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NONSTUDENTI E NONDOCENTI

di Roberto Maragliano

 

"Non c'è due senza tre" diceva sempre mia madre. E questa è la terza volta. Mi tocca intervenire.
Il fatto, anzi il misfatto risale al 1997. In un'intervista telefonica concessa al quotidiano "L'Unità" dico esattamente quanto segue: "Il videogioco è la più grande rivoluzione epistemologica di questo secolo [ovviamente non l'attuale ma il precedente]. Ti dà una scioltezza, una densità, una percezione delle situazioni e delle operazioni che puoi fare al loro interno che permette di esaltare dimensioni dell'intelligenza e dello stare al mondo finora trascurate dalla cultura astratta".  E poi, alle obiezioni dell'intervistatore, reagisco con la domanda:"Lei preferisce che un pilota d'aereo abbia fatto videogiochi o abbia letto la Divina Commedia?".  A distanza di tanti anni non ho motivo di pentirmi di quelle affermazioni. Al contrario. Lungi da me dire che vanno contestualizzate, direi invece che vanno fortemente ribadite.

Posso farlo brevemente in questa sede, perché non è questo che mi preme dire. Dunque, me la cavo sottolineando il fatto che la simulazione digitale (volgarmente: il videogioco) permette di sviluppare conoscenze, abilità e competenze in settori nei quali la comunicazione verbale e in particolare quella scritta non ha presa. Di qui il valore di "rivoluzione epistemologica". Chiamando in causa il pilota d'aereo (ma analogo discorso lo si potrebbe/dovrebbe fare per chi guida un'auto) esemplifico uno dei questi settori, ed è come sostenere che la preparazione alla conduzione di un veicolo, sia per la parte di addestramento, sia per quella che riguarda l'introduzione di migliorie e novità, trova, nell'uso della simulazione, una risorsa allo stato attuale preziosa e insostituibile, in quanto perfettamente coerente con il tipo di intelligenza (in termini piagetiani: sensomotoria e operatoria concreta) prioritariamente richiesta per quella categoria di prestazioni. Corollario di tutto ciò è che la scuola, per come la conosciamo e pratichiamo qui da noi, non ha il benché minimo rapporto con lo sviluppo di questo strato pur così importante della maturità umana, importante per sé e per l'altro. A questo punto ci si dovrebbe/potrebbe dividere rispetto all'opportunità di far spazio, dentro la scuola, a questa area di sapere e saper fare. Altri sistemi scolastici lo fanno, noi no. Ma scandalizzarsi soltanto perché qualcuno solleva il problema è segno, io credo, di arretratezza se non di disonestà culturali.
Eppure in questi anni quelle frasi non hanno smesso di fare scalpore e produrre indignazione,
Inizia Giulio Ferroni, docente di letteratura italiana alla Sapienza, con l'inserire in nota, all'interno di un suo saggio per Einaudi, La scuola sospesa, peraltro ricco di argomenti e ben documentato, il riferimento alle dichiarazioni di questo "ineffabile" pedagogista "democratico" responsabile allora (siamo sempre nel 1997) di una commissione ministeriale: quella che, su incarico di Luigi Berlinguer, doveva provvedere non già, come sostiene Ferroni, di discutere un progetto di riforma della scuola,  ma, cosa più limitata (e forse a ragion venuta più seria), di individuare i saperi ai quali una scuola in trasformazione in una società in movimento non deve assolutamente rinunciare. Quisquilie? Non direi proprio, soprattutto in considerazione del fatto che questa critica al sapere consumistico viene da chi difende il sapere astratto ed è costruita su un fraitendimento (o un occultamento) di elementi di sapere astratto.  Di fatto, io non ho sostenuto in quell'occasione né mai mi permetterei di sostenere oggi che i videogiochi debbano prendere il posto della Divina Commedia (anche se disgraziatamente alcuni pensano che la cultura digitale nella scuola equivalga oggi a far fare videogiochi sulla Divina Commedia, possibilmente alla LIM): è Ferroni che, commentando l'associazione dei due brani citati con un tout se tient, mi fa dire questo o fa sì che uno sia portato a credere che questo io abbia detto.
E infatti, a poca distanza di tempo, ecco arrivare chi dà valore di paradigma a quel tout se tient. Alludo al Luigi Russo, matematico e storico della scienza a Roma Tor Vergata, e al suo fortunato saggio Segmenti e bastoncini, uscito l'anno successivo per Feltrinelli. Qui la citazione esce dalla nota e diventa l'asse portante di un capitolo, titolato "La Linea Berlinguer-Maragliano", dove l'accusa di aver ceduto all'americanismo consumistico (autorizzando lo scambio dei segmenti, cioè le solide concettualizzazioni dell'italica tradizione liceale, con i bastoncini delle banalizzazioni empiriche) si accompagna all'idea peregrina che la tecnologia sia di per sé inaccessibile ad un pedagogista. Non voglio entrare ora nel merito, chi vuole potrà farlo leggendosi il volumetto, tuttora in salute, verificando la sua persistente fortuna in rete e, se ci tiene, visitando questa e quest'altra pagina: nella prima è riportata la trascrizione di un colloquio radiofonico tra Russo e chi scrive, dal quale si risulta, a dir poco, la ridotta base di informazione su cui poggia il suo giudizio critico, nell'altra c'è una mia recensione al volume, comporsa a suo tempo presso sul "Manifesto".
In terza battuta, ma non fuori tempo massimo, a quanto pare, arriva ora, febbraio 2011, Paola Mastrocola col suo Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, per Guanda.  C'erano i traduttori de' traduttor d'Omero, come la prof certamente sa: bene, ora abbiamo i citatori de' citatori de' citati. E così dopo essere stato messo, senza volerlo, in compagnia dei legislatori,  poi in società con i produttori USA eccomi adesso iscritto d'ufficio al movimento della "linguistica democratica".
Così si scrivono libri. O meglio, così li scrivono quelli che accusano i giovani di essere "nonstudianti".

 

 
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