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Il caso della multimedialità*
Perché sto nella multimedialità
Com'è che, dopo aver dedicato energie scientifiche e didattiche
a:
 | l'epistemologia genetica e le sue implicazioni pedagogiche, |
 | l'insegnamento della matematica, |
 | la programmazione didattica e la valutazione, |
 | le concezioni dell'individuo in campo educativo (da Rousseau alla
psicologia cognitiva contemporanea), |
 | le teorie dell'istruzione, |
 | le politiche della formazione, |
 | l'editoria scolastica, |
 | l'insegnamento della religione, |
 | la formazione musicale, |
 | la manualistica professionale per il docente, |
come può essere che, dopo aver attraversato bene o mali tutti questi
campi, mi trovi ora a dedicare la parte preponderante del mio impegno
all'area della multimedialità, nelle sue diverse componenti teoriche,
politiche, tecniche, operative?
La fase presente della mia vicenda personale può essere letta alla luce
di questo interrogativo. E l'occasione per rifletterci mi viene, oltre
che dalla richiesta del presente contributo, dal compimento del mio cinquantesimo
anno d'età.
Intendo dunque "parlare tanto di me"?
E non si dolga il lettore, se, in questo caso, preferisco non nascondermi
dietro i testi e le elaborazione di altri, ma chiamarmi direttamente in
causa: ciò che andrà perso in fatto di imparzialità e di indipendenza
potrà esser recuperato, almeno me lo auguro, sul versante dell'autoconsapevolezza
e della sincerità.
Perché la multimedialità, dunque?
Le risposte possono essere varie.
Ma una intendo subito scartarla. E' quella che, ricorrendo con maggiore
frequenza nei testi autobiografici, si richiama ai principi della coerenza
(personale) e della sistematicità-unitarietà (dell'elaborazione).
No, non posso davvero farla mia.
Mi sarebbe difficile sostenere che ci sono continuità e omogeneità d'intenti
all'interno di un quadro di posizioni personali che, nell'arco di un quarto
di secolo, sono andate:
 | dall'assunzione della psicologia piagetiana come paradigma generale
per un ripensamento delle prospettive dell'intervento pedagogico alla
radicale messa in discussione del contributo che la psicologia dell'intelligenza
(con la sua costituzionale indifferenza alle trasformazioni dei contesti
storici e ambientali entro i quali essa va delineando il suo oggetto)
mette a disposizione di un settore costituzionalmente "storico" e "ambientale"
come quello formativo, |
 | dall'intento di portare elementi di razionalizzazione, sistematizzazione
e determinismo dentro il territorio della didattica all'esigenza di
uscire dalle costrizioni di un approccio di "chiusura" e di "ipercontrollo"
in vista di un'idea più ampia, fluida ed epistemologicamente "aperta"
(o filosoficamente "debole", se si preferisce) di azione formativa, |
 | dall'impegno profuso in vista dell'introduzione delle prospettive
più esigenti della manualistica professionale nell'ambito della cultura
didattica corrente alla ricerca di strumenti e contesti che consentano
di valorizzare al massimo l'autonomia e la costruttività di docenti
e studenti, |
 | da motivate resistenze nei confronti dei meccanismi della cultura
di massa alla scelta di accoglierli come criteri con i quali dar conto
della novità e della complessità che caratterizzano l'attuale configurazione
dei saperi collettivi, |
 | dalla battaglia condotta nei confronti di un'interpretazione "ideologica"
del campo dell'educazione e in difesa di un'idea esigente e rigorosa
di istruzione (con tutto quel che tale scelta comporta in termini di
salutare distinzione tra i momenti della cognizione e quelli dell'affettività)
al riconoscimento del ruolo che comunque gli spazi dell'affettività
e della condivisione sociale (dentro i quali albergano le problematiche
valoriali) giocano sul terreno delle esperienze di formazione, dei loro
andamenti e dei loro risultati. |
Meglio, molto meglio riconoscere che sto cambiando, che ho cambiato idea.
Dunque, mi sono venduto a quello che un tempo mi raffiguravo come l'avversario
principale?
Sì e no.
Sì, perché mi sono trovato ad accoglierne gli interrogativi di fondo:
si può dare un insegnamento neutro, i cui oggetti prescidano da una cornice
(personale e collettiva) di adesione, condivisione, proiezione? è proponibile
un quadro di interpretazione e di azione formativa all'interno del quale
tutte le variabili, in linea di principio se non di fatto, siano sotto
controllo? è possibile prospettare per l'insegnamento e per l'apprendimento,
scolastici e no, un regime di salubrità "mentale" che prescinda da una
presa in carico dell'emotività personale e delle dinamiche socioaffettive
che sono tanta parte dell'identità di chi apprende e di chi insegna? No,
perché accettare ora le domande che in altri tempi con insistenza mi venivano
proposte, e che mi sono sempre sforzato di evitare e falsificare, non
significa condividere le risposte che oggi forniscono, come ieri fornivano,
quelli che si considerano i depositari autentici di tali interrogativi.
Continuo a pensare, a questo proposito, che l'universo dell'affettività
e delle istanze valoriali non possa essere delineato e gestito attraverso
approcci caratterizzati da rigidità e attraverso elenchi chiusi di principi,
definiti una volta per tutte, come frequentemente avviene nelle diverse
aree ideologiche che caratterizzano la cultura pedagogica del nostro tempo
(cattolica, laica, quella di derivazione marxista, l'area liberale).
Comunque sia, non posso davvero sostenere che dentro queste modificazioni
individuali c'è il segno della coerenza.
La mia storia è stata allora incoerente, e tanto più lo è adesso?
Non me la sento di negarlo.
E questa è una prima risposta positiva all'interrogativo di partenza.
Sono qui, oggi, nel contesto scientifico ed operativo della multimedialità,
mentre prima stavo, anima e corpo, dentro il contesto della monomedialità
(della cultura segnata dalla centralità e dall'esclusività della scrittura),
semplicemente perché ho cambiato idea. Tutto qui. Niente di più ma anche
niente di meno. Semplicemente, il mondo e dentro ad esso l'esperienza
individuale mi hanno condotto su sentieri nuovi, diversi da quelli che
avevo battuto nei decenni passati.
Non mi sarebbe difficile, a questo punto, chiamare a giustificazione del
mutamento di prospettiva delle ragioni nobili (la complessità e la mobilità
dell'universo formativo, l'esigenza che gli è propria di tenere un costante
collegamento con i rumori del mondo, e soprattutto del mondo scientifico,
culturale, tecnologico: oggi assai diversi, questi rumori, rispetto a
ciò che erano anche dieci o vent'anni fa), ma anche delle ragioni meno
nobili, di senso comune (non disporsi a cambiare idea è, come si suol
dire, prerogativa dei fessi, e chi fa lavoro intellettuale dovrebbe cercare
di tenersi lontano da un tale profilo...).
Come sto nella multimedialità
Posso dare un'altra risposta, più personale.
La riprendo dalle pagine con cui ho congedato, pochi giorni addietro,
il volumetto Esseri multimediali. Immagini del bambino di fine secolo,
che, fatto non marginale, si accompagna ad un software, La stanza del
tesoro.
Ma per arrivare al contenuto quelle pagine debbo allargare un po' il quadro
delle considerazioni in merito alla multimedialità.
Ho cercato, con questo duplice lavoro, di sviluppare una tesi assai diversa
da quella dominante, nell'ambito dei ragionamenti pedagogici (e anche
di quelli psicologici, psicoanalitici, sociologici, per non dire di ciò
che generalmente pensa "la gente"). Là si sostiene che il bambino è vittima
dei media, che le macchine lo snaturano, lo portano fuori di sé, e che
compito di chi lo educa è di preservarne la parte buona, limitando l'azione
degli agenti cattivi (sia riducendo le occasioni di contatto tra individuo
e media, sia attrezzando lo stesso individuo a forme di contatto più consapevoli
e critiche di quelle correnti).
La mia idea in proposito è del tutto diversa (ed è anche diversa, lo ammetto,
dalla mia idea di ieri). Non che io non veda i rischi di una overdose
di televisione, computer, videogiochi, ecc. Sarei un irrisponsabile se
lo facessi. Solo che considero questo rischio alla stregua di altri, relativamente
ai quali c'è meno consapevolezza diffusa: i rischi che il bambino di oggi
corre incontrando una scuola ingessata, irrigidita, pensata per un individuo
storico diverso da quello che è lui, adesso; i rischi di una pedagogia
della lettura e della scrittura forzate, costruite su modelli e stili
che più non albergano nel mondo, e che purtuttavia gli si impongono, "per
il suo bene", perché (paradosso!) egli sia sempre più cittadino, cittadino
consapevole, di questo stesso mondo; i rischi ai quali egli va incontro,
contattando una figura di docente prigioniero di un nucleo di (false e
superficiali) certezze, poco diposto ad accogliere i rumori di cui parlavo
prima, e quindi a misurarsi con il disordine, la complessità, il cambiamento.
Insomma, io penso che i rischi ai quali è esposto il soggetto in formazione
del nostro tempo siano tanti. E che ciascuno di essi abbia una sua corposità
particolare: andrà dunque trattato, spregiudicatamente, per quello che
è, ma anche per il portato di utilità e di vantaggio che è proprio del
suo agente scatenante.
La lettura di un libro fa bene? Non sono così ingenuo da negarlo. Dico
solo che ci sono anche dei libri cattivi, perversi, che inquinano e quindi
pregiudicano la formazione alla lettura. I libri di lettura della scuola
elementare italiana sono di questo tipo. Possono dunque fare male, nella
maggioranza dei casi lo fanno.
 | Perché fa male al bambino e, di riflesso, al docente concepire un
testo di lettura come un pretesto per esercitazioni formalistiche, e
per la fissazione di spezzoni irrigiditi di ideologia. |
 | Perché fa male alla scuola edificarsi come "chiesa del testo", come
tempio dentro cui far officiare i riti (sempre più stanchi e esausti)
della correttezza e dell'univocità dell'interpretazione testuale. |
Se le cose stanno in questi termini, come non aprirsi con la stessa disponibilità
critica ad altre dimensioni, ed evitare di impegnarsi al fine di individuare,
accanto alla zona oscura e negativa, la parte comunque positiva della
cultura multimediale (che c'è, ne sono sicuro, come c'è, ne sono altrettanto
certo, la parte nera della cultura monomediale)?
Gli esseri di questo fine millennio (i bambini, tutti i bambini) sono
naturalmente e culturalmente multimediali. Il loro rapporto con le macchine
della cognizione è segnato dai tratti della familiarità, dell'intimità,
della confidenza. Di riflesso, il loro modo di pensare e di pensarsi è
per una parte non marginale debitore a questa profonda e massiccia esperienza.
Possono la scuola e la pedagogia disinteressarsi del problema, o inquadrarlo
entro gli spazi concettuali dell'aberrazione, del disordine, del male?
Di fatto lo fanno, operando una forzata coincidenza tra monomedialità,
tra tutta la monomedialità (quella buona ovviamente, ma anche quella che
non lo è) e i regni della normalità, dell'ordine, del bene.
Nel mio testo (che non è solo un volume, ma un prodotto misto, volume
e dischetto, secondo l'orientamento della collana Libropiù entro
la quale si colloca) cerco di individuare i tratti positivi della cultura
multimediali: "positivi", se non nel significato più corrente di "opposti
rispetto a negativi", nel significato filosofico di "reali", "oggettivi",
"tangibili".
 | Sono reali, io sostengo, le modalità e gli stili di un "pensiero reticolare"
che i media sollecitano negli utenti, in primo luogo in quanti non risultano
completamente condizionati e modellati dal brainframe alfabetico (l'espressione
è mutuata da un allievo di Marshall McLuhan, Derrick de Kerkhove, che
ne fa un ampio uso nel suo Braiframe, Bologna, Baskerville, 1994). |
 | Sono reali gli spazi di movimento che si aprono a chi, navigando liberamente
dentro la multimedialità, è portato a porre sullo stesso piano e intrecciare
codici che dentro il brainframe alfabetico sono collocati a differenti
livelli gerarchici (più in alto il codice della scrittura, più basso
quello del suono, in mezzo i codici iconici). |
 | Sono reali i meccanismi proiettivi che l'esposizione precoce e massiccia
agli schermi e alle logiche dell'interattività attivano nei soggetti,
e che danno vita a "conoscenze situazionali" difficilmente riconducibili
entro le griglie di lettura del dualismo epistemologico (è ancora il
brainframe alfabetico ad agire): quel dualismo che fornisce la forbice
per tagliare e quindi separare nettamente il ruolo del soggetto e quello
dell'oggetto nella conoscenza e nell'esperienza. |
 | Sono reali le competenze di un bambino (e di un ragazzo) multimediale,
che nel rapporto con le macchine e con la pluralità-eterogeneità delle
fonti dell'esperire acquista un'identità plurima, come soggetto che
sa, sa fare, sa essere: anche se in modi diversi da come sa, sa fare,
sa essere un individuo che ci si ostina ad intendere come confinato
esclusivamente dentro la cultura monomediale. |
Dunque, di questo mi sono occupato:
 | di un'idea non terroristica e ricattatoria della relazione di familiarità
(e di seduzione) che il soggetto in evoluzione instaura con i media, |
 | ma anche della possibilità di scovare dentro questa relazione il nucleo
di un sapere diverso, più fluido, articolato, coinvolgente di quel sapere
"accademico" (monomediale) che fa da cornice e base per l'insegnamento
scolastico. |
Elementi, questi, che la didattica tende ad espungere, e a considerare
come contrari alla sua ragion d'essere. Non c'è bisogno, in ordine a questa
prospettiva, di riandare ai discorsi correnti sulla necessità di valorizzare
i tempi lunghi e le dimensioni profonde di un apprendimento "serio", "consapevole",
"coerente", "controllato" e su quella, conseguente, di prosciugare il
letto entro il quale galleggerebbero le esperienze "futili", "inconsapevoli",
"caotiche", "eterodirette" dei media. Non c'è bisogno di citare Popper
e quanti lo hanno preceduto, con minore (ma talvolta con maggiore) autorevolezza,
nel denunciare lo snaturamento a cui l'individuo andrebbe esposto, sotto
l'azione (passivizzante, superficializzante, disorientante ecc.) delle
macchine del sapere. Sono cose che tutti sanno, e che i più condividono.
Nel mio modo di ragionare, c'è il riconoscimento del significato fisiologico
di questa reazione della didattica all'aggressione dei media. E', io credo,
una reazione di difesa. Giustificata dal fatto che, accogliendo la parte
positiva della novità, la stessa didattica si troverebbe costretta a ripensarsi,
a revisionarsi, per molti aspetti a falsificarsi.
L'ho sostenuto nel terzo capitolo del Manuale di didattica multimediale,
dove mi sono sforzato di definire il campo di una didattica capace di
accogliere positivamente la sfida dei media. Una didattica, lo ricordo
qui, che non può sentire come esterno a sé il compito di elaborare, progettare,
costruire i saperi dei quali essa fornisce le forme più adeguate al compito
di apprendimento-insegnamento. Una didattica, insomma, che non dovrà essere
(o essere più) un gioco astratto di formule buone per tutti gli usi (e
per tutte i saperi), ma dovrà (potrà?) diventare un contributo epistemologico,
di portata generale, al ripensamento e alla ridefinizione degli stessi
campi del sapere. Una didattica, per dirla con espressioni forti, che
dovrà "mordere i contenuti" (e non soltanto "renderli pubblici") e, per
questo, si dovrà servire dei "denti" dei media.
Non è cosa semplice, questa, soprattutto se la si rapporta ad una tradizione
pedagogica che tende a identificare insegnamento e apprendimento con fatica,
sforzo, in molti casi pena e che oggi si trova davanti, meglio attorno
un universo mediale caratterizzato dalle istanze della condivisione, della
partecipazione, del gioco, della piacevolezza.
 | Ecco perché ho parlato e parlo della dicotomia "astrazione/immersione"
(monomedialità/multimedialità) e prospetto una forma della didattica
che riesca a far sue le logiche dell'immersione, costruendo al loro
interno i percorsi di un nuovo pensiero astratto: meno lineare e gerarchizzante,
meno verticale di quello tradizionale, e più aperto alle logiche reticolari,
ai meccanismi associativi di tipo orizzontale, alle dimensioni dell'intuizione. |
 | Ecco perché vedo nella multimedialità un'occasione non tanto per ampliare
il parco delle risorse fisiche e materiali per l'insegnamento, quanto
per ripensare gli oggetti e le dinamiche dell'apprendimento. |
Ma su questo aspetto tornerò dopo.
Prima, ho annunciato una ulteriore risposta, più personale, all'interrogativo
che fa muovere l'intero mio ragionamento. Poi non l'ho data. Mi era necessario,
infatti, chiarire in che senso e rispetto a quale contesto prospetto l'introduzione
della multimedialità nel campo della formazione. Adesso posso tornare
alla risposta.
Nelle pagine conclusive di Esseri multimediali prendo le mosse
dal seguente brano, tratto dal recente volume di Aldo Carotenuto La
strategia di Peter Pan (Milano, Bompiani, 1995): "..non è l'infanzia
come età cronologica, come luogo e tempo dell'esperienza a costituire
la fonte del nostro desiderio nostalgico, bensì lo sguardo dell'infante
sul mondo, il nostro sguardo di infanti: sguardo irriducibile, perché
irriducibile è l'aspirazione dell'essere umano alla bellezza, all'armonia,
alla condivisione degli affetti". E lo faccio per sostenere che "...in
gioco, assieme alla realtà storica del bambino multimediale, c'è la mia
stessa realtà di adulto fatto, e con essa il desiderio di coltivare, in
sintonia con lui, la mia 'parte bambina'".
In altri termini, nel delineare l'esigenza, che considero irrinunciabile
per la scuola odierna e per l'insegnante, di mettersi dalla parte del
bambino, e di contattare il mondo (multimediale) con i sensi di quello,
con i suoi braiframes audiovisivi e cibernetici (non solo con quello del
brainframe alfabetico), non agisce, per quanto mi riguarda, la luttuosa
nostalgia di una dimensione perduta, ma la pervicace e irriducibile volontà
di dare alimento al mio personale "essere bambino". Insomma, agisce la
scelta consapevole di "un adulto che non intende sacrificare alle esigenze
della razionalità e della responsabilità il bisogno profondo di aprirsi
costantemente al nuovo, giocando con la realtà e quindi con la sua stessa
identità". Riprendendo ancora Carotenuto, "mentalità esplorativa - sensibilità
- plasticità - curiosità e meraviglia - immaginazione - apertura mentale
- intelligenza compassionevole - gusto per il gioco": è questo insieme
di trattio psicologici che mi spinge per un verso a guardare al mondo
multimediale con gli occhi del bambino reale e per l'altro a coltivare
un irrinunciabile bisogno di rompere le incrostazioni di una teoria e
di una pratica pedagogiche che giudico, per molti aspetti, irrimediabilmente
ingessate e fossilizzate.
Pedagogista per caso
Alla base di questa ragione personalissima ce n'è un'altra, altrettanto
individuale, che ha a che fare con la casualità: un elemento, questo,
che ha segnato il mio ingresso e parte dei successivi movimenti dentro
gli spazi dell'elaborazione pedagogica. Anche su questo fronte, non c'è
stata né c'è coerenza. Non posso sostenere di esser nato e cresciuto "pedagogista".
Sono entrato in questo mondo per una porta laterale, con una sensazione
di "intrusione" che non mi ha mai abbandonato. Cercavo, studente di filosofia
a La Sapienza, con la caparbietà che caratterizzava quanti alla fine degli
anni Sessanta stavano vivendo una radicale ma vitalissima esperienza politica,
culturale e antropologica, un docente che volesse accogliere la mia intenzione
di dedicare il lavoro di tesi all'epistemologia genetica. Raccolsi una
serie di no. L'unico sì fu quello di Aldo Visalberghi e Maria Corda Costa.
Mi trovai a fare una tesi di pedagogia. In quel lavoro (dal quale successivamente
nacque l'antologia di materiali piagetiani Lo sviluppo e l'educazione
dell'intelligenza) la formazione non era posta al centro: né come
campo teorico autonomo (Visalberghi mi ripreverò non poco di non aver
chiamato in causa Dewey) né come campo di applicazione e verifica delle
teorie ginevrine. Mi ero limitato a sviluppare una serie di implicazioni
pedagogiche, secondo una linea deduttiva che da Piaget andava alla didattica
della matematica. Questo era ed è il limite del lavoro di allora. Ma,
mi chiedo a distanza di tanto tempo, quel limite era soltanto soggettivo
o non dipendeva anche da elementi oggettivi? Sarebbe ingiusto, a questo
proposito, dimenticare che gli scritti pedagogici dello stesso Piaget
non andavano al di là di pacate considerazioni di buon senso e che gli
usi didattici della psicologia piagetiana (ad esempio, in campo matematico)
raramente, allora (ma le cose sono cambiate poco), uscivano dalle dimensioni
della semplice applicazione, della trasposizione meccanica. Non mi facevo
un cruccio di tutto ciò, allora. E mi risolvevo il problema attivando
ed esercitando la logica dell'implicazione. Come se ad accogliere il messaggio
piagetiano (e il mio modo di leggerlo) ci fosse stato, in campo pedagogico,
poco più del vuoto.
Molto probabilmente l'imprinting di questa esperienza ha segnato le successive.
Ho chiuso il (mio) discorso su e con Piaget, ne ho aperti altri. Ma sempre
partendo da elaborazioni costituzionalmente non pedagogiche, che mi sforzavo
di leggere in profondità e di portare poi dentro il contesto pedagogico
(dell'implicazione pedagogica). Così è stato con Ariés, con Gramsci, con
Elias, con il Rousseau del discorso sull'ineguaglianza e dei primi capitoli
dell'Emilio. Studi e ricerche alle quali ho dedicato una serie
di corsi universitari prima a Firenze e poi a Lecce (tra la fine degli
anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta) e che, anche se non hanno
dato luogo a lavori sistematici, hanno influito notevolmente sulle mie
idee in fatto di formazione. Ancora una volta, a questi approdi non sono
arrivato per via pedagogica: la "scena primaria" dell'incontro-scontro
con il sapere educativo non ha mai smesso di far sentire la sua influenza.
"Pedagogista per caso".
Così mi sono trovato ad essere. Ed ancora oggi mi sento.
Malgrado abbia teorizzato, a suo tempo, la fragilità di una "pedagogia
del caso" e le prospettive ben più corpose di una "pedagogia della necessità"
(come recita il titolo di una raccolta di saggi per l'editore Manzuoli
di Firenze). E' ancora per un caso, anzi per una serie di casi che sono
arrivato ad occuparmi di pedagogia della multimedialità. Primo, la lettura
delle opere di Walter Ong dedicate alle tecnologie dell'oralità e della
scrittura. E, di seguito ad esse, la ricostruzione dell'affascinante rete
di solidarietà scientifica e culturale che fa da sfondo alle opere della
cosiddetta "scuola di Toronto": Innis, McLuhan, Havelock, Goody, ecc.
Per non dire degli scritti del pianista Glenn Gould... Ecco, quello dell'eccentrico
canadese è un altro caso, il secondo. Mi sono sempre occupato di musica,
di tutte le musiche. In età giovanile suonavo il piano in piccoli complessi,
e qualche tempo dopo (ero già docente universitario) ho fatto parte di
un coro lirico. Ma questa consuetudine con l'universo dei suoni ho sempre
cercato di tenerla distante dall'impegno pedagogico. Alle richieste di
occuparmi di formazione musicale rispondevo sempre di no. Almeno fino
al momento in cui non ho incontrato Glenn Gould: è stato lui a convincermi
al "grande passo". Il risultato di questa decisione è stata la realizzazione
di un libro di testo di educazione musicale per la scuola media provocatoriamente
intitolato Dal rock al clavicembalo. Il libro, commercialmente
parlando, è andato malissimo. Ma scriverlo e lavorarlo in tutti i suoi
aspetti (dalla predisposizione del corredo di registrazioni musicali alla
scelta delle illustrazioni) mi ha consentito di entrare, dal di dentro,
nella multimedialità. E' in questa occasione, a contatto con la sostanza
"fisiologica" degli oggetti sonori che mi sono scontrato con i limiti
(di rigidità e di alienazione) del codice scritto. Se quel libro non è
riuscito è anche perché i suoi limiti di "libro" non potevano essere varcati.
Ma per dar conto della musica occorreva varcarli. Come li aveva varcati
Gould nell'infrangere il rito concertistico e il carattere auratico del
testo musicale, e nel dar vita ad un paradossale intreccio tra la logica
della performance e quella della scrittura discografica, radiofonica e
televisiva. Terzo caso, l'irrompere del computer dentro la scena del lavoro
intellettuale e l'aprirsi di originali e più ambiziose prospettive per
chi, come me, si interessava dei problemi materiali dell'esperienza, della
conoscenza e della comunicazione dentro il contesto formativo. Queste
tre occasioni, diventando altrettanti indirizzi di ricerca e intrecciandosi
tra di loro, mi hanno portato alle posizioni attuali.
Posizioni che, ricalcando un altro passo di Esseri multimediali,
provo a riassumere così: "Per dar conto della fenomenologia dell'esperire
e del sapere che è propria della multimedialità non ci aiutano, anzi il
più delle volte ci danneggiano gli strumenti scientifici che ancora oggi
dominano il campo dell'interpretazione dei processi cognitivi. Abbiamo
bisogno di nuove metafore, e di nuovi modelli di descrizione-interpretazione
dei meccanismi dell'esperire e del conoscere. Accanto agli spazi della
visione codificata dall'alfabetismo dobbiamo sforzarci di individuare
- non in una logica di contrapposizione ma secondo una prospettiva di
convivenza e collaborazione - gli spazi dell'ascolto:
 | i primi poggiano sui paradigmi della chiusura, della linearità, della
prospettiva, dell'oggettività, della gerarchia, della decontestualizzazione,
ecc., |
 | gli altri mettono in gioco paradigmi del tutto diversi, che già non
è semplice nominare e concettualizzare, ma che comunque hanno a che
fare con le logiche della fluidità, delle intelaiature reticolari, della
soggettività, dell'azione situata, ecc. |
La nostra mente (ormai multimediale) ha un occhio e un orecchio. E dell'occhio
della mente, inteso come forma privilegiata del conoscere, sappiamo molto.
Pochissimo sappiamo, invece, dell'orecchio della mente, le cui positiva
'contaminazione' del territorio della cognizione è testimoniata, se non
altro, dalla consuetudine, rapidamente affermatasi non soltanto in campo
scientifico, di far ricorso a metafore (per esempio quella della 'navigazione')
più fluide e centrate sul soggetto di quelle consegnateci dalla tradizionale
epistemologia gutenberghiana".
Negli anni più recenti, i miei impegni
 | di ricerca (testimoniati, tra l'altro, dai volumi della collana "Comunicazione
Formazione" dell'Editore Anicia e dai primi tre titoli della collana
"Libropiù" de La Nuova Italia Editrice), |
 | di insegnamento (sono ora titolare della materia "Tecnologie dell'istruzione
e dell'apprendimento" e direttore del corso di perfezionamento a distanza
"Tecnologie per l'Insegnamento", seguito ogni anno da cinquecento laureati
di tutta Italia e articolato su un'ampia e sempre crescente varietà
di materiali originali e autonomamente prodotti, di tipo cartaceo, audio,
audiovisivo, digitale e telematico), |
 | di produzione (nell'ambito del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive
del Dipartimento di Scienze dell'Educazione dell'Università di Roma
Tre, dove si realizzano ricerche autonome e per conto terzi e si realizzano
prototipi multimediali, anche con il supporto tecnico e operativo di
un gruppo di miei giovani allievi che hanno dato vita alla software
house LYNX, specializzata in prodotti per la formazione e l'intrattenimento,
e all'associazione culturale EDU.CO., impegnata sul terreno della formazione
alla e con la multimedialità), |
si muovono tutti dentro l'ambito di un territorio che pur offrendo, almeno
me lo auguro, positive sollecitazioni al pensiero e all'azione della scuola
sente, ancora una volta, le maglie della pedagogia come troppo stringenti
e soffocanti. E questo, solo questo, non è casuale.
1996/2000
Gli ultimi quattro anni sono segnati, per quanto mi riguarda e riguarda
l'équipe che con me lavora, da quanto documenta il sito in cui compaiono
queste stesse riflessioni, e cioè:
 | un incremento delle attività di ricerca universitaria nel campo della
multimedialità educativa, attraverso contratti e convenzioni con enti
pubblici e privati(Ministero della Pubblica Istruzione per il Progetto
Multilab, Finsiel, Microsoft, Tin); |
 | un ulteriore sviluppo dei contenuti e dell'impianto didattico e valutativo
del Corso di Perfezionamento a Distanza "Tecnologie per l'Insegnamento"; |
 | l'impegno di coordinamento della Commissione dei Saggi, che ha operato
dal gennaio al maggio 1997, per conto del Ministero della Pubblica Istruzione,
con l'obiettivo di individuare i saperi irrinunciabili per la formazione
scolastica del prossimo futuro, e la relativa realizzazione dell'Ipertesto
che documenta tutta l'attività della Commissione; l'impegno successivo
di stesura (assieme a cinque membri di tale commissione) di un documento
sulle conoscenze di base per la formazione obbligatoria (marzo 1998); |
 | l'attività in campo saggistico, documentata dalla produzione di alcuni
documenti ipertestuali dedicati ai problemi della multimedialità educativa
(ripresi e aggiornati per il volume Tre ipertesti su multimedialità
e formazione, pubblicato nel 1998 dall'editore Laterza), dalla revisione
completa del Manuale di didattica multimediale (pubblicato nel 1998,
sempre dall'editore Laterza, con il titolo Nuovo manuale di didattica
multimediale, e accompagnato da un cd-rom di utilities per la didattica). |
A tutto ciò va aggiunto l'impegno, assai gravoso in verità, come membro
del Consiglio di Amministrazione della mia Università (Roma Tre), come
delegato rettorale per i servizi multimediali e telematici di Ateneo,
come componente del Gruppo di Coordinamento del Rettore.
OPERE PRINCIPALI IN VOLUME
 | Lo sviluppo e l'educazione dell'intelligenza, Torino, Loescher,
1974 |
 | La programmazione didattica (con Benedetto Vertecchi), Roma,
Editori Riuniti, 1977 |
 | Pedagogia della necessità pedagogia del caso, Firenze, Manzuoli,
1981 |
 | Il bambino della ragione (cura, con Franco Frabboni e Benedetto
Vertecchi), Firenze, La Nuova Italia, 1984 |
 | Chiesa, famiglia, educazione (cura), Firenze, La Nuova Italia,
1985 |
 | Didattica scolastica, Bergamo, Juvenilia, 1988 |
 | Valutazione e scuola, Teramo, Giunti & Lisciani, 1989 |
 | I saperi della scuola, Firenze, La Nuova Italia, 1990 |
 | Teorie dell'individuo e strategie di eguaglianza, Firenze,
La Nuova Italia, 1990 |
 | La tecnologia fa scuola, Roma, Anicia, 1992 |
 | I media e la formazione (cura, con Ornella Martini e Stefano
Penge), Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1994 |
 | Manuale di didattica multimediale, Bari, Laterza, 1994 |
 | Esseri multimediali, Firenze, La Nuova Italia, 1996 |
 | Tre ipertesti su multimedialità e formazione, Bari, Laterza,
1998 |
 | Nuovo manuale di didattica multimediale, Bari, Laterza, 1998.
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MATERIALI DIDATTICI IN VOLUME
 | Lettura antologia per la scuola media (con Elvira Federici,
Giulio Libera, Radiana Nigro, Enzo Palmisciano, Marisa Scognamiglio),
Milano, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, 1994 |
 | Dal rock al clavicembalo manuale di educazione musicale per la
scuola media (con Salvatore Colazzo), Bergamo, Juvenilia, 1992 |
MATERIALI DIDATTICI IN AUDIOCASSETTA (A) E VIDEOCASSETTA (V) - PER IL
CORSO DI PERFEZIONAMENTO IN TECNOLOGIE PER L'INSEGNAMENTO
 | I corpi della voce, Roma, Università Roma Tre, 1994 (A) |
 | DallEpiCaruso, Roma, Università Roma Tre, 1994 (V) |
 | Le scritture sullo schermo, Roma, Università Roma Tre, 1994
(V) |
 | ScuolaMondo, Roma, Università Roma Tre, 1995 (V) |
 | Nell'oceano dell'informazione virtuale, Roma, Università Roma
Tre, 1996 (V) |
 | I corpi della voce, Roma, Università Roma Tre, 1997 (V) |
 | Nel multimediale c'è scritto, Roma, Università Roma Tre, 1998
(V) |
MATERIALI FORMATIVI E DIDATTICI SU FLOPPY DISK (F) E SU CD-ROM
 | L'altro perché - Iper versione ipertestuale dell'omonimo testo
di insegnamento religioso per la scuola secondaria superiore, Bologna-Roma,
EDB-Garamond, 1994 (F) |
 | IperNote 2.0 e IperNote 2.1 ambiente per la realizzazione
di documenti ipermediali, Roma, Garamond, rispettivamente 1995 e 1996
(F) |
 | WinScribo 2.0 wordprocessor multimediale per bambini (con
Stefano Penge), Roma, Lynx, 1995 (F) |
 | Stroccofillo ambiente di gioco collegato a Gianni Rodari, Il
libro dei perché, Roma, Editori Riuniti, 1995 (F) |
 | TxI News rivista elettronica per gli iscritti al corso di perfezionamento
a distanza Tecnologie per l'Insegnamento, Roma, Università di Roma Tre,
n. 1 - 1995 (F) |
 | I viaggi di Stroccofillo ambiente di gioco collegato a Gianni
Rodari, Filastrocche lunghe e corte, Roma, Editori Riuniti, 1996 (F) |
 | La stanza del tesoro archivio di documentazione di materiali
infantili, collegato al volume Esseri multimediali, Firenze,
La Nuova Italia, 1996 (F) |
 | WinScribo III, Mio Mondo - Iperbolario, Expo',
Scrivo anch'io - Spazio Domino ambienti per la produzione
di documenti ipermediali, Roma, Lynx, 1996 (CD-ROM) |
 | WonderPark, spazio gioco multimediale, Lynx - Castelvecchi,
1997 (CD-ROM) |
 | Textis, ambiente per l'espansione reticolare di testi, nel
cd-rom allegato al Nuovo manuale di didattica multimediale |
 | Prom, ambiente per la progettazione e la regia di documenti
ipermediali, nel cd-rom allegato al Nuovo manuale di didattica multimediale |
 | Tutti a bordo!, raccolta di modelli per una personalizzazione
didattica dell'ambiente Office Microsoft, nel cd-rom allegato al Nuovo
manuale di didattica multimediale
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* Intervento pubblicato
sul terzo volume de La Pedagogia Italiana Contemporanea, a cura di Michele
Borrelli, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza, 1996, pp. 193-207, e aggiornato
a novembre 2000 con la sezione 1996/2000

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