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Immersioni

La forma dei contenuti




 Materiali per un immaginario didattico

di Roberto Maragliano

(marzo 2011)




Finalmente un piano di discorso (oltre che un discorso) accettabile. Nell'asfittico dibattito su che si insegna a scuola e come lo si insegna c'è ben poco da sguazzare, almeno qui da noi. Dunque, ben vengano le eccezioni come quella cui vorrei dedicare questa nota.
Ma intanto, perché parlo di eccezioni?
Le cose vanno così, nella cultura scolastica nazionale, che se si prende in considerazione il problema della forma da dare alle esperienze di apprendimento in classe, lo si fa generalmente in modo rigidamente formalistico, e allora sono messi in scena i formulari pedagogici o i protocolli d'uso dei marchingegni digitali (accettati, anzi tollerati solo se concettualmente non si discostano da manuali o lavagne). Se invece ci si occupa del contenuto, lo si fa in modo altrettanto rigidamente contenutistico, affidando l'impegno ai guardiani delle frontiere disciplinari, chiamati a sondare arare rassodare e presidiare, con le armi dell'accademia, territori culturali configurati come "manuali".


Raramente un tema si intreccia con l'altro. Mai o quasi sorge il sospetto che pensare seriamente i contenuti significhi anche pensare la forma che essi assumono nelle pratiche di conoscenza. Eppure il tema è, dovrebbe essere questo.
Provo a esemplificarlo sinteticamente.
Pensare la geografia da insegnare nei termini della "forma manuale" significa immaginare e costruire un oggetto fortemente strutturato al suo interno, un sapere "disciplinato";  se invece il sapere geografico lo si concepisce anche in relazione alla "forma web" la sua strutturazione risulterà ben più labile e complessa. Dunque, non sarebbe lecito parlare di geografia da far apprendere a scuola se non tenendo conto delle molte e diverse immagini e pratiche di geografia che i media variamente riflettono (a cominciare dal medium manuale ma non fermandosi lì), e che i cittadini del mondo mediatizzato dal digitale e non solo (categoria alla quale sono iscritte d'ufficio la totalità degli studenti ma non la totalità dei docenti) variamente praticano. Il problema, com'è evidente, è sì epistemologico, ma anche politico ed economico: ridurlo alla concorrenza tra atlanti cartacei e googlemaps, dove gli uni sono militarmente imposti nelle aule e le altre tenute fuori o confinate in pratiche marginali, significa rimuovere il nocciolo della questione, che sta nelle forme diverse che assumono i saperi nel mondo e nel ruolo di rilievo che la scuola dovrebbe assumere in tutta questa faccenda, proponendosi comunque di far crescere la consapevolezza dei suoi allievi sul come e il perché di quanto accade sul versante del sapere prodotto e fruito, geografico o parageografico che sia: se lo si facesse, e lo si facesse seriamente, non ci vorrebbe molto a capire che, oggi come oggi, un uso intelligente della forma web permette di far capire la forma testo (o manuale) mentre un uso per quanto avanzato di questa non consente di far capire quella. Finché la scuola resterà tempio del testo/manuale non solo le lim o i futuri ebook daranno poco alimento all'intelligenza della scuola ma questa troverà sempre meno risorse intellettuali, dentro il recito che essa stessa si è poco saggiamente costruito.
Ma, dicevo, ci possono essere delle eccezioni.
Una è proprio di questi giorni. E' l'articolo che Romano Luperini dedica allo stato miserrimo dell'insegnamento scolastico della letteratura (il titolo è: La scuola e la restaurazione. La riforma Gelmini e l'insegnamento della letteratura; compare nel n. 7, marzo 2011, del mensile  "Alfabeta2", acquistabile anche in versione digitale, qui).
In che cosa consiste la novità di questo contributo?
Nel fatto che muove da un dibattito un tempo molto vivo e oggi pressoché scomparso, sulla didattica della disciplina e sul contributo che ad esso può offrire l'introduzione di materiali formativi di nuova concezione. Vogliamo chiamare "manuali" questi (anzi quei) materiali? Facciamolo pure, ma con cognizione di causa, accettando che al termine possa essere riconosciuto un valore ampio di documento indirizzato a spiegare come funziona non solo un dispositivo o un prodotto ma anche un "modo di produzione".
E appunto il manuale da cui prende le mosse il ragionamento di Luperini era un mega o forse un metamanuale, una "cosa" insomma di questo secondo tipo. Era, ed è (restando come modello idealtipico), Il materiale e l'immaginario di Ceserani e De Federici.
Così ne parla il sito dell'editore Loescher, in una ricostruzione dei 150 di scuola nazionale: "Nel 1979 Loescher Editore inizia la pubblicazione de Il materiale e l’immaginario di Remo Ceserani e Lidia de Federicis, un corso di letteratura italiana in 10 volumi per le scuole superiori, che per la precisa proposta di rinnovamento didattico (con laboratori di analisi e di lavoro critico) si inserisce nella ricerca critica e storiografica dell’ultimo ventennio del ’900: pensata per la scuola, non si caratterizza soltanto per la sua precisa proposta di rinnovamento didattico, dà anche un suo contributo originale alla ricostruzione della storia culturale e letteraria e all’analisi dei testi. Per questo aspetto, nell’ambito della storia della letteratura, da più parti l’opera è stata salutata come «il meglio che si è fatto in Italia» (Gianfranco Corsini), e la prestigiosa «Romanistische Zeitschrift für Literaturgeschichte» ne sottolinea la novità e l’importanza dal punto di vista didattico: «È stato fatto ciò che nelle annose discussioni condotte in quasi tutti i Paesi europei sui metodi di insegnamento della letteratura emergeva sempre come un concetto utopico, ma appariva irraggiungibile come un miraggio»".
E così argomenta Luperini, riandando a temi fortemente dibattuti allora, e riflessi nella concezione/realizzazione di quell'opera (ognuno provi a fare un confronto fra quei temi e quelli oggi - si fa per dire - discussi): "Proposta della classe come comunità ermeneutica, centralità del momento della letteratura e sottolineatura dell'importanza dello studente come soggetto dell'apprendimento e della ricerca di senso. Apertura alle letterature straniere come momento fondamentale dello studio della letteratura italiana,vista come articolazione e provincia di una letteratura almeno continentale, e della formazione di un'identità non italiana ma europea. Approccio interdisciplinare e non strettamente specialistico allo studio della letteratura, con raggruppamenti di testi anche sulla base di percorsi per genere e particolarmente di percorsi per temi, essendo il tema particolarmente idoneo a stabilire una connessione fra l'immaginario attuale dei giovani e l'immaginario storico. Rifiuto di procedere unicamente o esclusivamente per medaglioni di autori e movimenti e per via cronologica lineare e unidirezionale".
Che aggiungere a tutto questo? Cosa mettere in più e di diverso rispetto alla sconsolata denuncia che Luperini fa dell'attuale fase di restaurazione (quella, per intenderci, che consente all'ineffabile Mastrocola di formulare in tv l'interrogativo di come sia mai possibile "fare Tasso" se quelli passano le loro giornate all'outlet)?
Questo vorrei aggiungere, che i temi didattici sollevati da Luperini sono esattamente gli stessi che un uso intelligente e consapevole delle dinamiche di rete permetterebbe di affrontare. In altri termini, pensare al Materiale e l'immaginario (titolo che andrebbe benissimo anche per il web) significa oggi concepire il sapere scolastico come database, cioè come spazio entro il quale selezionare, oganizzare e usare materiale testuale e non solo, di valenza letteraria e non solo. Si tratta di iniziare almeno a concepire un'impresa simile, rispetto alla quale il contributo del singolo editore o la singola rete di scuole rischia di risultare assolutamente  insufficiente. E questo lo si può fare solo se cambia, e drasticamente, il modo di affrontare la questione. Il sapere letterario, come ogni altro sapere, deve essere adeguatamente tematizzato, in ambito scolastico, e deve servirsi, per crescere, di materiale che abbia stretta attinenza con l'immaginario collettivo. L'uno e l'altro sono ampiamente presenti nel web. La scuola, sostenuta da un'editoria al passo con i tempi, scolastica e non solo, darebbe il suo contributo a configurare il database, includendovi pure la documentazione delle pratiche didattiche via via messe in atto.
Evidentemente questo è un progetto politico, di politica della cultura. Dire che sta al di là dei confini del pensare gelminesco è giocare sull'ovvietà. Piuttosto il problema è capire se e dove stiano oggi i germi di un tale progetto "risorgimentale"
Mi limito qui a fornire qualche risposta in positivo. La prima viene dal più recente titolo (per ora solo in francese) di Edgar Morin, che riassume ricerche e considerazioni sviluppate in molti decenni: Morin è stato ed è tuttora molto amato dall'italico docente, ma non so quanto sia stato effettivamente letto e meditato, soprattutto per l'implicita - e nemmeno tanto - pars destruens del suo pensiero. Comunque quel che Luperini dice a proposito di letteratura e vita in Morin lo si trova sapientemente argomentato. Meditate, gente!
Seconda e ultima risposta. Si parla molto, anche nei convegni nazionali dedicati al tema degli eBook, e così è stato anche a Rimini, di lettura partecipata, collettiva e connettiva, tutte cose che il digitale dà di più e di diverso rispetto alla carta. C'è lì uno spazio incredibilemnte vasto e vergine su cui l'editoria interessata alla scuola potrebbe e dovrebbe muoversi. Ma per capirlo, lasciatemelo dire, autori ed editori debbono uscire dalla riserva, diventare cittadini normali del web, non pensare più al luogo (economicamente ed epistemologicamente) protetto. Un consiglio finale: per cominciare ad essere e pensarsi cittadini della rete si scarichino il lettore kindle per pc  e comprino e provino a leggere un libro in inglese, scopriranno che incorporato nel testo c'è un vocabolario al quale si accede automaticamente dalla parola cliccata (e fin qui nulla di rivoluzionario), che è possibile introdurre note (anche questa, risorsa utile ma non fortemente innovativa, anche se va segnalato che le proprie note sono via via aggiornate in tutti i dispositivi di lettura che uno usa), che possono essere visualizzati i passi più sottolineati dagli altri lettori (e qui siamo decisamente fuori delle possibilità del libro fisico, in uno spazio del tutto nuovo, concettualmente molto interessante). E per non indulgere all'esterofilia, ecco il link ad un servizio, in lingua e cultura italiana, in linea con quest'ultime considerazioni, che lettori ed editori e docenti nostrani (pure gli universitari) farebbero bene a provare.

 

 
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