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Immersioni

La forma dei contenuti




 Materiali per un immaginario didattico

di Roberto Maragliano

(marzo 2011)




Finalmente un piano di discorso (oltre che un discorso) accettabile. Nell'asfittico dibattito su che si insegna a scuola e come lo si insegna c'è ben poco da sguazzare, almeno qui da noi. Dunque, ben vengano le eccezioni come quella cui vorrei dedicare questa nota.
Ma intanto, perché parlo di eccezioni?
Le cose vanno così, nella cultura scolastica nazionale, che se si prende in considerazione il problema della forma da dare alle esperienze di apprendimento in classe, lo si fa generalmente in modo rigidamente formalistico, e allora sono messi in scena i formulari pedagogici o i protocolli d'uso dei marchingegni digitali (accettati, anzi tollerati solo se concettualmente non si discostano da manuali o lavagne). Se invece ci si occupa del contenuto, lo si fa in modo altrettanto rigidamente contenutistico, affidando l'impegno ai guardiani delle frontiere disciplinari, chiamati a sondare arare rassodare e presidiare, con le armi dell'accademia, territori culturali configurati come "manuali".

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Eccitazioni


NONSTUDENTI E NONDOCENTI

di Roberto Maragliano

 

"Non c'è due senza tre" diceva sempre mia madre. E questa è la terza volta. Mi tocca intervenire.
Il fatto, anzi il misfatto risale al 1997. In un'intervista telefonica concessa al quotidiano "L'Unità" dico esattamente quanto segue: "Il videogioco è la più grande rivoluzione epistemologica di questo secolo [ovviamente non l'attuale ma il precedente]. Ti dà una scioltezza, una densità, una percezione delle situazioni e delle operazioni che puoi fare al loro interno che permette di esaltare dimensioni dell'intelligenza e dello stare al mondo finora trascurate dalla cultura astratta".  E poi, alle obiezioni dell'intervistatore, reagisco con la domanda:"Lei preferisce che un pilota d'aereo abbia fatto videogiochi o abbia letto la Divina Commedia?".  A distanza di tanti anni non ho motivo di pentirmi di quelle affermazioni. Al contrario. Lungi da me dire che vanno contestualizzate, direi invece che vanno fortemente ribadite.

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Quarant'anni dopo, dal progresso al regresso

 

Saperi e non saperi di una cittadinanza pedagogica

 

intervento di Roberto Maragliano
al convegno

Bruno Ciari
e la controriforma della scuola
Riflessioni in occasione del
40° della morte


Firenze, 22 gennaio 2011

 

 

Sono entrato in “Riforma della Scuola” nell’autunno del 1970,  dunque a pochi mesi dalla scomparsa di Ciari, e ci sono rimasto, svolgendo vari ruoli in redazione e direzione, fino alla fine del 1992, fino a quando, cioè, il mensile di intellettuali e professionisti che facevano riferimento al PCI ha interrotto le pubblicazioni.
Ho potuto così non solo assistere ma anche prendere parte ad un’elaborazione e ad un confronto sui vari temi della riforma scolastica (politico- istituzionali, pedagogico-didattici, cultural-professionali) che si sono prolungati per più di vent’anni e che sovente hanno fatto riferimento non solo alle idee ma anche alla testimonianza di vita del “maestro” Bruno Ciari. Ho potuto anche seguire la parabola di quella elaborazione, sia la fase ascendente sia quella discendente.

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Lanterne e lucciole

di Roberto Maragliano

"Nell'utimo decennio si sono susseguite sempre più insistenti le campane a morto per un ruolo e una funzione che a posteriori, e sempre più chiaramente, ci appaiono connotare il tempo che ci siamo lasciati alle spalle. Quel Novecento, cioè, che si è potuto definire 'il secolo degli intellettuali'. Davvero l'atto fondativo del J'accuse di Emile Zola - 13 genaio 1898 - segna un discrimine profondo e decisivo: momento di fondazione [...] Se la storia gloriosa degli intellettuali nasce quando uno scrittore maturo e celebrato come Zola decide di mettere in gioco il proprio prestigio e il proprio benessere privato in nome dell'interesse pubblico, essa si inverte di segno nel momento in cui Pasolini, il più poliedrico degli intellettuali del suo tempo, esibisce in pubblico il teatro delle proprie opinioni - al fine di conseguire scopi squisitamente privati". Così Andrea Cortellessa, nell'unico contributo a mio avviso significativo, sul piano dell'analisi, tra quelli che il primo numero della rivista "Alfabeta" dedica al tema dell'intellettualità (e a proposito, davvero c'è un'intellettualità diffusa che si riconosce nella rinascita, con la semplice aggiunta del 2 in testata, di detta "nobile" rivista e dei suoi nobilissimi pensanti contributori? Ho dei dubbi in proposito e personalmente, sarò sincero, non mi sarei lasciato sfuggire l'occasione di echeggiare la rinnovata provocazione di Alberto Abruzzese, rinominando la rivista "Analfabeta" e con questo provando davvero a sancire e interpretare la condizione "anno Zero" di tutto un modo e di tutto un mondo di pensare e agire...).

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Storia in musica

Mi piace la musica irlandese in tutte le sue declinazioni, tra il tradizionale riproposto, reinventato, ibridato con altri generi, fino al quasi jazz. Per questa ragione ho acquistato l'ultimo lavoro di un gruppo storico come The Chieftains, s'intitola San Patricio, realizzato e prodotto insieme a Ry Cooder. La ragione per cui ne parlo qui c'entra molto con la musica ma non con una recensione. Il cd, e il dvd che lo accompagna, infatti, può piacere o non piacere, ma costituisce una proposta straordinariamente interessante per gente che, come noi, in ogni realizzazione cerca occasioni per incontrare il sapere nelle forme più informali, accattivanti,  interessanti, possibili.
Be', San Patricio, secondo me, è una di queste straordinarie occasioni: raccontare una storia poco conosciuta dentro la musica, per di più perseguendo l'obiettivo di attirare l'attenzione sull'assurdo contrasto tra le strategie militari di respingimento dei messicani alla frontiera americana e la presenza oceanica dei latino-americani che vivono negli Stati uniti. Paddy Moloney, il leader del gruppo, nella breve ma esauriente e toccante presentazione del progetto, scrive, "When Ry said to me one day: 'Los Angeles is still a Mexican town', he seems the Voice of Ages. ...

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Suono, quindi sono (cinema)

Nell'ambito delle politiche della produzione editoriale che da tempo si affianca alle uscite dei quotidiani e dei periodici e che, inzeppando le edicole di offerte, è riuscita almeno in parte a contenere gli effetti del calo delle vendite dei supporti delle opere a stampa e multimediali, la posizione del gruppo Repubblica - L'Espresso si segnala per la scelta di proporre, il più delle volte, dei prodotti originali, e dunque di non limitarsi, come altri fanno, a rimediare (senza alcuna rimediazione tecnica) opere già esistenti. La più recente uscita riguarda il cinema e in particolare i capolavori del muto, riproposti, anzi chiamati ad una nuova esistenza da sottotitolazioni sonore d'autore (preferisco evitare di parlare di "accompagnamenti", perché saprebbe di "carenze", quando invece il cinema muto è di per sè completo, tutt'al più dei suoni musicali opportunamente prodotti possono rinforzarlo, o meglio "aumentarlo"). Saranno occasioni per scoprire o anche riscoprire archetipi visivi e sentirli perfettamente in vita e in piena salute, per effetto dell'ottima mediazione di musiche attuali (attuali anche nel senso che danno l'impressione di essere prodotte o di voler dare l'impressione di essere prodotte lì per lì, davanti allo schermo, come era d'uso ai tempi).

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Musica connettiva

Avete un minuto, anzi due, anzi cinque? Non perdetevi la promenade sonora e visiva dell'articolo che linko qui. Non importa che sappiate poco di musica o di multimedialità. Importa che abbiate curiosità e niente pregiudizi nei confronti dell'artigianato. Perché, ne converrete dopo aver fatto le esplorazioni suggerite, ed eventualmente altre che vi propone youtube con le sue sequenze di associazioni, siamo in presenza di nuove forme di produzione artistica, dove il bricolage multimediale raggiunge vette di raffinatezza impensabili fino a qualche tempo fa. Viene in mente, almeno per gli aspetti vocali, quel genio di Bobby McFerrin (per chi non lo conosce, questo non è che un assaggio, ma scorrendo la colonna alla destra dello schermo quanti altri se ne trovano!), ma anche tante altre icone artistiche centrate sulla teatralizzazione della voce (penso a Dario Fo, penso a Carmelo Bene, penso a Demetrio Stratos). Bene, se ci sono voce e perizia musicale (ma al limite, l'ultima finestra dell'articolo linkato dice che possono anche mancare), e soprattutto se ci sono competenze in fatto di ripresa e postproduzione multimediale e se si è armati di tanta tanta pazienza, due prerogative che non possono mancare in queste faccende, bene anche il dilettante può tirar fuori cose davvero molto interessanti. Forse anche più interessanti di quelle prodotte dagli artisti ufficiali, perché più fresche, perché più autentiche, perché più divertite e divertenti. Quello dell'artigianato multimediale è un virus che come tutti i virus si sta diffondendo. L'idea è che ognuno di noi può essere artista e avere seguito, la tecnologia aiutandolo in tutte le due azioni implicate, quella della produzione e quella della pubblicazione. Questo è anche il bello del web 2.0. Ieri la gente rideva delle battute televisive, oggi la televisione per far ridere ruba le battute della gente (non ci credete? Spinoza docet). rm

 

 

Prof. Troller, sei tutti noi

E' il nome della più recente maschera messa in scena da Antonio Albanese, con la complicità di Fazio.
Al momento in cui scrivo non si è assistito che ad una sola uscita, ma già ha fatto scalpore. Chi s'offende, chi sorride, chi sorride di chi s'offende, chi s'offende per chi sorride. La scuola è cosa ardua da toccare e rappresentare, almeno qui da noi. Basterà far notare che dagli anni trenta in poi il cinema nostrano ha ripreso ininterrottamente le medesime scene, le medesime figure, le medesime situazioni, quasi a dimostrazione che l'istituzione è immobile: o tale è, comunque, nelle rappresentazioni collettive (ma non ci vuol molto a capire quanto l'immaginario collettivo influisca sulla realtà, modellandola a suo piacimento).
Bene, a navigare le comunità di rete, sembra che le reazioni al prof. Troller non siano diverse rispetto a quelle che si hanno quando a scuola (o all'università) capita di incontrare uno che gioca fuori degli schemi e che giocandoci fuori ti permette di toccare con mano gli schemi stessi: cosa capita? capita che lui si prende addosso tutti gli strali, e che ad infilzarlo sono primi proprio coloro che vedendosi rappresentati fanno di tutto per non riconoscersi.

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L'analogico per spiegare il digitale

Non è la prima volta che Google realizza video creativi per illustrare le funzioni dei suoi strumenti. In questo video dove mostra i punti di forza di Google Chrome si supera per fantasia e creatività (sto cercando di individuare l’artista o il gruppo di artisti che ha realizzato tutto ciò). Utilizzando strumenti decisamente poco digitali (legno, carta, lana, ferro etc), il video spiega le funzionalità del browser attraverso una serie di pillole dimostrative stupefacenti. Geniale il breve filmato dedicato alla velocità di Chrome dove un complicato marchingegno spara un barattolo che, a sua volta, fa uscire di scena la prima schermata per lasciare spazio alla seconda. È interessante notare come tutto il video gioca sul confronto tra l’immaterialità del browser e la materialità degli oggetti che lo rappresentano, l’analogico per spiegare il digitale. Inoltre il messaggio che percepisco dal video è che la complessità nella realizzazione delle scene, tutte in presa diretta e con tanto di arpa come colonna sonora, e la semplicità degli oggetti a rappresentarlo, comunica la doppia natura del browser: complesso nella realizzazione, semplice nell’uso. Davvero un bel lavoro. ap

 

Media e mass media

Stretto fra la piacevole quanto elitaria serata di ieri, offerta da RaiTre ai cultori della lirica nell'imminenza della prima scaligera (al centro della scena un Abbado umanamente strepitoso), e la quattro giorni romana dedicata ai piccoli editori che sta per decollare, mi viene da proporre un gruzzolo di idee, alune rispettose altre no.
1. Molti, oggi, a dire sui fogli a stampa e nelle discussioni in rete che dunque la televisione bella e colta c'è, o meglio ci sarebbe ... se soltanto si volesse. Certo, come negarlo? Ma, mi chiedo, è nella natura della televisione generalista fare queste cose?

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