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La virtualizzazione degli spazi dell'educare e del comunicare

Appunti per l’intervento di Roberto Maragliano
al convegno Gli spazi della educazione
Facoltà di Architettura
Alghero, 5 novembre 2010

 

È frequente imbattersi in un approccio riduttivo al rapporto fra la cosiddetta “realtà” e quanto va generalmente sotto l’etichetta di “virtuale”.
Riduttivo nel senso che il secondo termine di tale rapporto viene a caricarsi dell’insieme di pregiudizi negativi tradizionalmente associati all’idea di “immagine”, quando in essa (secondo una tradizione peraltro caratterizzata da nobili origini) si vede soprattutto una “ri-presentazione” inautentica di realtà. Allo stesso modo, nel virtuale si tende a cogliere una “copia” limitata quando non deforme del reale, un qualcosa dunque di ingannevole, di astratto rispetto alla realtà fisica, e non di estratto da essa.

 
Un approccio di questo tipo coinvolge anche la presentazione e la rappresentazione degli spazi educativo/comunicativi, come è possibile verificare attraverso una seppur minima navigazione dentro Second Life, dove nella costruzione degli ambienti della virtualità la creatività collettiva il più delle volte mostra di non essere riuscita a liberarsi (o forse di non aver voluto liberarsi) dei modelli percettivi e rappresentativi propri delle esperienze proprie del mondo “fisico”.
Analoga sorte tende a caratterizzare un po’ tutte le espressioni della vita nel virtuale, almeno per ora, e almeno per come queste vengono teorizzate da quanti contribuiscono a formare l'opinione pubblica.
Lo mostra il caso dell’amicizia di rete, dove, a proposito per esempio del fenomeno FaceBook, è universalmente accolta e riproposta l’idea che lo spazio dell’amicizia “virtuale” sia sostanzialmente ridotto e degradato (addirittura degradante) rispetto allo spazio dell’amicizia “reale”: il che è tutto da dimostrare, al di là del luogo comune. Per non dire poi di quanto riguarda la sfera erotica e sessuale, dove, nel valutare il ruolo che vi svolge l’area del virtuale, raramente viene presa in debita considerazione il contributo che essa fornisce all’incremento dell’immaginazione individuale e collettiva, e quindi ad una percezione aumentata e aumentante di realtà.
Tutto ciò risulta ancor più evidente, almeno per quanto attiene al contesto italiano, nella vicenda dell’ingresso delle tecnologie di ultima generazione dentro gli spazi della formazione, scolastica e universitaria (ma analoghe considerazioni potrebbero essere proposte anche per la formazione aziendale). Qui, nei casi in cui le porte sono state aperte, lo si è fatto perlopiù subordinando e dunque piegando l’azione dei nuovi media allo svolgimento di ruoli e funzioni considerati come assoluti, e quindi congelando la loro identità ad una sorta di ri-presentazione costituzionalmente limitata e limitante (dunque, una rappresentazione concettualmente sfuocata e deformante) delle caratteristiche della didattica fisica. Su questo hanno influito diversi fattori, tra i quali non trascurerei di prendere in considerazione il conservatorismo di fette non limitate dell’industria culturale nostrana, come abbondantemente mostra, proprio in questi giorni, lo stile provincialistico e anacronistico in cui viene fatta decollare l’esperienza nazionale in fatto di e-book (penso, a questo proposito, alla scandalosa povertà della piattaforma Biblet, rachitico topolino partorito dalla montagna dell’alleanza Telecom-Mondadori, e, tra l’altro, imposto d’ufficio alle scuole).
Che fare? Una cosa soprattutto, non darsi per sconfitti nella battaglia delle idee in corso, come sarebbe inevitabile fare se si reagisse al verbo degli “apocalittici” (ivi compresi i timidi e imbarazzati/imbarazzanti innovatori) con un approccio da “integrati”.
Qui la fortunata formula di Umberto Eco mostra tutta la sua parzialità.
Una terza via c’è ed è quella da intraprendere.
È la via che porta ad analizzare con la pacatezza e anche la spregiudicatezza dovute il cambiamento in atto nel modo di leggere, praticare, produrre realtà, cambiamento rispetto al quale le tecnologie sono volano e allo stesso tempo specchio e che coinvolge tutti noi, lo vogliamo o no, pure gli apocalittici. La mia idea in proposito che un’analisi realistica della mutazione in atto e il confronto che inevitabilmente ne scaturisce vadano portate fuori dei recinti degli “addetti ai lavori” e dell’accademia, in quanto destinate a interessare e coinvolgere in primo luogo la dimensione esistenziale e realizzativa dell’uomo comune. Su questo fronte un’elaborazione del tipo di quella proposta da Alessandro Baricco, figura composita certamente ma/e di forte presa pubblica, tramite la “narrazione” saggistico/giornalistico/letteraria, ma anche teatrale, su I barbari, potrebbe svolgere  un’azione illuminante: uso questo termine a bella posta, pensando al dialogo della scorsa estate tra Baricco e Scalfari sulle pagine di “Repubblica” (per tutto questo rimando a un mio recente intervento).
In altri termini, stiamo vivendo una forte trasformazione, che riguarda in primo luogo i modi del presentare e rappresentare a noi stessi il mondo, abbiamo dunque bisogno di immagini forti, di racconti convincenti e appassionanti che alimentino la fiducia nel presente e diano energie per intraprendere il futuro. Per liberarci dal vizio del guardare le cose tramite lo specchietto retrovisore dobbiamo chiedere soccorso, io penso, alle storie, prima che alla Storia, per far fronte al nuovo immaginario ci occorrono insomma immagini forti, che garantiscano un surplus di immaginazione.
Si tratta allora di lavorare a liberarci dell’approccio riduttivo di cui ho detto all’inizio, e di accettare dunque che il virtuale non sia inteso come una dimensione a se stante (e di grado inferiore) rispetto al cosiddetto reale, ma venga interpretato e vissuto come un processo, quello appunto della virtualizzazione, inteso come occasione per problematizzare fenomeni del mondo reale altrimenti sprovvisti di concettualizzazione. Un negozio virtuale, a questo proposito, per il fatto di far riferimento a criteri di collocazione e identificazione delle merci definiti e praticati dagli stessi utenti, permette di problematizzare (e quindi relativizzare, superando così le rigidità costitutive) le modalità di collocazione e identificazione delle merci generalmente adottate da produttori e distributori. Chi abbia un po' di esperienza in proposito, e per esempio abbia familiarità come spazi come quello di Amazon non ha problemi in proposito, nel senso che accetta il gioco della continua problematizzazione, quanto cioè fa di un acquirente dell'oggetto x un soggetto definito in quanto integrato da una rete mobile di opzioni. Per questo non posso non consigliare la lettura dell’Elogio del disordine. Le regole del nuovo mondo digitale, di David Weinberger, testo mirabile per densità e chiarezza (paradossalmente svantaggiato qui da noi vuoi per il fatto di essere uscito in edizione economica, vuoi per il fatto di collocarsi fuori della divisione partitita tra apocalittici e integrati).
Accettare l’invito alla problematicità equivale ad attribuire al processo di virtualizzazione un contributo all’incremento del potere conoscitivo delle cose e sulle cose, e dunque del potere conoscitivo degli spazi e sugli spazi.
Personalmente da anni mi occupo della virtualizzazione degli spazi didattici (tutto quanto va sotto l’etichetta dell’e-learning) e dall’esperienza di comunicazione/educazione di rete ho tratto non pochi vantaggi, anche sul piano della riflessione e della teorizzazione, in ordine al necessario ripensamento di realtà in crisi come quelle che si legano alla pratiche dell’insegnamento e realtà in positivo sviluppo  come quelle che si connettono alle pratiche attuali dell’apprendimento, soprattutto di quelle che maturano al di fuori dei territori presidiati dalle istituzioni.
Ed è su questo fronte dell’insegnamento istituzionale che conduco una battaglia interna volta a liberare l’elaborazione della didattica dai suoi stessi pregiudizi, a incrementarne il tasso di problematizzazione e dunque a cogliere nell’avvento dei media digitali una preziosa occasione per ripensare (ri-mediare) il rapporto fra educare e comunicare, al di qua e al di là dell’indeterminatezza e dell’indifferenza che, pure in ambito tecnologico, sembrano caratterizzare la presa in considerazione del processo di virtualizzazione degli spazi della didattica.