti dal nuovo) le università rischiano di trovarsi nelle
condizioni di quei cani del laboratorio di Pavlov che ricevevano alternativamente
un rinforzo positivo e uno negativo allo stesso stimolo e sui quali si
attuava la produzione sperimentale di nevrosi.
Cosa capiterà nella scuola? Il rischio più grosso è
che avvenga quello che sta già accadendo nelle università:
disorientamenti e lacerazioni profonde, nevrosi insomma, che potranno
essere il risultato delle azioni mirate, dirette come indirette, di delegittimazione
dell'istituzione.
Dobbiamo metterci nelle condizioni di prevenire e annullare questi fenomeni.
Lo possiamo fare aumentando il tasso di criticità (e autocriticità)
della nostra discussione e della nostra azione.