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Recensione di Gian Marco Pinna

Tratto da NIM (Newsletter Italiana di Mediologia).
La società tecnologica odierna può essere divisa tra emigranti e nativi digitali.
I nativi digitali sono la generazione che usa le tecnologie con la capacità di chi nasce con esse a disposizione, mentre per emigranti ci si riferisce a coloro che hanno appreso ad usarle nel corso della propria esistenza.


Allo stesso tempo non si può riflettere obiettivamente sulla propria esistenza se non raccontandola ad altri continuamente, accettando di adattare la modalità narrativa in relazione del punto di vista e delle capacità dell’interlocutore che interverrà per esprimere opinioni, contribuire con le proprie esperienze e talvolta per fare parte del percorso. Per rendere possibile ciò è fondamentale che vi sia un’omogeneità culturale e lessicale che agevoli uno scambio reciproco tra gli elementi individuali e quelli appresi nei rapporti comunitari.
La natura comunicativa delle competenze informatiche consente infatti di ridefinire i ruoli dell’apprendimento, creando nuovi scenari che offrono agli studenti opportunità in cui vengono privilegiate le capacità atte a situare l’abilità comunicativa in relazione all’uno o all’altro sapere, ossia a poterne fare un uso consapevole.
“Didattica e comunicazione di rete” è il vissuto esperienziale di un percorso comunicativo del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive dell’Università Roma Tre che ha evidenziato come, con l’utilizzo di strumenti tecnologici e tramite la sperimentazione di modalità anche innovative (ma non solo), si realizzi e ottenga un efficace quanto reciproco profitto culturale. Gli utenti hanno avuto a disposizione tecnologie che, opportunamente presentate, non hanno lesinato a usare per partecipare e apprendere, come mai era stato possibile prima, attraverso una serie di strumenti comunicativi che hanno consentito un’assoluta libertà di espressione dei propri bisogni e della possibilità di accedere a forme di sapere non veicolate o strutturate.
Attribuire all'istruzione universitaria una finalità di formazione delle abilità cognitive svincolata da attività pratiche specifiche vuol dire anche ritenere neutro il contesto nel quale si svolge una certa esperienza rispetto alle capacità che ci si propone volere sviluppare. L’usuale distinzione tra “comunicatori” e coloro che “subiscono” la comunicazione è in questo testo volutamente ignorata a favore di un confronto che asseconda invece necessità conoscitive in cui l’utilizzo della tecnologia è solo l’opportuna “modalità” didattica.
Le tipologie di e-learning presentate mostrano infatti come la personalizzazione dei tempi e delle modalità di apprendimento sia proficua e per il discente che per il docente e di come vi sia un ulteriore vantaggio nella condivisione di ambienti dove abitualmente regna, e si insegna, l’individualità. Gli ambienti informatici di apprendimento sono difatti orientati a dare enfasi alle fasi di realizzazione della conoscenza, e non meramente alla sua riproduzione, tramite anche l’utilizzo di esercitazioni autentiche che offrono alcune rappresentazioni multiple della realtà (come quelle presentate negli articoli di Martini e Pireddu) o altre esperienze tese al favorire la cooperazione attraverso pratiche di negoziazione sociale o momenti di lucida riflessione professionale (come negli interventi di Margapoti e Maragliano).
Proprio Maragliano, nell’ormai lontano “anno informatico” 1996, affermava come i processi informativi in ambito scolastico portavano inevitabilmente il superamento delle modalità didattiche lineari e monomediale. La conoscenza, utilizzando un concetto caro a Wittgenstein, è un territorio in cui è necessario passare ripetutamente da direzioni diverse nello stesso luogo, affinché i contenuti siano riutilizzati e concettualmente rivisitati in molteplici occasioni, in tempi e in contesti differenti. In breve, agli studenti è offerta la possibilità di acquisire gli strumenti culturali cronologicamente idonei e tecnologicamente adeguati.
L’anomia telematica è una reazione a situazioni di carenza o mancanza di integrazione causate da un mutamento nelle condizioni materiali di esistenza di determinati gruppi sociali a cui non corrisponde, in modo esaustivo, un cambiamento sociale.
E’ facile compito dedurre come sia una precisa responsabilità di ogni istituzione prevenirne i sintomi o affrontarne gli effetti: una realtà sempre più tecnologica deve essere necessariamente affrontata anche con strumenti sempre più avanzati.
Anche se ricco di spunti teorici, il testo non è scritto da o per sacerdoti del sapere ma da e per coloro che ritengono la comunicazione un bisogno intrinseco della natura umana di fronte alla quale è anche lecito esprimere la difficoltà di sentirsi non adeguati. Accettare la Rete come una dimensione in cui è imperativa la comprensione dell’altro, sia dei suoi bisogni che delle aree di criticità, è uno dei presupposti per fare comunicazione e non leggere di comunicazione. L’altro presupposto è la continua pratica comunicativa nella consapevolezza che non esiste “il metodo” ma che vi sono individui, come gli studenti e i professori che nel testo raccontano la loro comune esperienza, capaci di apprendere l’utilizzo degli strumenti tecnologici esistenti allo scopo di rispecchiare e far vedere agli altri la loro personale realtà e di comprendere, sinceramente, quella altrui.
 
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