DA GENNAIO 2013 CI TROVATE QUI

Immersioni

Lanterne e lucciole

di Roberto Maragliano

"Nell'utimo decennio si sono susseguite sempre più insistenti le campane a morto per un ruolo e una funzione che a posteriori, e sempre più chiaramente, ci appaiono connotare il tempo che ci siamo lasciati alle spalle. Quel Novecento, cioè, che si è potuto definire 'il secolo degli intellettuali'. Davvero l'atto fondativo del J'accuse di Emile Zola - 13 genaio 1898 - segna un discrimine profondo e decisivo: momento di fondazione [...] Se la storia gloriosa degli intellettuali nasce quando uno scrittore maturo e celebrato come Zola decide di mettere in gioco il proprio prestigio e il proprio benessere privato in nome dell'interesse pubblico, essa si inverte di segno nel momento in cui Pasolini, il più poliedrico degli intellettuali del suo tempo, esibisce in pubblico il teatro delle proprie opinioni - al fine di conseguire scopi squisitamente privati". Così Andrea Cortellessa, nell'unico contributo a mio avviso significativo, sul piano dell'analisi, tra quelli che il primo numero della rivista "Alfabeta" dedica al tema dell'intellettualità (e a proposito, davvero c'è un'intellettualità diffusa che si riconosce nella rinascita, con la semplice aggiunta del 2 in testata, di detta "nobile" rivista e dei suoi nobilissimi pensanti contributori? Ho dei dubbi in proposito e personalmente, sarò sincero, non mi sarei lasciato sfuggire l'occasione di echeggiare la rinnovata provocazione di Alberto Abruzzese, rinominando la rivista "Analfabeta" e con questo provando davvero a sancire e interpretare la condizione "anno Zero" di tutto un modo e di tutto un mondo di pensare e agire...).

Ma tantè, questo è quel che ci passa il convento, anzi la conventicola. Né possiamo fare troppo gli schizzinosi, visto che evanescenza del sapere accademico/scolastico e vitalità del sapere multimediale (argomenti su cui, sia detto en passant, la nuova testata mette in campo idee assai poco originali) sono comunque elementi critici del presente che chiamano in causa, tra gli altri aspetti, anche quello dell'identità e del ruolo da riconoscere ai lavoratori dell'intelletto. In questo senso, i riferimenti a quo e ad quem che propone Cortellessa possono essere assunti utilmente. Io almeno mi sono trovato a farlo, in quanto fresco di due letture che proprio avevano a che fare con tali riferimenti (l'incontro con la proposta di Cortellessa è però arrivata dopo le due letture, e forse anche per questa ragione l'ho apprezzata). Si tratta, per un verso, del primo dei quattro Meridiani dedicati all'opera di Zola che Pierluigi Pellini sta curando per Mondadori. Per l'altro verso del saggio Come le lucciole. Una politica delle sopravvivenze in cui Geoges Didi-Huberman si misura con la metafora assunta dall'ultimo Pasolini ad emblema del suo personale e pubblico stato di disperazione. Non voglio farla troppo lunga, almeno qui. Soltanto  invitarvi alla libera immersione nei due rapporti di dialogo, quello che il critico (letterario) italiano intrattiene con le pagine del primo Zola, e quello che il critico (artistico) francese stabilisce con alcune delle prime e delle ultime scritture di Pasolini. Al di là della sorpresa di trovare, nell'Assommoir, un Zola assai diverso e ben più ricco rispetto a quello che la cultura manualistica monumentalizza come "padre del naturalismo", uno che dalla realtà fa suscitare echi mitologici, uno che mette in scena i colori, gli odori, i rumori della vita cittadina facendo corpo con essa e ponendovi dentro i movimenti e le convulsioni dei corpi, uno che nel costruire e nel rendere visivamente ogni tipo di situazione (il dramma, la commedia, l'idillio, la tragedia) si colloca e ci colloca nel bel mezzo del territorio che va dalla pittura alla fotografia, e dal teatro al cinema, bene, al di là di tutti questi meriti di un Zola ritrovato (o trovato) mi piacerebbe che voi provaste lo stesso godimento che è stato il mio nello scoprire una modalità di annotazione del testo (quella di Pellini) quantomai discreta ma allo stesso tempo densa: mai sopra le righe, ma sempre dentro le righe, attenta a lasciare al lettore il gusto di scoprire da sé le cose, senza anticipargli interpretazioni e ad arrivare sempre a scena conclusa, con la sapienza leggera di chi ammicca più che pontificare, di chi si mette in gioco (anche come soggetto) nel lavoro di interpretazione e chiede complicità al lettore. Mai m'era capitato di trovare piacere nel leggere note. Di altra natura è il sentimento che ho provato con l'interpretazione dell'ultimo (e del primo) Pasolini fornita da Didi-Huberman. Sull'immagine della lucciola e della loro scomparsa molto s'è detto e scritto. Anche a sproposito, e con molta superficialità: adesso lo so, e adesso, anche per effetto della rigorosa dolcezza che Didi-Huberman immette nel suo giocare tra e oltre le pagine di Pasolini, riesco ad essere più ottimista (volontariamente ottimista) riguardo alla ricomparsa delle lucciole. E chi sa che sedimentando le due esperienze di dialogo con i testi e tra i testi non venga fuori qualcosa di nuovo anche a proposito delle condizioni dell'intellettuale. Se Zola e Pasolini sono l'inizio e la fine di un modello, Pellini e Didi-Huberman potrebbero segnare l'affermarsi di un nuovo modello. Insomma, potremmo essere all'anno uno. Basterà non prendere lucciole per lanterne.

 

 
Collane e-book

5 cose su

studio digitale

Cerca nel sito