Immersioni

Cosa e come pensano americani e italiani



di Roberto Maragliano

Confesso, non ne sapevo nulla, fino a che non me ne ha parlato l’interessato. E sì che mi occupo di queste cose, ma evidentemente o mi sono distratto o comincio a subire l’effetto dell’overlapping di info rumorose, e non riesco più a percepire quelle sussurrate, che poi rischiano di essere le più interessanti. 
Parto dunque dal chiamare in causa l’interessato, nome e cognome.  



Si tratta di Francesco Antinucci. 
Uno dei pochi qui da noi che riesce a tener  fede al principio di riflettere non solo attorno ma anche sulle e dentro le tecnologie della comunicazione, prendendole in considerazione tutte, le vecchie come le nuove e nuovissime, e studiandone e definendone le caratteristiche in relazione ai loro usi possibili e reali in campo educativo.
Uno, dunque, che non si accontenta dei tanti luoghi comuni in circolazione, e che invitandoci a considerare la scuola come  irrimediabilmente rotta per effetto dei giocattoli tecnologici, comunque ci invita a mettere quegli stessi giocattoli nelle mani dei nostri figli e nipoti e a farlo con fiducia.
Un tipo al quale piacciono le idee peregrine, per esempio quella di poter trasformare i nostri polverosi  musei in  risorse per la comunicazione e la conoscenza, o l’iniziativa di ricostruire la genesi dei complessi rapporti fra immagine e parola attraverso racconti immaginari, o ancora il progetto di documentare i meccanismi dell’agire e del pensare che la familiarità col digitale sta inscrivendo in tutti noi, lo vogliamo o no. 
E sì che in queste righe  altro non ho fatto che ricamare sul titolo dei testi di Antinucci per Laterza, perché se poi li leggi per bene, quei testi, scopri tante cose che non sapevi e scopri pure le cose che già sapevi ma che praticavi in una forma diversa da quella che Francesco ti fa vedere. Se poi non li conosci, i testi di Antinucci, quanto ho detto dovrebbe bastarti per capire di che pasta siano fatti e perché, se sei tra coloro che non si accontentano di discorsi pacificati e pacificanti sul mondo, finirai coll’affezionarti al loro autore, come precocemente è capitato a me.

Dunque, vengo alla ‘cosa’. Francesco ha scritto, nei mesi scorsi, un testo dedicato all’analisi dei fondamenti della cultura americana. Il suo intento era, ed è di sfatare tanti dei luoghi comuni in proposito, quelli di cui noi europei siamo ad un tempo artefici e vittime. Fin qui, conoscendo l’esperienza di Francesco in materia (negli USA lui ha soggiornato e lavorato a lungo), niente di particolarmente peregrino. Del resto, già nelle pagine dei titoli precedenti questo tema serpeggiava, talvolta in filigrana, talvolta trattato per cenni.
La novità, e non è cosa da poco, almeno per un paese come il nostro, dove sembrano avere ascolto e seguito solo i feticisti della carta, quelli che predicano (in verità mettendoci ben poco sforzo intellettuale) l’insostituibilità del libro fisico rispetto a quello digitale, è di fatto una doppia novità, in quanto gli è riuscito di convincere il suo editore (ancora Laterza) a pubblicare sul web l’introduzione e i tre capitoli del libro, man mano che venivano prodotti, e a mettere i lettori, che vi potevano accedere liberamente e gratuitamente, nelle condizioni di produrre, desiderandolo, dei loro personali commenti, in calce a ciascun capitolo.
Tutto ciò è avvenuto nel giro di una ventina di giorni, a ridosso dell’estate appena trascorsa. Poi, Antinucci ha raccolto i due testi (quello suo originario e quello frutto del dialogo con i lettori), vi ha aggiunto due succosi capitoli e ha pubblicato il tutto in forma di libro, sia cartaceo sia digitale. 

Qui trovi il riferimento al volume di cui sto parlando, titolato Cosa pensano gli americani (e perché sono così diversi da noi). E qui sta lo spazio di rete in cui l’asse portante del volume è liberamente leggibile, assieme ai commenti dei lettori. 
Che cosa ho fatto, io? Ho recuperato tempo, e ho letto in una volta sola il macrotesto costituito dai capitoli iniziali, dai commenti di rete e dalla versione del tutto, definitiva e accresciuta, in forma di volume. Va detto poi che quest’ultimo l’ho sperimentato nella versione digitale, fatto non indolore, come avrò modo di dire in coda. 
Dunque, in molti di noi,  e per molti di noi, le volte che si discute di americani degli Stati Uniti parlano i luoghi comuni dell’essere, loro, superficiali se non ignoranti, ingenui se non sprovveduti, istintivi se non violenti. Un loro che, istintivamente, li mette in reazione a un noi in cui albergherebbero, costitutivamente, cultura, consapevolezza, pacatezza.
Cliché contro cliché, insomma.
Il bello del discorso di Antinucci, e una volta tanto il termine ci sta proprio bene, visto che l’artificio retorico che lui adotta è quello del dialogo tra due soggetti raziocinanti, è che nello smontare i nostri schemi intessuti di pigrizia ci costringe a vedere, per contrasto, le radici della nostra stessa pigrizia. Non avrebbe senso, qui, proporre un elenco delle molte cose interessanti e delle molte sollecitazioni a pensare e pensarci che vengono da questa lettura, dico solo che chi si occupa di problemi di formazione e valutazione troverà importanti puntualizzazioni e definitive chiarificazioni per esempio sulle differenze, che sono anche politiche, addirittura ‘di classe’, tra accertamento delle conoscenze e accertamento delle attitudini, o sulla mania di classificare tutto e tutti, o addirittura sul chiamare in causa Dio in ogni atto politico di una qualche importanza.
Dico solo, a proposito di questi contenuti e del loro spaziare dai problemi della cittadinanza a quelli della filantropia e della falsa testimonianza, che in gioco ci sono sempre loro e in negativo (mai metafora può risultare più appropriata) ci stiamo sempre noi. E il nostro agire, pensare, decidere.
Su questo, il noi intendo, Francesco non usa parole forti, fa capire con misurati accenti, e io mi accodo. Ma penso, solo per un esempio, ai test di ammissione ai corsi universitari e a come se ne discute sulle nostre gazzette o addirittura dentro i nostri stessi atenei, e mi prende lo sconforto. Se non fosse che chiamerebbe in gioco quello che oggi, da noi, si considera un politico, verrebbe da citare il titolo di un’ormai archeologica trasmissione televisiva: Te la dò io l’America. Basta. Leggete Antinucci e capirete l’amarezza di questa notazione.

Ma ciò a cui vorrei dedicare qualche supplemento di riflessione è la forma di questa pubblicazione, cioè il fatto che la sua lettura è messa a disposizione di tutti, in rete, e che tutti, leggendo il testo in rete, possono commentarlo.
Sul piano concettuale (e politico, di politica editoriale) questa è una svolta. I suoi presupposti (non sono sicuro che il decisore editoriale la pensi così, ma certamente così la pensa Francesco) stanno nel fatto che il libero accesso sul web, in forma gratuita, ad un testo originale può fungere da elemento di promozione della versione in libro di quello stesso testo, soprattutto se al lettore è concessa la libertà di produrre annotazioni pubbliche, leggibili da parte degli altri lettori e dello stesso autore del testo. Non solo, in linea di principio questo permette di accrescere il testo stesso, e dunque di approdarne ad una versione che includa la presa in carico dei temi, delle obiezioni, delle integrazioni proposte dai lettori.
Tutto ciò funzionarebbe alla grande se l’ambiente di consultazione e commento fosse tale da permettere annotazioni testuali e non solo a fine capitolo e, soprattutto, se ci fosse più abitudine da parte dei lettori/annotatori ad intervenire dentro una comunità di rete. Oggi si parla tanto di social reading, e ci si fanno dotte ricerche tramite letteratura d’importazione. Bene, l’ambiente tecnologico e ‘umano’ di questa comunità dei lettori di Antinucci (dentro la quale c’è lo stesso Francesco, che si rilegge tramite i suoi lettori), meriterebbe di essere studiato e analizzato in profondità, anche per individuare le ragioni per cui tanti, qui da noi, ma non là da loro, fanno difficoltà a distinguere annotazione da recensione, o dialogo da monologo, o anche testo da libro. E perfino chi, tra i lettori scriventi, mostra di essere in grado di cogliere queste differenze, non evita di portare vasi a Samo e dire che il libro di carta è altra cosa.

Appunto, il libro cartaceo è un’altra cosa. Che ha un di più, ma anche un di meno. E di questo ‘meno’, rispetto alla rete, dove si legge e scrive e si può evitare di essere sempre soli, come è sola, o si presume sia sola la vittima dei videogiochi (ma chi sa perché quando quella stessa cavia è china sul manuale scolastico, l’isolamento è considerato prezioso e dunque da proteggere), bene: del meno che la versione in carta di un testo ha rispetto alla sua versione digitale in rete (dove è interattiva, e dove dunque la lettura può essere attiva e condivisa) raramente si parla. Anzi, nelle gazzette non se ne parla mai.
E sì che sarebbe una gran cosa, questa del riambientare la lettura in un ambiente digitale di condivisione, facendone l’elemento generatore di un’esperienza di costruzione del sapere, e pure utilissima in campo educativo, scolastico e universitario. Ma tant’é.
Magari questa esperienza voluta da Antinucci servisse a sfatare pregiudizi non solo sull’America ma anche sulla lettura digitale! Sarebbe davvero una rivoluzione. 

Ma che ci sia ancora tanta, tantissima strada da percorrere (anche se sono sicuro che sarà una corsa, una volta che la sia iniziata davvero) lo dimostrano due cose: il fatto, decisamente positivo, che i due capitoli aggiuntivi della versione cartacea Francesco li abbia voluti dedicare proprio al problema della lettura in ambiente digitale e il fatto, decisamente negativo, che la versione ebook (almeno la Kindle che ho acquistato) sia a dir poco impresentabile, per via del testo delle note incorporato arbitrariamente dentro il corpo del testo, e con gli stessi caratteri, per via della totale cancellazione della quarta di copertina (vero che gli studenti non la leggono mai, però...), per via dell’impossibilità di accedere all’indice dalla barra di navigazione. Per non dire poi del prezzo disastrosamente vicino a quello del profumato libro cartaceo.
Ho capito (e non ci vuole molto): il primo nemico del libro digitale è il suo editore, che preferisce rischiare di passare per sciatto e disonesto pur di ottenere di far passare l’idea che leggere in ambiente digitale sia cosa da sciatti e disonesti.  

Grazie, Francesco, per averci aiutato a capire (anche) cosa pensano gli italiani e perché sono così diversi dagli americani.
Se poi vuoi una conferma, eccotela.
Trovo un’interessante convergenza tra ciò che tu dici a proposito della scrittura e del ritorno all’uno (nell’appendice a stampa) e la conclusione di un recente saggio di un filosofo nostrano, dedicato al rapporto tra anima e macchina. Quando m’è capitato di incontrarne l’autore, gli ho fatto presente che nella versione ebook del suo lavoro, da me acquistata e letta, mancano le note finali e che, avendo tentato inutilmente di segnalare la cosa all’editore e alla libreria web, inutilmente perché non ho avuto risposta, avrebbe potuto lui intermediare (nel mondo digitale, come tu sai, l’utente viene costantemente ascoltato), per tutta risposta ho avuto il consueto ‘vuoi mettere la carta’ e mi sono successivamente visto recapitare a casa il volume di carta.
C'è bisogno di ulteriori commenti?