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McLuhan e il “pensiero figurale”

Autore: Roberto Maragliano
Data: dicembre 2010
Fonte: Technology Review (speciale McLuhan)

Intervento al convegno 1911-2011: il secolo McLuhan (Università IULM, Milano, 20 e 21 dicembre 2010).


Se un giorno si volesse tracciare una storia del “pensiero figurale” è certo che, accanto a quelli occupati da un Nietzsche o da un Merleau-Ponty, per dire, un posto di rilievo andrebbe riconosciuto a Marshall McLuhan. Questo per quanto riguarda lo stile di scrittura, figurale come pochi altri del suo tempo, e che mantiene tuttora un carattere eccentrico, nei riguardi dei codici ancora dominanti in area scientifico-accademica: eccentrico in quanto “artistico” e orientato a essere perennemente “in contropelo” rispetto ai discorsi correnti; eccentrico in quanto non esclusivamente e non totalmente scrittorio, bensì figural-scrittorio, se vogliamo.

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La cucina come passione poetica

 

 

 Il web di cent'anni fa

 di Roberto   Maragliano

 

 

 

 

Non è come quando si dice “il Manzoni” o “il Petrarca”: certo, potrebbero essere capitoli di manuali, ma, chiamati in causa così, con tanto di articolo, figurano soprattutto come “grandi figure” o, visto che siamo in clima, “padri della patria”. No, nel suo caso, con il nome non si allude a un soggetto, ma a un oggetto. Il che, sia detto appunto per carità di patria, non rappresenta affatto una diminuzione, tutt'altro.
Si provi a dire “l’Artusi” a chi abbia un po’ di confidenza con la storia nazionale, quella materiale soprattutto, o a chi non sia completamente insensibile alle cose di cucina, e ci si accorgerà subito della differenza: il portatore del nome scompare dietro l’opera omonima, che decisamente lo sopravanza.
I più sanno dell’esistenza del primo grande ricettario nazionale, sbrigativamente denominato “l’Artusi”, ma pochi invero sanno qualcosa del suo autore.
Il 30 marzo 2011 sono giusto cent’anni dalla morte di Pellegrino Artusi: Firenze gli dedica una mostra bibliografica e Casa Artusi (http://www.casartusi.it/), a Forlimpopoli, sua città natale, ha numerose iniziative in calendario.
Ed è davvero una bella, provvidenzaile coincidenza: i 150 dall’unità d’Italia e i 100 dalla scomparsa di chi ha dato un decisivo contributo alla formazione degli italiani (addirittura più del Manzoni, è stato provocatoriamente ma autorevolmente detto da chi ne ha fatto la prima riscoperta culturale, Piero Camporesi, con l’edizione Einaudi del 1970; e qui mi verrebbe il vezzo di aggiungere: “fors’anche più del Verdi”).

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La forma dei contenuti




 Materiali per un immaginario didattico

di Roberto Maragliano

(marzo 2011)




Finalmente un piano di discorso (oltre che un discorso) accettabile. Nell'asfittico dibattito su che si insegna a scuola e come lo si insegna c'è ben poco da sguazzare, almeno qui da noi. Dunque, ben vengano le eccezioni come quella cui vorrei dedicare questa nota.
Ma intanto, perché parlo di eccezioni?
Le cose vanno così, nella cultura scolastica nazionale, che se si prende in considerazione il problema della forma da dare alle esperienze di apprendimento in classe, lo si fa generalmente in modo rigidamente formalistico, e allora sono messi in scena i formulari pedagogici o i protocolli d'uso dei marchingegni digitali (accettati, anzi tollerati solo se concettualmente non si discostano da manuali o lavagne). Se invece ci si occupa del contenuto, lo si fa in modo altrettanto rigidamente contenutistico, affidando l'impegno ai guardiani delle frontiere disciplinari, chiamati a sondare arare rassodare e presidiare, con le armi dell'accademia, territori culturali configurati come "manuali".

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