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Frontiere dell'ebook

OGGETTI, SOGGETTI E ALTRO NELL'APPRENDIMENTO

Autore: Roberto Maragliano

Data: settembre 2010

Fonte: EbookFest2010

Soggetti, oggetti, ambienti dell’apprendimento. C’erano una volta, verrebbe da dire. C’erano una volta, appunto, dei confini chiari tra i diversi enti e delle funzioni altrettanto chiare loro affidate. Chi apprende e chi insegna, i luoghi deputati alla riproduzione del sapere (scuola e università in primo luogo), gli oggetti da e su cui acquisire conoscenza in modo formale (il libro in primo luogo). Poi, è avvenuto che tutte queste distinzioni hanno cominciato ad attenuarsi. Colpa della tecnologia, soprattutto di quella digitale, ben più insidiosa di quella audiovisiva, che ha posto le condizioni perché si affermasse la situazione odierna, dove tutto è confuso e mobile, dove tutto sembra sfuggire e fluire, prevalendo su tutto la dimensione del melmoso e del liquido.


Questa è la narrazione consolatoria che abbiamo voluto darci e che i media ereditati dall’era precedente si e ci raccontano con assiduità, in ciò andando in perfetta sintonia con quel che pensa l’uomo della strada (pure accademico, insegnante, saggista che sia: è pur sempre un uomo della strada se indulge allo schema riduttivo del ‘profumo della carta’, e se si fa veicolo dell’argomento del ‘vuoi mettere?’).
Come uscire da questa situazione?
Intanto riconoscendo che non è veritiera, né per il presente né per il passato, lo è invece in base ad un approccio parziale al problema, approccio parziale che è proprio delle istituzioni educative, o meglio dell’educazione istituzionalizzata (con la storia che ha avuto e l’identità che si è via via costruita). Ma smette di esserlo se viene posta di fronte ai fatti e a una visione più larga del mondo (almeno più larga di quella interna ai confini dell’approccio accademico).
Allora molte cose ‘scomode’ saltano agli occhi. Per esempio, il fatto che c’è una matrice comune che sottosta alla figura dello scrivente e a quella del lettore: se il soggetto scrive e legge dentro lo stesso ambente materiale allora questa matrice risulta evidente. Così è nei carteggi, per esempio in quelli ottocenteschi e novecenteschi, dove la dimensione reticolare, di testi aperti al dialogo e contemporaneamente e provvisoriamente chiusi, rende ciascun frammento non autosufficiente. C’è bisogno dell’e-mail per capirlo? Forse sì…o forse no, visto che i più si rifiutano di comprenderlo.
Oppure la constatazione del come l’informale erxtrascolastico abbia sempre pesato sul formale scolastico, favorendo o sfavorendo la carriera scolastica dei singoli in relazione alla mentalità alfabetica di cui erano dotati (non certo per merito della scuola): con la differenza che essendo, col tempo, aumentato il tasso di ‘cultura’ e ‘sapere’ inscritto nell’esperienza conoscitiva non scolastica, questa incidenza potrebbe aumentare (e dovrebbe, se la si sapesse riconoscere e utilizzare, e invece non la si combattesse strenuamente, salvo che nel caso dei figli di papà).
Lo stesso argomento, volto a cogliere gli elementi di indeterminatezza, riguarda, anche per il passato, l’oggetto libro. Non tutti i libri, dal punto di vista della forma testuale, sono la stessa cosa: se un saggio e un romanzo sono forme chiuse e organizzate in base a ordinamenti lineari, non è così per una enciclopedia o un dizionario, che sono oggetti organizzati secondo il criterio del tutto arbitrario dell’ordinamento alfabetico. I primi sono testi, i secondi sono database (diremmo oggi). Dal punto di vista concettuale sono dunque cose diverse. Perché chiamarle allo stesso modo? Perché pensare che sollecitino gli stessi comportamenti?
Vengo al nostro tema. La lunga introduzione serve a far capire come io propongo l’ottica della tecnologia digitale. Non la vedo come causa ma come effetto e, se volete, come specchio (e dunque occasione di riflessione) di fenomeni reali in atto da tempo, le cui radici sono profonde e risiedono in quello stesso terreno che si pensa sia stato sconvolto dalle nuove strumentazioni (la dimensione reticolare del dialogo è presente nei testi saggistici, come testimoniano gli apparati di note, e la narrazione ad albero è tipica della grande stagione del romanzo ottocentesco).
Ecco allora la ‘provocazione’ che faccio qui. Continuiamo pure a chiamarli, se vogliamo, ebook, ma a due condizioni, di non credere troppo né a quella ‘e’ di elettronico né alla dimensione fisica del book. Alla prima andrebbe mentalmente sostituita la ‘i’ di internet e al secondo lo spazio concettuale e mentale del testo (quello di cui parla il bellissimo saggio di Ivan Illich, Nella vigna del testo, da tempo disponibile in traduzione italiana presso l’editore Raffaello Cortina) . Itext starebbe dunque a significare un testo mentalmente e concettualmente incrementabile tramite rete. Non una versione digitale di un libro chiuso, dunque, ma un testo proiettato sulla dimensione dell’autorialità collettiva e connettiva, dunque integrato all’interno di una cornice reticolare.
Questo, oltre a tutto, garantirebbe un ruolo dell’editore, che vi potrebbe fungere come tramite tra l’autore originario e la comunità dei coautori, non trovandosi più ad essere venditore di carta ma diventando agente e promotore di idee (dunque recuperando quella dimensione ‘salottiera’ e di veicolo del pensiero degli amici che ha coinciso con la parta più nobile dell’operato dei grandi editori europei).
Questo potrebbe valere fin da subito per l’editoria scolastica (prima del crac ormai imminente). L’editore propone un testo (che al limite è Creative Commons, dunque a disposizione di tutti) ma assieme ad esso, a pagamento, fornisce l’accesso allo spazio di commento e arricchimento del testo stesso. Il docente che lo adotta fa da tramite tra il lavorio della sua classe, la comunità del docenti che ugualmente l’hanno adottato e l’autore originario. In un certo senso nell’adottare il testo, il docente ne adotta anche l’autore mettendogli a disposizione, opportunamente filtrato, il quadro di elementi che scaturiscono dal rapporto tra quel testo e il comportamento reale di chi vi studia e lo studia, commentandolo e integrandolo. Man mano che l’esperienza va avanti, il testo aumenta, e si fa, come oggi usa dire, realtà aumentata.
Utopia? Certamente. Ma meglio sognare ad occhi aperti che cadere nell’incubo dei luoghi comuni. Meglio pensare al web 3.0 che rifiutare di schiodarsi (quando va bene) dal web 1.0.

 

 
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