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COME ERRIAMO

McLuhan dopo McLuhan

Autore: Mario Pireddu
Data: gennaio 2010
Fonte: Caffeina Magazine

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È stato già detto: il 2011 è l’anno di Marshall McLuhan. Tra i numerosi convegni e libri che quest’anno vengono dedicati in varie parti del mondo allo studioso canadese per il centenario della sua nascita, c’è un testo recente dal titolo Marshall McLuhan: You Know Nothing of My Work!, scritto da Douglas Coupland e più rivolto verso la pop-culture più che verso l’accademia. L’autore riprende esplicitamente la frase che McLuhan pronuncia durante il noto cameo nel film “Annie Hall” di Woody Allen del 1977, alla quale nella pellicola segue un improbabile “lei sta dicendo che tutti i miei errori sono sbagliati” (tradotto in italiano in modo più creativo con “lei sostiene che ogni mia topica è utopica”). McLuhan, si ricorderà, oltre che per la sua scrittura “a mosaico” e quindi poco lineare e per niente accademica, è noto anche per il suo spiazzante amore del paradosso e della contraddizione: un’altra sua citazione celebre, infatti, è quella che potremmo tradurre con “non sono necessariamente d’accordo con tutto quello che dico”.

 

Perfettamente a suo agio, almeno fino a qualche anno dalla morte, nel ruolo di icona pop e di bizzarro quanto acuto esploratore del cambiamento culturale e tecnologico dell’epoca televisiva, McLuhan viene oggi celebrato e studiato per quel che ha detto e scritto su media e nuovi media. Già, ma cosa sono i “nuovi media”? In diverse università del mondo si tengono corsi su media, mass media, personal media, nuovi media etc., e a pensarci bene questo avviene senza che esista una chiara definizione del campo di studi. Cosa sono i nuovi media per McLuhan e cosa sono i nuovi media per noi? Si tratta banalmente di una attribuzione cronologica che cataloga come “nuovo” un dispositivo che si diffonde dopo altri? E ancora, ci si riferisce unicamente ai mezzi di comunicazione o c’è qualcos’altro che va preso in considerazione?

Come ricorda anche Coupland nel libro appena uscito sul mercato statunitense, occorre ricordare che McLuhan arriva alle sue spiazzanti osservazioni sulla comunicazione non da un punto di vista privilegiato all’interno della IBM o di qualche altra società del settore tecnologico, bensì soffermandosi sullo studio degli autori del Rinascimento e le tecniche della prospettiva lineare, così come sui poeti e gli artisti di fine Ottocento, o ancora sui lavori dell’economista Harold Innis. Coupland definisce McLuhan “un maestro del riconoscimento degli schemi (pattern)”. Per McLuhan infatti un medium non è qualcosa che ha a che fare esclusivamente con la comunicazione, poiché è in relazione con il mutamento antropologico più generale: “la mia definizione di media ha un senso molto largo” - dice a Eric Norden che lo intervista nel 1969 per il numero di marzo di Playboy - “include qualsiasi tecnologia che crea estensioni del corpo e dei sensi umani, dai vestiti al computer”. I media sono quindi per McLuhan indubbiamente la scrittura, la stampa, la radio e la televisione, ma sono anche la ruota, la città, gli indumenti, il denaro. Una distinzione importante McLuhan la fa per quelli che definisce “media dell’elettricità”, ovvero “il telegrafo, la radio, il cinema, il telefono, il computer e la televisione”, perché in quanto elettrici estenderebbero l’intero sistema nervoso centrale dell’uomo al pianeta. Da qui la visione ‘neurologica’ delle reti di comunicazione e la formulazione della metafora del “villaggio globale”, in seguito così abusata anche quando poco compresa.

Seguendo quindi le tracce di McLuhan, quale è il senso della dicotomia old media vs new media? Su giornali e testi universitari si tratta con disinvoltura l’argomento, ma quali sono i parametri delle distinzioni che vengono fatte? Alcuni studiosi parlano di nuovi media prendendo in esame tecnologie non considerate da altri studiosi nei loro lavori, o considerando vecchie alcune tecnologie dipinte altrove come nuove. Si parla poi spesso di nuove tecnologie tralasciando la storia specifica di ogni medium, la sua particolare storia evolutiva, la sua diffusione e gli usi sociali ad esso connessi. McLuhan, invece, sosteneva che una nuova tecnologia è un agente rivoluzionario, e aggiungeva che “nessun medium esiste o ha significanza da solo, ma soltanto in un continuo rapporto con altri media”, introducendo una sorta di semiotica della definizione dei media per differenza. Da qui l’altro celebre slogan volto a sottolineare che “il contenuto di ogni nuovo medium è sempre un altro medium”, e la sua particolare lettura del futuro prossimo. Negli anni Sessanta, mentre i computer erano per tutti enormi macchine da calcolo utili per i conti e la balistica, McLuhan scrisse esplicitamente: “in quest’era elettrica ci vediamo tradotti sempre più nella forma dell'informazione e avanziamo verso l’estensione tecnologica della conoscenza”. Ancora: “inserendo con i media elettrici i nostri corpi fisici nei nostri sistemi nervosi estesi, istituiamo una dinamica mediante la quale tutte le tecnologie precedenti, che sono soltanto estensioni delle mani, dei piedi, dei denti e dei controlli termici del corpo - tutte queste estensioni, comprese le città - saranno tradotte in sistemi d’informazione”.

La vera novità di un medium per McLuhan consiste quindi nel modo particolare con il quale ogni forma di innovazione ristruttura e ricostruisce il significato degli elementi presenti in precedenza. Detto in altri termini: se un medium che insiste più di un altro su un particolare campo sensoriale (ad esempio la stampa investe sulla vista e sulla distanza, la radio sull’udito e sull’oralità, etc.) diventa dominante in una data cultura, la novità consiste specificamente nel riequilibrio sensoriale che ne consegue. McLuhan delinea un suggestivo approccio allo studio dei media, per il quale ogni nuova tecnologia è tale perché rimette in discussione le gerarchie tra i sensi, ora privilegiandone alcuni, ora “narcotizzandone” altri. Per lui il vero “messaggio” di un medium o di una tecnologia è da cercare “nel mutamento di proporzioni, di ritmo o di schemi che introduce nei rapporti umani”. Da questo punto di vista i media, in quanto estensioni dei nostri sensi, non fanno altro che istituire nuovi rapporti, non soltanto tra i nostri sensi ma anche tra di loro (chi parla oggi di “ecosistema” a proposito delle strategie aziendali di Google, Apple, Microsoft, etc. deve qualcosa anche alle riflessioni di questo bizzarro letterato canadese scomparso nel 1980). Naturalmente la visione di McLuhan comporta brusche e per forza di cose riduttive cesure nella definizione di una storia sociale dell’Occidente: dall’uomo tribale dell’oralità primaria all’homo tipographicus della società delle lettere, fino all’uomo dell’era elettrica e della società dell’informazione.

Per quanto McLuhan abbia scritto pagine illuminanti sui limiti della cultura tipografica e di quella che ha definito in senso lato Galassia Gutenberg, le sue analisi non sono esaltazioni acritiche della nuova Costellazione Marconi. Nonostante abbia sempre giocato sul filo dell’ambiguità, infatti, il McLuhan “guru” e apologeta del nuovo mondo elettrico è più un’invenzione giornalistica che non una realtà. Sull’utilizzo dei media, infatti, lo studioso canadese aveva posizioni di fatto conservatrici: pur tra i pochissimi a vedere nei computer un vero e proprio medium centrale per la nascente società dell’informazione, McLuhan riteneva la cibernetica utile per “attenuare la transizione verso la nuova società”, immaginando una sorta di regolazione dall’alto dei diversi tipi di fruizione mediale da parte delle popolazioni. Ricette semplici fatte di alcuni mesi con meno televisione e più giornali, oppure con più televisione e meno radio, e così via: una “programmazione accuratamente orchestrata della vita sensoriale di intere popolazioni” per creare “un’esperienza totale dei media assorbita e modellata da tutti i sensi”. È difficile sapere cosa passasse realmente per la testa di McLuhan, e forse non è neanche così importante, perché quel che si celebra nel centenario è soprattutto una teoria dei media, un approccio mediologico al cambiamento culturale e tecnologico - dove culturale è tecnologico e viceversa.

Nonostante tutto quel che si di è detto e si dice sul McLuhan “mistico”, “religioso” o ancora “cattolico”, il suo lascito più importante è forse contenuto in un’altra delle risposte a Eric Norden, che va letta come una nota metodologica a tutti gli effetti laica: “dimostrare il proprio risentimento contro una nuova tecnologia non serve a fermarne il progresso”. Davanti al proliferare di testi, saggi e pamphlet sui nuovi media, molti dei quali pregiudizialmente ostili a qualsiasi innovazione o cambiamento socio-tecnologico - e spesso scritti da persone che ostentano come fosse un vanto la loro assenza dalla rete, dai social network, dalla realtà delle apps per smartphone e tablet - conviene non scordare le parole di McLuhan, perché capire il mutamento tecnologico equivale a comprendere il mutamento sociale attuale e forse qualcosa in più del futuro che ci aspetta.

 

 

 
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