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  PALESTRA FACEBOOK

 

 


Autore: Roberto Maragliano

Data: aprile 2010

Fonte: Genova città digitale

Nessuno mi farà passare di testa l’idea che se oggi leggo testi in modo ‘naturale’ e spontaneo (anche quando non vorrei, anche quando la scritta pubblicitaria m’entra proditoriamente e improvvisamente nello spazio visivo, mentre guido o vedo un film) e se, fatti i debiti distinguo tra situazioni da me scelte e situazioni imposte, provo una qualche soddisfazione e talvolta pure piacere nell’attività del leggere, questo avviene perché da piccolo, prima durante e dopo la scuola, frequentavo assiduamente fumetti e libri illustrati: è lì che sono diventato lettore compiuto, è lì che ho solidificato la mia enciclopedia e il mio dizionario di lettore. Probabilmente se avessi avuto come cattedra soltanto quella scolastica le cose non sarebbero andate così lisce e oggi avrei difficoltà e sentirei peso nel leggere (come difficoltà e peso provano tanti giovani studenti ai quali scuola e università impongono dosi eccessive di lettura coatta).


Nessuno mi farà passare di testa l’idea che se si vuole capire che cosa è il web oggi, lo si deve ‘abitare’, questo web, esattamente come si faceva col giornaletto, che permetteva di abitare la scrittura e di farla dialogare con le immagini. Quale occasione migliore per comprendere la rete (e per farsi rete) che essere amici attivi di e in Facebook? Lì le più eterogenee delle teorie accademiche (il web 2.0, le identità multiple, il multitasking, il grande fratello, l’intelligenza connettiva, il mix di privato e pubblico) trovano attuazione e composizione. In questo sta la ‘funzione pedagogica’ di Facebook, nel permettere a ciascuno, indipendentemente dal suo livello di consapevolezza, di farsi cittadino del web, e nel fargli mettere in gioco i molti ruoli e le molte funzioni che comporta il prendere parte attiva a tale forma di cittadinanza. Basterebbe questo a definire la qualità pedagogica a mio avviso elevata dello stare in Facebook. Non solo andarci ma soprattutto starci fa bene perché lì s’impara ludicamente a produrre, organizzare, mediare testi, a gestire immagini e video, a saccheggiare la rete e riproporne frammenti ad altri, a calibrare i propri interventi adattandoli ai diversi contesti di comunicazione: insomma, vivere Facebook contribuisce ad arricchire il bagaglio di competenze operative del cittadino del web. Ma andarci e starci fa bene anche perché una simile esperienza costringe ad affrontare il compito quanto mai arduo di definire e giocare la propria identità (al singolare o al plurale) di portatore di cittadinanza telematica: e così, vivere Facebook rappresenta un’ottima occasione per raccogliere elementi utili in vista dell’esigenza di dotarsi di uno strumento su cui riflettere i propri modi di stare al mondo, per di più riflettendoci sopra (anche col concorso degli altri). Facebook andrebbe inteso, o meglio io preferisco intenderlo come una vera e propria palestra: sia per il versante tecnico sia per quello socio e psicologico. Per non dire poi di quel che comporta sul piano antropologico.
Già, perché non dirlo? Perché non provare a dire che anche in forza di ambienti web come questo stiamo assistendo allo sviluppo di un nuovo profilo antropologico? Se si ha ritegno a sostenerlo, soprattutto in un paese come il nostro e in una lingua come la nostra, è perché molte delle abitudini correnti, e degli schemi che le designano e interpretano, sono manifestazioni di scelte tecnologiche ricevute e interiorizzate a un tale livello di profondità da non essere più intese come scelte tecnologiche. Scelte diventate per questo comode come vecchie pantofole o poltrone, alle quali non ci riesce di rinunciare. Di qui la paura del nuovo e la tendenza a demonizzarlo. Dalla divisione degli spazi domestici in ambienti ‘specializzati’ (ragione per cui non riceviamo in bagno o in camera da letto, salvo debite eccezioni naturalmente!), all’impiego di pezzi di carta o di cartoncini rigidi per entrare in possesso di oggetti, dall’identificazione tra disciplina scientifica e libro che ad essa si richiama al calcolo delle distanze geografiche e dei tempi di percorrenza in funzione dei mezzi utilizzati: quelli che ho elencato in ordine sparso sono modi di intendere il mondo in cui la tecnologia svolge un ruolo determinante, modi che l’abitudine ha fatto diventare naturali, quasi una seconda pelle, e tutto ciò man mano che la tecnologia che ne stava all’origine subiva un processo di interiorizzazione. Nessun cambiamento è indolore. Qualcosa si guadagna, qualcosa si perde. Se prima dell’avvento delle macchine industriali c’era un mondo decisamente più silenzioso e meno inquinato di quello in cui ci è dato di vivere oggi, è pur vero che le condizioni per godersi tali vantaggi erano molto limitate e riservate a pochissimi.
Analogo discorso per la comunicazione. “Vuoi mettere il faccia a faccia?” sento dire frequentemente. Sono d’accordo, voglio mettere. Ma penso anche che è grazie a strumenti che vanno al di là dei limiti temporali e fisici dell’incontrarsi di persona che siamo quel che siamo, oggi. Personalmente non ho incontrato mai né ho scambiato impressioni e pareri e confidenze con Dante o con Disney, però il loro dire è parte del mio dire e ciò in forza delle tecnologie di cui l’uno e l’altro si sono serviti. Se noi tre condividiamo, almeno in parte, una stessa antropologia è perché le tecnologie che l’uno e l’altro hanno usato hanno permesso a me, misero terzo, di entrare in forte confidenza e quasi comunione col loro alto sentire, sentendomi grazie a loro più alto. Con Facebook, analogo discorso. Se proprio voglio confrontarlo con qualcosa debbo confrontarlo con un’altra tecnologia. Confrontarlo con il ‘mondo reale’ nudo e crudo è un atto di disonestà, non fosse altro per la semplice ragione che il mondo nudo e crudo, per l’uomo, non esiste, essendo l’uomo, costituzionalmente, un essere che per ‘essere se stesso’ ha bisogno di incorporare tecnologia. Una delle tecnologie del presente è questa. Bella, brutta, buona, cattiva? Non me la cavo dicendo che dipende dall’uso, perché una torta buona resta buona anche se la scaglio in faccia al mio avversario, dico piuttosto che se debbo scagliare qualcosa in faccia a qualcuno è meglio che sia una torta, no? E dunque, se debbo fare prova (ed è bene che lo faccia con pazienza, assiduità e dedizione) non solo del mio modo di stare nei confronti degli altri ma anche del modo con cui gli altri mi colgono e accolgono, bene non c’è risorsa migliore di Facebook, almeno per ora. Mi si dirà che lì ci sono molti elementi di falsità, che le figure di cui mi posso attorniare non sono di veri amici. Vero. Ma, obietto, chi sono i veri amici? Nessuno aveva di che dire quando il termine veniva usato, nella prima Repubblica, tra seguaci dello stesso partito, sovente in asprissima lotta tra di loro. Perché tanta furia ora? Non c’è che una risposta: perché più vanno avanti le cose nostre di uomini e donne, più il nostro rapporto con le tecnologie è stretto, riflettendoci in esse, più il desiderio di non vedere quello che vediamo di noi si fa elevato, e altrettanto elevato il bisogno di prendersela con lo specchio.

 

 

 

 
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