Reti di trasporto

di Ornella Martini



 

Finalmente ho capito la differenza tra media "freddi" e media "caldi"! Dopo diversi anni tormentosi nei quali mi sono domandata perché McLuhan avesse chiamato freddi quelli che a me parevano caldi e viceversa ora, avendo capito, accetto quella che considero un’inversione. Avendo, però, materiale sufficiente per ragionare proprio sulla netta separazione tra le due classi, mi proverò a dar conto di significativi rimescolamenti parlando di interazione tra radio, telefono e Internet. 

Dunque McLuhan, nel secondo capitolo di quel libro fondamentale per tutti coloro che si occupano, a vario titolo, di forme e linguaggi della conoscenza, che è Gli strumenti del comunicare (Understanding Media), stabilisce che "C’è un principio che distingue un medium ‘caldo’ come la radio e il cinema, da un medium ‘freddo’ come il telefono o la TV. E’ caldo il medium che estende un unico senso sino a un’<alta definizione>: fino allo stato, cioè, in cui si è abbondantemente colmi di dati". A fare la differenza sarebbe il parametro della specializzazione comunicativa o, meglio, della saturazione informativa: tante più informazioni si ricevono attraverso un medium tanto più questo è caldo, ovvero tanto meno chi riceve è coinvolto nell’aggiungere e "colmare" il flusso delle informazioni.

Secondo il grande Mc: "Il telefono è un medium freddo, o a bassa definizione, perché attraverso l’orecchio si riceve una scarsa quantità di informazioni, e altrettanto dicasi, ovviamente, di ogni espressione orale rientrante nel discorso in genere perché offre poco ed esige un grosso contributo da parte dell’ascoltatore. Viceversa, i media caldi non lasciano molto spazio che il pubblico debba colmare o completare; comportano perciò una limitata partecipazione, mentre i media freddi implicano un altro grado di partecipazione o di completamento da parte del pubblico".

Ora io non ho alcuna intenzione di confutare la suddetta tesi mcluhaniana, ci mancherebbe. Al contrario, è proprio partendo da essa che acquista spessore il mio ragionamento. Tra l’altro, l’opposizione caldo-freddo è applicabile a qualunque oggetto culturale, a qualunque artefatto umano, per cui è insieme interessante e divertente provare ad utilizzarla aggiornando oggetti e artefatti. E’ un esercizio che consiglio seriamente.

Nella logica del discorso di McLuhan è caldo tutto ciò che implica specializzazione, definizione, astrazione, frammentazione, esclusione, de-tribalizzazione. E’ freddo tutto ciò che sta o si muove nella direzione opposta a quei movimenti. 

Calda, perciò, è la scrittura: più calda ancora quella alfabetica rispetto a quella pittografica o ideogrammatica. Però, una lettera manoscritta è più fredda di un libro stampato, una conferenza è più calda di un dialogo tra amici, e così via. 

Calde sono le nostre culture alfabetiche, fredde quelle orali o tribali. Fredde sono le città cresciute in modo concentrico, disordinato, casuale, rispetto a quelle strutturate in modo più rigoroso: Roma e Milano, per fare un esempio. Caldi sono i popoli dei paesi freddi del Nord Europa, freddi quelli mediterranei, e così via. Calda e fredda può essere la letteratura, la musica, la pittura, la danza, il cinema, e così via. 

Il gioco può continuare all’infinito.

Lo vogliamo applicare alla politica? Posto che Berlusconi sia ancora il leader del Polo, lui è un politico freddo nell’accezione che ne darebbe McLuhan (Fini è sicuramente meno freddo), mentre Prodi il Professore è caldo; caldissimo è il freddo D’Alema. E naturalmente, essendo "il medium il messaggio", le differenze riguardano complessivamente lo stile comunicativo del personaggio e le sue competenze professionali.

E’ chiaro, quindi, che la distinzione tra oggetti caldi e oggetti freddi è una questione non esclusivamente quantitativa, ma piuttosto qualitativa: riguarda le caratteristiche globali dell’oggetto e il tipo di interazione comunicativa che esso instaura con un soggetto o con un pubblico. Da questo punto di vista risulta quindi chiaro perché sono diversi media come il telefono e la televisione rispetto a media come la radio e il cinema: nel primo caso si presume che il soggetto e il pubblico debbano cooperare attivamente alla produzione di un setting comunicativo; nel secondo caso, invece, essi ricevono "prodotti" già confezionati ai quali non sono chiamati ad aggiungere nulla. Questo punto è molto importante, non soltanto perché ci permetterà tra poco di passare al nucleo principale di questa riflessione, ma anche perché ci rivela già una significativa mescolanza: nella classificazione di McLuhan un mezzo esclusivamente sonoro come il telefono sta insieme a un mezzo audiovisivo come la televisione, così come un mezzo esclusivamente sonoro come la radio sta insieme al medium audiovisivo per eccellenza, il cinema. Ciò a dimostrazione del fatto che i media sonori e quelli audiovisivi sono accomunati trasversalmente dall’intreccio tra le caratteristiche "calde" della scrittura come visione nello spazio e quelle "fredde" dell’ascolto come voce nel tempo. Non a caso, infatti, tutti rientrano in quella categoria che Walter J. Ong ha denominato dell’"oralità di ritorno". Già nel momento in cui si produce la separazione della voce dal corpo siamo in un ambito non esclusivamente orale: dunque anche il telefono e la radio, pur essendo fondati sull’impiego esclusivo della voce sono in qualche modo segnati da elementi di stilizzazione, formalizzazione, quindi astrazione. Certo più la radio che il telefono, però entrambi vivono di tempi misurati, economicamente definiti, quindi spesso utilizzano configurazioni testuali, cioè strumenti di razionalizzazione e di controllo della produzione orale: per esempio, la scaletta scritta dello speaker o il canovaccio mentale del conversatore telefonico che chiama in teleselezione o da un cellulare. 

Allo stesso modo, lo sviluppo dell’elettronica nel montaggio, nella fusione dei suoni e nella realizzazione di effetti speciali, ha dato molta più forza dentro la tv commerciale e dentro il cinema di intrattenimento alle dimensioni tipicamente sonore del ritmo, del movimento, della moltiplicazione dei piani: un film come "Pulp Fiction", da questo punto di vista, assume un valore paradigmatico, così come l’estetica narrativa della pubblicità televisiva – sintetica e complessa configurazione di più codici - acquista vere e proprie caratterizzazioni di genere.

A questi movimenti tra il ‘calore’ della logica alfabetica e la ‘freddezza’ della logica partecipativa del suono, si aggiungono gli effetti prodotti dal dialogo tra i mezzi: prende progressivamente corpo un sistema dei media nel quale ciascun mezzo non è isolato, ma vive processi di ibridazione incontrandone un altro o altri. Dal momento in cui la radio s’incontra quotidianamente con il telefono, ed entrambi si ridefiniscono sulle pagine WEB di un sito Internet, ciascuno di essi progressivamente si trasforma.

Da qui in poi darò conto di questo intreccio parlando di un caso molto molto interessante: di Caterpillar. Carichi in movimento, una trasmissione in onda (dal lunedì al venerdì dalle 18.00 alle 19.30 nel periodo settembre-giugno) sul canale Due di RadioRai. (Se vuoi approfondire, all'interno dell'Osservatorio sulla pubblicità troverai altre riflessioni)

Prima c’è però da sottolineare il fatto che i programmi radio della Rai sono generalmente molto più "testuali" di quelli trasmessi dalle radio private, nei quali la presenza del DJ garantisce un flusso continuo di parole e di musica decisamente più caratterizzato in senso orale. Anche qui, però, non si può trascurare un movimento carico di nuove tendenze: complessivamente la radio, intesa come medium, è attualmente alla riscossa. Sono milioni (solo RadioRai ne conta circa 17 al dì) gli individui che ogni giorno si sintonizzano con uno o più stazioni radiofoniche (e il successo è dimostrato dagli enormi introiti pubblicitari e dall’incremento di intervalli pubblicitari nelle trasmissioni di maggiore successo). Il movimento è dovuto anche ai cambiamenti delle programmazioni: le radio private diventano progressivamene più "testuali" inserendo nel flusso di musica e intrattenimento programmi vari (nel senso dei temi sui quali ruotano) ma specifici destinati ai pubblici che a ciascuna radio sono affezionati (fino alla monomania: un network come Radio Dimensione Suono fa ogni giorno 5 milioni di ascolti solo suoi). Sempre più spesso i programmi prevedono, come in Rai, la presenza di uno o più conduttori che alimentano dibattiti, dialoghi, giochi, etc. in studio, con la partecipazione attiva dei radioascoltatori attraverso il telefono. A sua volta RadioRai mette a disposizione, soprattutto di pubblici giovani, un nutrito stuolo di bravissimi conduttori capaci di innestare la tipica testualità della radio pubblica, eseguita sulla base di testi o di canovacci scritti, sul ritmo e la vocalità tipica dei DJ delle radio private, fino al punto di costituire la "Nazionale" dei DJ (provenienti tutti dalle private), che ogni giorno cura la messa in onda delle diverse classifiche di dischi. 

Dunque Caterpillar, come riassumerla per scritto? Sinteticamente si tratta di una trasmissione di attualità, che ogni giorno sfrutta notizie strane, personaggi molto particolari, eventi più o meno trash per imbastire tormentoni in diretta su un tema ogni volta diverso: al tormentone partecipano naturalmente i due straordinari conduttori, Massimo Cirri e Sergio Ferrentino, una squadra di folli inviati armati di cellulare, vari ospiti spesso di provenienza istituzionale (sindaci, deputati, etc.) capaci di stare al gioco e, ovviamente, i radioascoltatori. Il tutto è scandito da un ritmo sostenuto, anche per merito di scelte musicali di carattere variamente etnico, che spaziano dall’America centrale al Medio Oriente. E poi, poi c’è ... la Voce. Una meravigliosa sensualissima voce di donna (della quale nessuno del pubblico conosce il nome) che pronuncia inserti simil-promozionali e chiude la trasmissione interpretando parodisticamente i titoli di coda. Dalla Voce tutti i fans sono affascinati, naturalmente quelli di sesso maschile di tipo eterosessuale esprimono spesso pubblicamente desideri e fantasie significativamente espliciti su di Lei. Ma sulla Voce tornerò per concentrare in essa la conclusione.

Più o meno questa è la traccia della trasmissione, ma se ne può sapere molto ma molto di più collegandosi in Internet. E qui il primo interessante intreccio. Ora c’è il sito ufficiale di Caterpillar (www.Caterueb.Rai.it), ma continuano a vivere siti "non ufficiali" (naturalmente citati nel primo) nati per iniziativa di singoli fans. Il sito è bello, ricco e vitalissimo: costituisce davvero il luogo nel quale si esprime la tribù dei Caterpilliani, quello nel quale si condivide del programma tutto quello che piace di più ai più, e tutto quello che i membri della comunità decidono di inventare e di offrire agli altri. Nella sezione Catermusic c’è la lista di tutti i brani ormai tipici del programma (sono file wav che si possono scaricare e ascoltare). Nella sezione che porta il suo nome si può fare la stessa cosa con gli interventi della Voce. E a lei si possono richiedere brevi performance personalizzate: anche queste si possono scaricare e ascoltare. Poi c’è la sezione Cateraudience, nella quale sono raccolti tutti i contributi degli ascoltatori: i Caterpilliani sono individui spesso molto evoluti tecnologicamente, che mettono in rete non soltanto messaggi o testi ma anche elaborazioni grafiche (sia fisse che in movimento), contributi sonori e musicali, piccoli software con giochi e sorprese. E poi ci sono: il dibattito, la Cateca, il logo. Quest’ultimo è la prima cosa sulla quale la comunità si è trovata: tutti chiedevano un segno di riconoscimento, qualcosa che li mostrasse a se stessi e al mondo come membri del gruppo. E’ un fenomeno in crescita: le tribù radiofoniche, unite dall’ascolto, dal contatto verbale e vocale con l’emittente, sempre più spesso chiedono, o comunque si adoperano per ottenerlo, 1) che il loro programma preferito e 2) la loro partecipazione (diretta o meno) ad esso acquistino visibilità, spazi per conoscersi e stare insieme, articolazioni e prolungamenti del ‘flusso’ comunicativo. Internet, da questo punto di vista, è il luogo ideale per far ritrovare le persone tra loro lontane ma unite da uno specifico interesse, una passione comune. In questo momento ci sono migliaia, forse milioni di individui che vivono sullo schermo una vita di parole date e ricevute in rete. Una vita o più vite: ce ne sono di quelli che se ne costruiscono molte contemporaneamente. 

Questa tendenza è non solo interessante in sé, ma anche per un altro motivo, abbondantemente messo in rilievo e documentato da Sherry Turkle nel suo ultimo lavoro, La vita sullo schermo: in rete, la comunicazione verbale, costruita e ritmata su un andamento tipicamente orale, viene eseguita attraverso la scrittura. Si produce, dunque, ancora un’ibridazione forte tra oralità e scrittura: in tutte le occasioni (giochi di ruolo, dibattiti, chat, messaggerie varie) nelle quali si partecipa a relazioni in rete si costruiscono con la scrittura discorsi che vanno e vengono, si sovrappongono, si cancellano immediatamente, proprio come accade con la lingua orale. Attraverso la scrittura, inoltre, si può dare vita a veri e propri mondi paralleli, alternativi, comunque dinamici e interattivi. Anche la semplice lista di titoli delle esecuzioni della Voce dedicate a singoli individui, acquista questa particolarissima connotazione di un reale fantastico, specialissimo, che esiste soltanto in quel luogo eppure assume una consistenza estesa anche fuori della rete. Tanto sono forti e radicalmente affettivi questi richiami che capita sempre più spesso che le stazioni radio o i programmi, che sviluppano un’intenso scambio partecipativo in Internet, presto o tardi si facciano promotori di iniziative di incontro fisico con e tra gli ascoltatori. Perciò il 5/6/7 giugno 1998 si è tenuto a Brisighella il primo Caterraduno, una grande festa-spettacolo che ha fatto incontrare gli autori e i radioascoltatori, e soprattutto questi ultimi tra di loro. Nel sito Internet si può scaricare il testo di un volantino-invito e appiccicarlo sulla macchina o sul camper per riconoscersi: al grido di "Vado anch’io al Caterraduno" accompagnato dal logo del programma, tutte queste persone si sono trovate,hanno fatto amicizia, hanno ballato e cantato, forse si sono innamorate.

Per settimane in trasmissione e in rete (c’erano il programma ufficiale, tutte le informazioni su Brisighella e un servizio di passaggi da dare e da ricevere per arrivarci) si è organizzato il Caterraduno, di quello si è discusso e a quello ci si è preparati. 

Così la radio, pura voce straordinariamente visionaria, quella che McLuhan chiamava "tamburo tribale", e Internet, una cosa ultramoderna che parla e racconta alla stregua di un menestrello medievale, fanno vivere la tribù dei Caterpilliani, un popolo sconosciuto agli atlanti e alle enciclopedie della cultura ufficiale.

La radio, in questa sua nuova veste di voce che organizza e dirige un concerto di voci, resta un media ‘caldo’, ma che va ‘raffreddandosi’ per effetto del suo dialogare continuo via telefono (e via rete) con i suoi destinatari: come in rete, anche in diretta gli ascoltatori partecipano attivamente al prodursi del flusso comunicativo, sono chiamati a riempirlo, a darvi senso e direzione. Tra l’altro, il numero crescente di ascoltatori che telefona con il cellulare (sempre più strumento di contatto affettivo, ma questa è un’altra storia ancora da raccontare) arricchisce la comunicazione di ulteriori elementi di ‘freddezza’: comunicazioni che cadono, rumori di fondo spesso molto disturbanti, giochi e malintesi proprio per effetto dei buchi nello scambio, e così via. Anche questi rumori diventano, quindi, parte integrante del programma, elementi di punteggiatura del continuum sonoro. Un altro importante elemento di ‘raffreddamento’ è costituito dall’ironia di chi telefona, misura della sua capacità e del suo gusto di mettersi in gioco, di rivelarsi attraverso freddure, doppi sensi, progressivi svelamenti: a Caterpillar la formula di contatto ormai entrata in uso è: "Sono io?", e i conduttori, "Sei tu".

E infine la Voce: questa meravigliosa fantasia sensuale e ironica insieme, che alimenta il fascino del contatto, dell’essere sintonizzati, della condivisione di istanti così esclusivi. Così esclusivi che, lo anticipavo sopra, la Voce offre prestazioni su richiesta: in rete sono già organizzate per voci. Gli ascoltatori chiedono e Lei esegue. Per uno soltanto e c’è vicino il suo nome. Ma la Voce non la puoi fermare, e quei file wav dilagano, chiunque se ne può appropriare (noi, ad esempio, abbiamo catturato un "Ahi" da associare ad ogni errore in un programma). La lista comprende: aperture e chiusure di Windows, segnalazioni di errore, avvisi di ricevimento posta ("Tesoro, è arrivata una lettera …"), chiusure di applicazioni, messaggi per segreterie telefoniche.

La Voce, caldissima fonte di informazioni fantasticate nella cura erotica dell’esecuzione sonora, si traduce in una sorta di attualissimo Fantasma dell’Opera (al femminile): simbolico momento di riconquista di una condizione orale primaria.

Il reciproco influsso dei media sonori e audiovisivi e le loro scambievoli trasformazioni offrono, dunque, ambienti sempre più ‘tiepidi’, densi e insieme fluidi, che permettono di sperimentare e praticare culture e linguaggi misti, fatti di voci che vociano e parlano scrivendo, di scritte che segnano e scrivono parlando.