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Sopportabile genio

Di solito non vado alle presentazioni pubbliche dei libri. C'è generalmente poco dibattito, e raramente capita di sentir parlare qualcuno che il libro in discussione l'abbia davvero letto e davvero esprima quel che ne pensa. Giorni fa ho fatto un'eccezione, qui, e non me ne sono affatto pentito. In scena c'era un tomo su Ingmar Bergman e soprattutto il taglio scelto dall'autore per dar conto dell'ingombrante figura del registra svedese. C'è un retroscena. Conosco da anni Aldo Garzia, autore del volume, per il fatto che abitiamo nello stesso caseggiato romano e condividiamo una quota di interessi e provenienze (in ordine sparso: Liguria, editoria, giornalismo, sinistra politica, cantautori). Ma nel suo cielo ci sono tre stelle che brillano più di tutte le altre: Gino Paoli, Cuba e Ingmar Bergman. Sono con lui sulla prima, in buona parte sulla seconda, debbo dire che faccio fatica a stargli dietro con la terza. Anzi, facevo: almeno fino all'altro giorno, e ora vi spiego il perché.

 

Sono andato all'incontro pubblico soprattutto per solidarietà editorial-culturale. Sapevo quanto gli era stato difficile piazzare il lavoro presso un editore nostrano. Se ne era parlato più volte, e sempre mi sorprendevo della cecità. Come può essere, mi domandavo, che un autore maturo come lui, navigato giornalista politico e pubblicista affermato, proponga un'opera unica su uno dei maestri universalmente riconosciuti del cinema e l'editore faccia lo schizzinoso? Dove starà mai l'inghippo? E, tra me e me, avevo formulato un'ipotesi: forse loro, gli editori, sentono il mio stesso disagio nei confronti di quella figura, forse, aggiungevo (silenziosamente), sanno o intuiscono quanto tale disagio stia aumentando col tempo e me ne convincevo riandando con la mente alla sensazione di ripulsa provata anni fa nel leggere quell'anomala autobiografia, Lanterna magica, in cui Bergman fa di tutto per mostrare i lati più brutti di sé, quasi a voler dire al lettore: "quanto sei stronzo a mettere sul piedistallo uno stronzo come me".
In un pomeriggio di calura quasi estiva, quanti pochi spettatori avrei potuto trovare? E poi, perché aver invitato uno come Marco Bellocchio, risaputamente restio a parlare in pubblico, soprattutto su argomenti da cinefilo? A che titolo aver coinvolto Dacia Maraini?

Dunque, con cinque minuti in ritardo e trovo l'incontro già iniziato: primo miracolo. Secondo: sala piena zeppa, con soli posti in piedi. E poi il terzo: in pochi se ne vanno, malgrado l'incontro si prolunghi oltre i canonici novanta minuti. Su tutte queste cose sorprendenti la constatazione che tutti avevano letto il volume e che attraverso quella lettura si erano chi riconciliato e chi confermato nell'amore per un autore che, piaccia o no, ha segnato tutta un'epoca e marcato l'immagine di cinema di più di una generazione.
La faccio breve. Tutti i presenti hanno parlato non di Bergman monumento ma del loro personale Bergman.
E allora ho cpmprato il volume e ne ho letteralmente divorato le quasi quattrocento pagine. Ho compreso alfine il perché delle tante difficoltà editoriali. Si tratta di un'opera anomala, in cui Garzia fa giocare e intreccia diversi registri, quello personale suo e personale di un Bergman costantemente impegnato a darsi una o più maschere, il registro critico (ma proprio di un modo molto sentimentale e passionale di rivedere dei classici della cinematografia), e quello storico-generazionale. Leggendolo, mi sono finalmente riconciliato con Bergman, ho (ri)cominciato a considerare sopportabile il suo genio, e m'è venuta una gran voglia di vedere e rivedere quei film.