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INTERVISTA
A ROBERTO MARAGLIANO
SULLE TECNOLOGIE




In:
Innovascuola

Anno: 2010

Fonte:
Innovascuola

Professor Maragliano, partiamo da una «ricostruzione storica» delle tecnologie per la didattica nella scuola italiana. Lei è stato uno dei pionieri della riflessione. Che cosa è cambiato nel tempo e che a punto siamo oggi?
In estrema sintesi direi che qualche passo in avanti si è fatto, soprattutto da quando è maturato l'orientamento ad accogliere la tecnologia digitale all'interno della classe, liberandola dalla gabbia del laboratorio e quindi accettando che tale risorsa sia a disposizione di tutti, senza alcuna mediazione tecnica: a mio avviso, sono passi nella direzione giusta, che è quella che coincide con l'obiettivo di far interiorizzare e quindi rendere normale il ricorso a tali risorse in campo didattico.

Non è cosa di poco conto: uscendo dal laboratorio, il computer smette di essere macchina specialistica e diventa macchina generalista, che svolge le funzioni classiche di quaderno, diario, libro, lavagna (per ricorrere ai luoghi consueti dell'apprendere e dell'insegnare scolastici), ne media altre come radio, grammofono, cinema, televisione (i luoghi comuni dell'apprendere extrascolastico) e propone altre funzioni ancora, come simulazione, interazione, condivisione (luoghi specifici del fare e dell'essere digitale, non mediabili da altre strumentazioni). Con in più il fatto che queste cose il medium digitale le può svolgere contemporaneamente, anche collegandole tra di loro e arricchendole l'un l'altra. Usandolo in tutti questi ruoli, nessuno dei quali è da considerare esterno al campo della didattica, e usandolo 'normalmente', il computer via via perde il carattere di tecnologia: si interiorizza nell'utente.

 

In fondo, si può dire che sta succedendo la stessa cosa accaduta nel tempo con il libro stampato…
Esatto. Ormai nessuno di noi lo considera o lo tratta come tecnologia. Mentre scrivo al PC, io non penso alla macchina che ho di fronte, penso a quello che sto scrivendo, esattamente come avviene quando leggo: penso a quel che leggo, non alla macchina fatta di fogli che tengo in mano. Ecco: stiamo andando in questa direzione, del far interiorizzare la tecnologia digitale alla didattica scolastica. Più si procederà in avanti, meno la tecnologia sarà vista anche come ingombro. E la didattica ne guadagnerà in termini di elasticità e flessibilità per un verso, e di ricchezza di risorse e soluzioni per un altro. Naturalmente, non ci sono solo elementi positivi. Come avviene in tutti i processi di cambiamento reale, si registrano resistenze, ritardi, ostacoli di varia natura. Il più rilevante è, a mio avviso, nei pregiudizi nei confronti della cittadinanza digitale, ancora molto forti nel mondo esterno alla scuola, e di conseguenza presenti anche dentro. Qui il discorso rischia di diventare complesso e delicato. Mi limito a constatare che tali pregiudizi diminuiscono man mano che l'uso del digitale si normalizza e a far notare che se tanti docenti tuttora non usano la Rete per la loro vita extraprofessionale (condizione irrinunciabile per poterla positivamente usare per la loro vita professionale) la responsabilità di questo stato di cose va ben oltre i confini dell'amministrazione scolastica, e coinvolge ben altri aspetti che non quello didattico: politico, culturale, oserei dire antropologico.

Dai suoi ultimi saggi, e dalle sue ultime iniziative come il master 'Cinema: educare e comunicare', realizzato dal Laboratorio Tecnologie Audiovisive, emerge la centralità dell'educazione a linguaggi antichi, ma rivisitati, come l'immagine e il cinema. Quale ruolo possono avere nell'educazione oggi?
Le arti visive e sonore possono, debbono avere un ruolo fondamentale nell'attività di formazione, un ruolo che sia effettivamente corrispondente alla centralità che tali arti hanno avuto nella storia della cultura reale del nostro paese, da Giotto a Verdi, da Goldoni a Rossellini. La mia impressione è che il modello di sapere imposto alle scuole all'inizio del secolo scorso, fortemente anzi autoritariamente centrato sulle arti scrittorie, abbia sacrificato questa componente e che non si siano mai fatti sforzi effettivi per uscire da quel modello, soprattutto a livello di formazione secondaria. Fortunatamente fuori dei recinti scolastici le cose sono andate in modo diverso. Dovremmo esser grati alle tecnologie multimediali perché valorizzano questa nostra identità, irrinunciabile in termini di principio ma a cui nei fatti di scuola abbiamo rinunciato. Ecco allora che si tratta di recuperare l'insieme di questo «rimosso»: operazione che va fatta con la debita serietà, non adagiandosi su formulette e cominciando a minare luoghi comuni tuttora ampiamente diffusi in ambito pedagogico.

Ci fa degli esempi?
Che l'immagine sia riproduzione e sostituzione di realtà, dunque qualcosa di secondario; che la comprensione sia affidata solo al codice verbale; che solamente il codice verbale possa dar conto del significato di una musica, di un quadro, di un assetto urbanistico, di un fenomeno scientifico, eccetera. Se ci troviamo nella situazione che sappiamo, come Paese, è anche per la persistenza di tali pregiudizi. Quella del mutare pelle è un'impresa enorme, ne sono consapevole. Ma la possibilità stessa che possa essere additata e intrapresa mi consola della miseria in cui vedo talora stretta una cultura accademica dell'università e della scuola, appesantita dai suoi stessi falsi pensieri. Anni fa si cercò di porre il problema della revisione dei saperi scolastici all'attenzione pubblica e dell'opinione pubblica, sia in Italia sia in Francia (là se ne occupò addirittura uno come Edgar Morin). Non se ne fece nulla. La risposta a questa istanza fu e continua a essere negativa. Qui da noi facciamo cambiamenti scolastici o immaginiamo di fare cambiamenti scolastici ogni legislatura e non c'è ministro che non voglia lasciare il dicastero senza aver varato una sua grande riforma. Ma l'argomento dei saperi da ridefinire rispetto a una enciclopedia di matrice ottocentesca - o meglio del primo Ottocento, visto che poi c'è stata la crisi dei fondamenti, delle scienze come delle arti come delle tecniche - continua a essere rimosso, nella sostanza. Fortunatamente il mondo va avanti. Sfortunatamente talvolta scuola e università sembrano voler stare fuori del mondo: di quel mondo reale e globalizzato che, anche grazie alle tecnologie, ci conosce, appunto, per Giotto, Verdi, Goldoni, Rossellini. Assieme al mio gruppo sono impegnato a contrastare il fenomeno e favorire una presa di coscienza che porti a voltar pagina. E tengo a sottolineare che voltare pagina non vuol dire abbandonare la tradizione, vuol dire rileggerla. Ma che fatica!

Apprendimenti formali e informali: come possono essere coniugati a scuola grazie anche all'impiego dei (nuovi) media?
Uno dei vizi della scuola, e dell'università, è di considerare l'informale come un disturbo rispetto all'insegnamento e all'apprendimento. Ogni docente parte da zero. Ogni libro di testo fonda su se stesso il proprio sapere, tutto il resto è silenzio o errore. L'idea di rete, dunque di connessione e di integrazione è accettata solo se giocata al livello dei rapporti tra le discipline costituite. Ma viene da chiedersi: come si costituiscono tali discipline,? Come si forma l'idea di una disciplina mentale, in un ragazzo, se tutto quel che sa e sa fare per conto suo è prioritariamente escluso dall'azione didattica della scuola? Al contrario, penso che la scuola abbia il dovere di accogliere l'informale, cioè le risultanze dell'esposizione del soggetto al mondo, soprattutto al mondo dei media, facendo di questo la base e la sostanza per processi di formalizzazione. Dunque la prima pagina del libro scolastico, a mio avviso, dovrebbe essere il ragazzo, e il primo passo del docente scolastico dovrebbe essere quello dell'ascoltare. La condivisione di ambienti digitali, dove informale e formale sovente si mescolano - si pensi al fenomeno Facebook - favorisce tutto ciò. Ma perché questo avvenga il docente deve essere disposto a giocare (e mettere in gioco) la sua identità personale e professionale. Spesso si (e mi) chiede: chi me lo fa fare? La mia risposta è: la speranza, se volete la fiducia, di poter lavorare meglio, più serenamente, e anche con maggiore partecipazione e divertimento.

Molte sono le novità che si affacciano nella scuola in questi ultimi anni, dalla LIM alle classi 2.0. Emerge con forza il problema dei contenuti e delle agenzie che si propongono sul mercato e non: quale la sua idea in proposito?
Dell'università ho detto, potrei aggiungere che negli anni passati non ha dato un contributo positivo e universalmente riconosciuto come tale al tema della formazione iniziale e continua dei docenti scolastici. Non a caso si sta, faticosamente e non sempre limpidamente, cercando di cambiare impostazione. Come dimissionario della prima ora sia dell'esperienza IRRSAE sia dell'esperienza SSIS avrei le carte in regola per proporre il classico «l'avevo detto». Ma la ragione è, come si suole dire, dei fessi. Quindi taccio. E sto in paziente attesa di buone nuove. Quanto alle altre agenzie, credo che sull'editoria scolastica sia il caso di avviare un discorso serio e prospettico. Che gli editori di scuola detengano i contenuti e anche un buon know how didattico oggi non basta più, né basta che si diano da fare per sviluppare la loro azione coinvolgendo anche il web. Va bene, ma non basta. Si tratta invece di definire per tempo una strategia complessiva, che guardi alla realtà del mondo, e di puntare seriamente a un obiettivo coerente con la nuova condizione di multi (e molta) medialità. A mio avviso l'editore del futuro (un futuro che già ha avuto inizio) garantisce e si fa pagare servizi: dunque materiali, non importa in che configurazione, ma soprattutto ambienti di lavoro, ben organizzati e protetti, non chiusi al mondo. Solo in questo modo, dunque coinvolgendo la vita quotidiana del docente e fornendogli gli attrezzi e le condizioni per un altro modo di lavorare, si può pensare di contribuire e di farlo partecipare al cambiamento. Un editore o una qualunque struttura di formazione professionale del docente che non conoscano e non pratichino l'universo dei social network rischiano di avere pochissimo futuro.

Per finire affrontiamo un’altra problematica centrale, visti anche i pronunciamenti su Google dei tribunali: la sicurezza e la responsabilità nel web. In che modo la scuola può utilizzare le potenzialità della rete per l'insegnamento/apprendimento senza dimenticare che i protagonisti dell'educazione sono pur sempre minorenni?
Qui la risposta è secca e univoca. Se si va in Rete per attività didattiche, a scuola come a casa, lo si deve fare all'interno di una piattaforma: questa soluzione tecnica garantisce la possibilità di attribuire ruoli e responsabilità. La Rete è aperta, come aperta è la città, e le mura della scuola coincidono con l'area della sua responsabilità fisica: d'accordo? Lo stesso vale per la responsabilità intellettuale e morale. La piattaforma delimita l'area delle attività di Rete entro cui la scuola può essere considerata responsabile. Questo non è l'ABC, è semplicemente la A! Ovviamente, poi, una volta garantita tale infrastruttura, comincia il bello, cioè ha inizio l'avventura di una scuola che arricchisce la forme e i modi del suo essere presente al mondo e nel mondo, in quello cosiddetto reale e in quello cosiddetto immaginario. Ma del resto: quali sono i confini tra l'uno e l'altro? Questo, però, è tutt’altro discorso.

 
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