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Appunti per l'intervento di apertura al convegno "Progetto Stori@ 2.0" della Rete
"Laboratorio Storia"
Palermo
ICS M. Buonarroti
28 -30 ottobre 2010




...la congiunzione tra
"narrazione" e "documento",
per non dire
la fusione,
mi pare riuscitissima...

dalla lettera di Edoardo Sanguineti a Pietro Marcello,
regista del film  La bocca del lupo


LA SOLITA STORIA
  intervento di Roberto Maragliano

 E’ la solita storia.

???

… che vuol dire …

Provo a dare due risposte, delle molte possibili.

Ø  La prima risposta è come tuffarsi in mare ed essere pescati da una rete.

 

Il melomane sarà il primo a tuffarsi. Seguiamolo. Si tratta dall’incipit di una famosa aria (Il lamento di Federico) dal melodramma L’Arlesiana di Francesco Cilea. L’aria è più nota dell’opera stessa, anche perché è stata ed è il cavallo di battaglia di tanti tenori (sempre per i melomani: il must, per me, è come la cantaTito Schipa, qui). Si potrebbe ora seguire un filo, quello dell’anomalia di un’opera il cui personaggio principale, la donna cui è dedicata l’aria e il titolo stesso, non compare mai: come il cambiamento della scuola, no? Filo interrotto, dunque, per pudore.

Per il curioso, riproduco metà del testo, lasciandogli piena libertà di accostamento e giudizio:

E la solita storia del pastore...
Il povero ragazzo voleva raccontarla e s'addormi.
C'e nel sonno l'oblio. Come l'invidio!
Anch'io vorrei dormir cosi, nel sonno almen l'oblio trovar!
La pace sol cercando io vo'. Vorrei poter tutto scordar!
Ma ogni sforzo e vano. Davanti ho sempre
Davanti ho sempre di lei il dolce sembiante.

Ma c’è un altro filo che potrebbe essere seguito: è una storia (insolita, questa, davvero). Anzi un ginepraio di storie.

Parto dall’aria, nell’interpretazione cinematografica di un tenore americano di provenienza italiana, famosissimo negli anni Cinquanta: Mario Lanza, qui.
Perché questa scelta?
Per via di un edificio e di una serie di stranezze. Lanza è un tenore lirico che non canta opere, non calca le scene, ma solo gli studi di registrazione e i set cinematografici. Fino a che, sull’onda del successo (il novello Caruso) e della maturità (ha 37 anni), approda in Italia. E’ la fine degli anni Cinquanta. Gira un film e poi, colpo di scena: è invitato al San Carlo di Napoli per il debutto in teatro, ne I pagliacci (opera scelta da lui stesso). Secondo colpo di scena: pochi giorni prima di intraprendere il viaggio per Napoli, Lanza annulla l’impegno e subito dopo muore per un’embolia polmonare. Così recitano i documenti ufficiali, coperti però dal mormorio che viene dai familiari: s’è scoperto che ad invitarlo a Napoli è Luky Luciano, il gangster, di qui il rifiuto, di qui la vendetta.
E l’edificio? Ora viene il bello. Nel suo soggiorno romano, due anni in tutto, Mario Lanza risiede a Villa Grazioli Lante della Rovere, qui. Posta a sud est di Villa Ada, questa ottocentesca villa viene acquistata dallo stato italiano nel 1937 e concessa graziosamente a Pietro Badoglio (sì, proprio lui) in segno di riconoscimento per il ruolo svolto nella conquista dell’Etiopia.
Lì, nella notte tra il 7 e l’8 settembre 1943 (la data vi dice qualcosa?) Pietro Badoglio incontra segretamente il generale americano Maxwell Taylor e lo convince (?) a rinunciare al concordato lancio di paracadutisti sulla città, con le conseguenze che sappiamo. Oggi l’edificio è sede dell’Ambasciata Cinese.
Fine della prima risposta (per saperne di più, qui). Dunque, non è la solita storia.

 

Ø  Seconda risposta, più lineare, meno “impertinente”.

Vi aspettate che vi intrattenga su come insegnare per bene la storia, con quali metodi e utilizzando quali risorse. Fate bene. Io sono pedagogista, o didatta se preferite, e questo è o dovrebbe essere il mio compito. E invece no. Non lo faccio, non perché non abbia idee in proposito (molte delle mie idee in proposito coincidono con quelle che vi presentano gli amici qui convenuti), ma perché sempre più mi convinco del fatto che alla base della crisi “lunga” della nostra scuola non c’è solo un difetto di metodologia (e di tecnologia usata intelligentemente), ma c’è un difetto di epistemologia. Anni fa sollevai il problema, profittando di una certa attenzione pubblica attorno al tema dei saperi della scuola del futuro prossimo, ma con scarsissimi risultati. Avrebbe potuto essere, quello della ridefinizione del regime del sapere scolastico, un tema trainante della pedagogia progressista. Così non è stato, né può esserlo oggi, in clima di pedagogia regressista (per un chiarimento, qui). Mi resta dunque il vezzo di proporre un argomento fuori moda, fuori fase, fuori regime: quello della matrice dei saperi scolastici e del loro rapporto con i saperi extrascolastici. Fine della seconda storia. Ancora dunque: non è la solita storia.

Ø   E allora, come andare avanti?

La domanda la rivolgo a me stesso (come relatore, e più in generale come docente), ed è la stessa che si pone ognuno dei partecipanti a questo incontro.

Lo dico subito. Non sono in  grado di dare risposte. Posso invece introdurre qualche problema. Ne abbiamo già tanti, direte. Ribatto. Non è detto che disporre di qualche interrogativo in più sia peggio che ricorrere a delle soluzioni  fittizie, del tipo, per intenderci, di quelle che ci vengono attualmente proposte dal mondo della politico (ognuno di voi dia i riferimenti temporali che vuole a questo “attualmente”: gli ultimi quindici oppure gli ultimi quarant’anni, oppure …). Di queste risposte io attualmente conosco per coinvolgimento diretto quelle che hanno a che fare con l’introduzione delle tecnologie: vi assicuro, a vedere come viene presentato il tema (classi 2.0, LIM), viene da rimpiangere la tecnologie del marmo e dello scalpello, decisamente più leggera!

Dunque, in che direzione si sviluppa questo mio discorso e come approda a un qualcosa?
L’intento, lo dico subito, è di concentrare l’attenzione su un cambiamento di paradigma generale.

In che senso?

Tornate alle due risposte. La prima, quella “impertinente”, è di tipo reticolare, e si muove all’interno di un intreccio di storie. Non ne esce alcunché di operativo, ma la sensazione di un “accerchiamento” del sapere, questa sì che vien fuori. La seconda, “pertinente”, protetta dalla logica delle disciline, è lineare, sequenziale, e tocca alcuni strati “profondi”, almeno tanto quanto l’altra si muove in superficie.

 

Ø  Profondita vs superifice.

Vi dice qualcosa?

Non è il caso di scomodare grandi filosofi o autorevoli scienziati, a questo proposito.
Bastano, a rendere più chiari i termini della faccenda, i ragionamenti pubblici di due personaggi pubblici di rilievo, quali sono per un verso il narratore/critico/giornalista/saggista/regista/teatrante Alessandro Baricco e per un altro verso il giornalista/saggista/politico Eugenio Scalfari. I due hanno sapientemente “duettato”, dalle pagine di “Repubblica”, la scorsa estate. E senza saperlo o volerlo il loro confronto ci aiuta a fronteggiare meglio il nostro problema (quale? Ve lo ricordo: è diventato la negazione del titolo, dunque “non è la solita storia”).

Anche quella di Baricco e Scafari non è la solita storia. Ha inizio nel 2006, quando il primo pubblica a puntate sulle pagine del quotidiano una serie di articoli dedicati al tema dei barbari. Ci sentiamo tutti invasi, questa è la tesi, almeno all’inizio: ognuno di noi è portato giustamente a pensare che il vino, e i libri e pure il calcio non siano più quelli di prima, e questo perché siamo stati invasi dai barbari, portatori di un altro modo di pensare e agire. Ma barbari sono i nostri figli e nipoti (e allievi): leggeri, limitatamente profondi e autonomi, insapori esattamente come i vinelli stile bevanda USA,  senza corpo, ammassati e omologati come le pile di libri che campeggiano nei supermarket, ecc. Eppure. Eppure quelli, i nostri figli e nipoti e allievi, fanno cose che un tempo sarebbe stato assurdo solo pensare. Fanno tante cose assieme e vedono legami che noi non vediamo. Mancano di profondità, sono superficiali. E noi? Noi stessi siamo di quella razza lì. Ma no!? Sì, questa è la tesi di Baricco. Basta che uno utilizzi il motore di ricerca Google ed ecco che è indotto a dare fiducia (relativa s’intende, ma sempre fiducia è) non tanto alla singola informazione che gli viene dall’esperto ma all’insieme di passi che tramite i movimenti da quella a quell’altra pagina lo ha condotto ad un insieme di informazioni. Ecco che non gli basta più avere un testo, avrà con esso anche un contesto. Aumento di confusione? Certo. Ma anche possibile aumento di consapevolezza sul carattere relativo delle conoscenze, e sull’esigenza di contestualizzarle. E allora? E allora questa barbarie è anche la nostra barbarie. E allora siamo tutti, lo vogliamo o no, un po’ barbari.
Chi vuole e non l’ha fatto fin qui, può andare al libretto del 2008 che raccoglie le puntate del feuilleton di Baricco: è smilzo ed economico, qui. Ma può anche farsi raccontare la storia dallo stesso autore, tramite performance teatrale interamente disponibile in rete.

Che c’entra Scalfari? C’entra in quanto autore di un volume uscito quest’anno, 2010, dal titolo evocativo Per l’alto mare aperto. La tesi proposta è in forte sintonia con la prima parte del ragionamento di Baricco (sta avvenendo, anzi è avvenuto un profondo cambiamento, per via dei barbari sopraggiunti), ma diverso è lo sviluppo del ragionamento: no, lui, Scalfari non si sente barbaro, al contrario l’imbarbarimento lo combatte, se non altro riandando a visitare il mondo così com’era prima della mutazione e dunque confrontandosi con il lascito (filosofico, artistico, letterario) dell’età moderna, un’eredità che il presente sembra volere trascurare o rimuovere.

Era inevitabile che i due (il fondatore e l’intellettuale, assieme ad Eco, più di punta della repubblica de “la Repubblica”) scendessero a duello. Così hanno fatto nello scorcio della scorsa estate, e desiderandolo potete ricostruire tutti e quattro i momenti (uno, due, tre e quattro).

Potete anche decidere con chi stare, se con chi volge lo sguardo su quel ch’è stato o con chi lo volge su quel che è. Tutti e due concordano sul fato che è in atto una mutazione, un cambiamento irreversibile.

In che cosa il loro confronto ci aiuta?
Nel pensare (e misurarci su) la collocazione della scuola. Le possibilità sono due, e non più di due: o ergersi a baluardo di quel che il mondo era prima della mutazione, contrapponendosi alla barbarie, o fare compromessi con la mutazione stessa; o condannare la superficie e il movimento e il “liquido” facendo leva sulla logica della profondità e della solidità, o accettare di conoscere e dialogare con le logiche della connessione e dell’interazione.
Personalmente, ho scelto da tempo la seconda via. Ne sono testimonianza tutto quanto trovate nel sito del mio Laboratorio di Tecnologie Audiovisive e i master on line che promuoviamo (i due dell’a.a. 2010/11 sono rispettivamente dedicati: 1. all’uso di materiale cinematografico come risorsa per qualsiasi tipo di insegnamento, incluso quello storico, per info qui; 2. alla messa a punto si strategie didattiche coerenti con le caratteristiche degli ambienti della comunicazione di rete e con le caratteristiche delle risorse multimediale, per info qui).

La cronaca documenta la scelta regolarmente e sistematicamente attuata in favore della prima soluzione. E documenta anche la progressiva perdita di identità della scuola.
La storia (quella della nostra civiltà, della nostra Europa) ci dovrebbe indurre a tentare la seconda.

Conclusione.
Non possiamo permetterci più la solita storia, dobbiamo cambiare storia, dobbiamo cambiarci.

 
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