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Solitudine e socialità

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SOLITUDINE E SOCIALITÀ

In: Pedagogika.it - Numero 3 Anno XIV - La società nella rete

Autore: LTA | Laboratorio di Tecnologie Audiovisive | Università Roma Tre

Anno: 2010
Editore: Stripes
ISSN: 1593-2559

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Fonte: Pedagogika.it

 

Per noi, scrittori-lettori-attori di rete, questa forma di solitudine - che è quella del fare e stare in rete, da soli e contemporaneamente insieme agli altri - costituisce un investimento produttivo e rilassante insieme: sapere di poter contare sugli altri oltre che su se stessi allenta le forzature emotive sulle proprie prestazioni comunicative e culturali e, nello stesso tempo, ridefinisce il senso complessivo della propria presenza in termini di responsabilità e di partecipazione.

Il senso di una sfida

"Era tutto disgustoso. Incessantemente. L'agressione sensoria. Non può sapere. L'incontinenza. Il vomito. La puzza stessa. Il rumore. Il furto del sonno. L'egoismo, lo sconvolgente egoismo del neonato, non ne ha idea. Nessuno ci aveva preparati a niente di tutto questo, alla pura e semplice sgradevolezza di tutto questo.

Le spese folli per cose di plastica pastello. Il fetore cloacale della sua cameretta. I bucati a non finire. Gli odori e i costanti rumori. Lo sconvolgimento di qualsiasi programma. Le bave e il terrore e gli strilli. Magari se qualcuno ci avesse preparati, avvisati in anticipo. L'infinita riconfigurazione di ogni programma incentrato su di lui. Sui suoi desideri. Regnava dalla culla, regnava fin dall'inizio. Regnava su di lei, l'ha soggiogata e plasmata. Fin da piccolissimo, il potere che esercitava! Ho conosciuto la sua ingordigia senza fondo. Di mio figlio. Di un'arroganza al di là di ogni immaginazione. L'ingordigia regale e il disordine irriguardoso e la crudeltà incurante - la sua letterale assenza di riguardo. Qualcuno ha mai considerato il vero significato di questa espressione?" (David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi, Torino, Einaudi, 2000, p. 217).

 

Così un padre rovescia sul lettore le sue reazioni intestine (è proprio il caso di dirlo!) alla presenza sporca e profondamente fastidiosa del figlio neonato: un radicale e totale rovesciamento di prospettiva, dall'immagine rosa carne e profumata di talco del neonato innocente a quella puzzolente e urlante del neonato fagocitante. Allo stesso modo, per noi, gruppo del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive (http://LTAonline.uniroma3.it), la scelta di doverci confrontare con un argomento formulato in termini radicalmente opposti a quelli a noi consueti ha preso il gusto di una sfida totale. Dovendo infatti scegliere l'argomento per il contributo che state leggendo, come prima reazione alla lettura dell'elenco proposto della direzione della rivista abbiamo espresso un collettivo e sentito NO! al tema indicato come "La solitudine dell'internauta: tra comunicazione globale e isolamento sociale". Poi, però, ci siamo detti: perché non accettare la sfida e provare ad esplorare a modo nostro proprio questo tema, mostrandone una visione dal di dentro, e quindi rovesciata rispetto al luogo comune: la visione di chi quotidianamente, per ragioni personali e professionali, frequenta la rete e non per questo smette di leggere libri e giornali, vedere film, seguire la televisione e la radio e, soprattutto, vivere, incontrando e scontrando gente e situazioni? E perché non farlo attraverso un'esperienza di scrittura collettiva (e connettiva) di rete, ciascuno lavorando per sé davanti al suo monitor, e tutti operando su un testo che via via si costruisce insieme? Il frutto di questa sfida, giocosamente serissima, è il testo che avete per gli occhi e per le mani in questo momento, frutto di un'esperienza wiki. Per chi non lo sapesse: wiki è un ambiente di rete per la scrittura condivisa e, nello stesso tempo, uno degli esempi di pratiche che nel mondo fisico non è possibile ri-produrre. Non a caso il wiki ha a che fare con il rapporto fra la solitudine, tipica dello scrivere, e la collaborazione, tipica delle procedure, non solo individuali, attraverso cui un testo viene reso pubblico (qualcuno lo rilegge e lo modifica, un altro lo adatta alla pubblicazione, ecc.). Nel mondo fisico questi rapporti sono di separazione: per esempio, il giornalista a scrive un testo, il redattore b lo modifica, il redattore c lo titola, il tipografo d provvede all'ultimo atto della sua resa pubblica: si tratta di atti separati, condotti in ambienti e su oggetti diversi; nel mondo della virtualità della scrittura, invece, possono essere atti svolti da un'unica persona oppure, ed è questa la ragione per cui ne parliamo qui, svolti da più persone ma sul medesimo oggetto, che via via si trasforma, e nel medesimo ambiente (cioè tutti utilizzando gli stessi strumenti).

Dunque, anche soltanto col raccontarvi come abbiamo prodotto il testo che state leggendo, dove ognuno dei redattori ha messo qualcosa e poi modificato o integrato quanto messo da lui o dagli altri, anche solo con questo e per questo siamo perfettamente (e provocatoriamente) in tema. Non condividiamo, infatti, l'idea di demonizzare la condizione di solitudine, relativamente alla rete. Non capiamo perché, quando questa caratteristica dell'essere separati/protetti dagli altri e dal mondo riguarda la rappresentazione canonica dello studioso o del lettore silenzioso, automaticamente viene associata ad un valore positivo mentre, quando riguarda la rappresentazione dell'individuo in rete subito si tramuta in fatto negativo. Perché, insomma, la solitudine è considerata egoistica, frustrante, pericolosa se associata alla rete ma non se associata alla pagina di un libro. Non basta far balenare la contraddizione, occorre anche mettere in evidenza che questa idea della solitudine come isolamente psicologico e sociale impedisce di pensare alla condizione dell'essere soli come ad uno stato attivo e produttivo, come un modo per pensare, ricaricarsi, fare silenzio e proteggersi dai rumori del mondo. Per noi, scrittori-lettori-attori di rete, questa forma di solitudine - che è quella del fare e stare in rete, da soli e contemporaneamente insieme agli altri - costituisce un investimento produttivo e rilassante insieme: sapere di poter contare sugli altri oltre che su se stessi allenta le forzature emotive sulle proprie prestazioni comunicative e culturali e, nello stesso tempo, ridefinisce il senso complessivo della propria presenza in termini di responsabilità e di partecipazione. Dunque, si fa di più e meglio perché così si contribuisce alla costruzione di un bene comune.


Solitudini a confronto

Tenendo ferma l'attenzione sul rovesciamento di prospettiva che qui stiamo proponendo, leggete queste righe:

“Immaginate un mondo alternativo identico al nostro fatta eccezione per un cambiamento tecno-storico: i videogiochi sono stati inventati e diffusi prima dei libri. In questo universo parallelo, i bambini da secoli giocano con i videogame e a un certo punto arrivano questi testi impaginati che subito fanno furore. Che cosa direbbero gli insegnanti, i genitori e le autorità culturali di questa frenesia per la lettura? Ho il sospetto che i loro interventi suonerebbero più o meno così : Leggere i libri sottostimola cronicamente i sensi. A differenza della lunga tradizione dei videogiochi - che assorbono il bambino in un mondo vivido, tridimensionale, pieno di immagini in movimento e paesaggi sonori, che si esplorano e si controllano attraverso complessi movimenti muscolari - i libri sono semplicemente un’inutile striscia di parole su una pagina. Durante la lettura viene attivata soltanto una piccola parte del cervello dedicata all’elaborazione del linguaggio scritto, mentre i videogiochi impegnano l’intera gamma delle cortecce sensoriali e motorie. I libri inoltre portano tragicamente ad isolarsi. Mentre i videogiochi da anni impegnano i giovani in complesse relazioni sociali con i loro coetanei, che costruiscono ed esplorano mondi insieme, i libri costringono il bambino a rinchiudersi in uno spazio silenzioso, lontano dall’interazione con altri bambini. Queste nuove 'biblioteche' che sono sorte negli ultimi anni per facilitare le attività di lettura sono spaventose alla vista: decine di ragazzini, normalmente vivaci e socialmente interattivi, seduti soli in degli stanzini, a leggere i silenzio, incuranti dei propri coetanei. Molti bambini amano leggere libri, ovviamente, e di certo alcuni voli di fantasia trasmessi dalla lettura hanno i propri meriti. Ma per una considerevole percentuale della popolazione, i libri sono assolutamente discriminatori. La mania della lettura degli ultimi anni è una crudele derisione per i dieci milioni di americani che soffrono di dislessia: una condizione che non esisteva nemmeno in quanto tale prima che il testo stampato facesse la sua comparsa a stimmatizzare chi ne è affetto. Ma forse la caratteristica più pericolosa di questi libri è il fatto che seguono un percorso lineare fisso. Non è possibile controllarne la narrazione in alcun modo: ci si siede semplicemente in disparte e la storia viene imposta. Per chi di noi è cresciuto con la narrazione interattiva, questa caratteristica può sembrare incredibile. Perché dovremmo imbarcarci in un’avventura totalmente preparata da un’altra persona? Eppure la generazione di oggi lo fa milioni di volte al giorno. Questo rischia di instillare una passività generale nei nostri figli facendoli sentire impotenti di cambiare gli eventi. Leggere non è un processo attivo, partecipatorio; è un processo remissivo. I lettori di libri della generazioni stanno imparando a 'seguire la trama' invece di imparare a condurla.”

Che ve ne sembra? Che significato attribuite a questa seconda provocazione? Vi basti sapere, per ora, che viene da un testo di Steven Johnson che già col titolo (per non dire del sottotitolo) mostra d'essere tutt'altro che accomodante: Tutto quello che ti fa male ti fa bene. Perché la televisione, i videogiochi e il cinema ci rendono intelligenti (l'ha tradotto Mondadori nel 2006, e il brano riportato sta a p. 26).

Se ancora non vi è chiaro dove stiamo andando con questo nostro rivedere e ribaltare il discorso corrente sui presunti rischi di alienazione collegati alle pratiche di frequentazione della rete, scorrete il brano che segue:

“Ambrogio era un lettore straordinario. 'Quando leggeva', dice Agostino, 'i suoi occhi esploravano la pagina e il suo cuore coglieva il significato, ma la sua voce taceva e la sua lingua era ferma. Chiunque poteva avvicinarlo liberamente e i visitatori di solito non venivano annunciati, cosicché spesso quando si recavano da lui lo trovavano immerso nella lettura, in silenzio, perché non leggeva mai a voce alta'. Gli occhi che esplorano la pagina, la lingua immobile: è così che descriverei un lettore di oggi, seduto con un libro in un caffè presso la basilica di sant'Ambrogio a Milano, mentre legge, magari, le Confessioni di sant'Agostino. Come Ambrogio, il lettore è diventato sordo e cieco al mondo, alla gente che passa, al traffico, agli edifici che lo circondano. E nessuno si meraviglia della sua concentrazione: un lettore assorto è diventato un luogo comune [...] Guardando sant'Ambrogio che leggeva in quel pomeriggio del 384, è difficile che Agostino si sia reso conto di cosa stava osservando. Pensava di vedere un lettore che cercava di evitare il disturbo delle visite, e risparmiava la voce per le lezioni. In realtà stava guardando una folla, una quantità di lettori silenziosi che nei secoli futuri avrebbe incluso Lutero, Calvino, Emerson, e tutti noi che oggi lo leggiamo" (così Alberto Manguel, Una storia della lettura, Milano, Mondadori, 1997, pp. 52-63).


La condizione di lettore silenzioso, per come si è gradualmente affermata nel tempo, prima associandosi alla lettura "borbottante" ad alta voce, poi sostituendosi completamente ad essa, ci fa apparire come "naturale" uno stato emotivo, fisico e culturale che, invece, è frutto di una progressiva e lunga ridefinizione delle pratiche di lettura. Il lettore per come lo conosciamo oggi non può non essere un soggetto silenzioso, solo, isolato, nel complesso del tutto alienato dal contesto in cui è inserito. Questo apparente stato di natura, vera e propria "seconda natura" del soggetto che legge, non crea più scandalo, anzi, si è affermato come la condizione normale non soltanto della lettura ma di tutte le attività di studio e di ricerca. Ora, proprio il fatto che si tratti di una costruzione culturale rivela il ruolo fondamentale giocato dalla tecnologia libro nel diffondere ed imporre le sue regole e, dunque, permette di riconoscere che, sempre, le tecnologie svolgono azioni determinanti nel diffondere ed affermare modi e modelli diversi per costruire e diffondere sapere e conoscenza. La tecnologia "libro" è stata pienamente interiorizzata, dunque le caratteristiche della performance che le è propria sono accolte e considerate positivamente; le stesse caratteristiche, se associate ad una tecnologia allo stato nascente, o comunque non ancora pienamente integrata nell'immaginario e nelle pratiche sociali, sono viste in chiave negativa.

Al di là delle immagini prevalenti, nell'affiancarsi alla solitudine del lettore la solitudine del navigante tende a combiare le cose, proprio in termini generali (sempre che, naturalmente, si accetti di fare lo sforzo necessario per liberarsi dei luoghi comuni). Il lettore in rete e di rete è sempre più, al tempo stesso, scrittore e co-autore; o comunque sa di poterlo essere, a partire dalle cose minime (per esempio girare ad altri una e-mail ricevuta aggiungendovi un commento) fino ad arrivare alle più complesse (per esempio collaborare alla redazione collettiva di un documento scritto, leggendo e modificando quanto via via producono gli altri). Dunque, praticare la rete aiuta a ridimensionare e relativizzare l'idea di solitudine del lettore. Questi, nel navigare la pagina si considera in un rapporto di comunicazione virtuale con l'autore di quanto legge, il 'lettore' di rete sa che quella comunicazione virtuale può in moltissimi casi diventare reale. E così, siamo approdati a delle conclusioni che possono apparire paradossali: nessuna delle due solitudini è totale; la solitudine di rete ha un elevato grado di socievolezza.

Solitudine del navigante e del lettore socievoli

C'è stata durante gli anni Novanta una tendenza a interpretare il fenomeno della comunicazione in Internet secondo un asse bene/male, più volte tornato a galla nella storia tutto sommato monotona dei media della conoscenza. Chi diceva che le "comunità virtuali" ricostruivano l'essenza pacifica e originaria della società, chi sosteneva la tesi dell'isolamento sociale provocato dalla tecnologia. Chi decantava le lodi di una comunicazione non più legata solo al luogo fisico in cui si vive, chi lamentava la perdita della vera comunicazione faccia a faccia e del "tocco umano" nelle relazioni. "Ah, signora mia, non ci sono più le relazioni di una volta", "A noi bastava poco per divertirci", "Prima era tutto più naturale". Naturalmente, soprattutto tra giornalisti e psicologi, è questa posizione difensiva ad avere avuto la meglio: ancora oggi leggiamo articoli e vediamo servizi in tv che collegano omicidi e violenze varie a videogiochi, chat, social network, YouTube, etc., e che rimpiangono il bel tempo che fu. E' vero che, almeno nei primi anni di utilizzo della rete, il numero ridotto di utenti voleva dire relazioni sociali online in qualche modo separate da quelle offline, ma è vero anche che l'idea di una "alienazione solitaria dell'internauta" è stata costruita estendendo genericamente lo stereotipo del 'nerd' o del 'geek' a tutta la popolazione di utenti della rete. Chi trascorreva del tempo in rete veniva dipinto in automatico come un ragazzino disadattato chiuso nella stanza per via dei suoi problemi di comunicazione con gli altri. Con la crescita dei numeri, invece, e quindi di una popolazione di navigatori sempre più grande, ciò che abbiamo davanti (o, meglio, ciò in cui ci troviamo) è una vera adozione di massa delle comunicazioni di rete: si tratta di un fenomeno che, soprattutto attraverso le pratiche dei blog e delle comunità, invita a vedere con occhi diversi la stessa realtà di Internet (e non è un caso, allora, che abbia rapidamente fatto fortuna la formula del web 2.0).

Con le parole di Clay Shirky:

"L'idea che gli strumenti di comunicazione sostituiscano i viaggi [...] presume che le persone si riuniscano principalmente per la ragione utilitaristica di condividere informazioni. [...] Se la comunicazione sostituisse i viaggi, gli effetti sarebbero sotto gli occhi di tutti da tempo, ma così non è stato. [...] I viaggi e la comunicazione sono complementari, non sostituiti l'uno dell'altro. [...] Ci riuniamo perchè ci piace farlo, non perchè è utile. Presumere che i videotelefoni, l'e-mail o la realtà virtuale possano ridurre il tempo complessivo che passiamo a viaggiare è come presumere che i supermercati uccidano i bar, dato che nei primi i prodotti sono molto più economici. [...] Le città non esistono solo perchè le persone devono essere vicine per comunicare; esistono perchè alle persone piace essere vicino, ed è proprio questo che crea capitale sociale e non un semplice scambio di informazioni. Questa chiara predilezione è stata ignorata durante la prima diffusione di Internet, perchè l'utente medio interagiva con persone diverse offline e online. [...] L'idea del cyberspazio aveva senso quando la popolazione di Internet contava pochi milioni di utenti; in quel mondo le relazioni sociali online erano davvero separate da quelle offline [...] e questi mondi difficilmente si sovrapponevano. Ma questa separazione era un effetto dell'adozione parziale della rete. [...] Nel mondo sviluppato l'esperienza del venticinquenne medio è quella di una sovrapposizione sostanziale tra amici e colleghi online e offline. La sovrapposizione è in effetti così perfetta che sia la parola che il concetto di cyberspazio sono caduti in disuso. Internet aumenta la vita sociale del mondo reale piuttosto che offrire un mondo alternativo" (in Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione, Codice, Torino, 2009, pp. 145-146).

Sono più o meno le stesse conclusioni di Manuel Castells (Galassia Internet, Milano, Feltrinelli, 2006), sociologo impegnato da anni nella descrizione di quella che chiama appunto "società in rete". Evidentemente, però, si tratta di conclusioni a cui continuano a giungere consapevolmente in pochi, mentre moltissimi continuano a vivere la loro vita di rete senza sensi di colpa e altri continuano a predicare sulla solitudine come isolamento, chiusura ed esclusione. Oggi che milioni di utenti vivono la loro vita integrando normalmente esperienze fuori e dentro la rete, c'è bisogno di considerare questo cambiamento come dato, e provare a mutare prospettiva, ribaltando l'atteggiamento difensivo in strategia per la crescita di consapevolezza e per la messa in discussione delle ideologie oscurantiste.


Proviamo dunque ad arrivare ad una conclusione. Lo facciamo rinandando sinteticamente al rovesciamento di visione (una sorta di doppio salto mortale) al quale abbiamo costretto il concetto di "solitudine". Essendo il processo di lettura per definizione atto solitario (o come lo definisce Walter Ong "solipsistico": v. Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna, 1986), al punto tale da essere considerato comportamento poco socievole e civile il leggere a tavola in presenza di altri commensali, la condizione di isolamento nella lettura è intesa come necessaria, mentre la solitudine dell'utente di rete, che pure è immersa, attiva, distesa, condivisa, partecipe, non è intesa come stato necessario alla concentrazione in attività. Così, almeno, vuole l'ideologia tuttora dominante. Noi, qui, abbiamo cercato di ribaltare l'idea che la solitudine comunicativa sia un problema e, anzi, le abbiamo attribuito un valore: stare da soli è condizione della possibilità stessa di comunicare con se stessi e con gli altri. Non basta. Proprio la "solitudine socievole" del vivere la rete come spazio di condivisione e com-partecipazione, di costruzione e di inter-connessione fa emergere la socievolezza del lettore e, aggiungiamo, dello scrittore perché, a volte, lo scrittore (che sempre scrive per qualcuno e mai per sé solo) scrive per un lettore, quel lettore (o quel "lettore modello"). Bene, e qui abbiamo compiuto il secondo salto di prospettiva, neppure il lettore è davvero mai solo, perché la sua solitudine è frequentata e rumorosa: egli abita luoghi tempi ed azioni del suo immaginario di lettore, fa parte di un'ampia comunità di lettori reali e ideali con i quali immagina di essere in relazione, così come immagina di poter fare con l'autore (e gli autori, che fanno famiglia tra di loro). Tutte queste sono attività consuete di chi vive normalmente i libri e la rete. Ma non è consueta e adeguatamente diffusa la consapevolezza di ciò che queste pratiche comportano. E' come se tutti noi fossimo vittime (o portatori inconsapevoli) dei proclami di un'assurda lotta per la sopravvivenza dei media che si svolge sopra di noi: assurda perché anche nel passato nessuna grande tecnologia comunicativa si è sostituita alle precedenti ma tutte hanno trovato e condiviso uno spazio. Ne viene che solitudine e socialità sono entrambi stati necessari, sia sul piano esistenziale sia su quello comunicativo: convivono nel lettore, nello scrittore e nell' "internauta" (che gioca tutti e tre questi ruoli insieme). Che senso ha, allora, continuare a porre il falso problema di una presunta solitudine che tale non è mai? E ancora: siamo proprio soli, noi, a sostenere queste tesi?

 
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